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Storia del Mezzogiorno: dagli Svevi agli Angioini

Gli anni che vanno dalla morte di Federico II di Svevia alla salita al trono di Carlo d’Angiò, furono per il Mezzogiorno d’Italia turbolenti e attraversati da sanguinose lotte di potere. Gli eventi che si susseguirono dal 1250 al 1266  portarono ad un deciso cambio dinastico, con la scomparsa della dinastia Sveva degli Hohenstaufen e l’avvento degli Angioini, che dominarono sul meridione continentale fino al 1442.

Da una dinastia all’altra

I discendenti degli Svevi mantennero il potere per pochi anni dopo la morte di Federico II (1250). L’imperatore, dopo aver deposto il primogenito Enrico IV, aveva designato alla successione al trono il suo secondogenito Corrado, concedendo a Manfredi, suo figlio illegittimo, il principato di Taranto e la reggenza del Regno di Sicilia in attesa che giungesse il legittimo erede.

Corrado, infatti, al momento della designazione risiedeva in Germania, ma nel 1251 decise di lasciare la corte e raggiungere l’Italia meridionale per rivendicarne il dominio. Il regno di Corrado IV, però, durò ben poco; a soli 26 anni si ammalò di malaria e morì nel 1254, lasciando il trono al figlio Corradino che, ancora bambino, venne lasciato sotto la tutela del Papa. Dopo la morte del fratellastro, Manfredi continuò a tenere la reggenza  e nel 1258 scavalcò i diritti del nipote Corradino facendosi incoronare a Palermo, assumendo così la corona del Regno di Sicilia.

Il pontefice, il francese Urbano IV – il quale rivendicava a sé l’autorità di scegliere il Re di Sicilia perché considerava quel regno un feudo pontificio – rispose a tale usurpazione con la scomunica e la deposizione, assegnando la corona  al fratello del re di Francia, Carlo conte d’Angiò e Provenza.

Incoronazione di Carlo a sovrano – British Library (Londra)

La Battaglia di Benevento

Tra Urbano IV e Carlo d’Angiò fu stipulato un accordo, il quale prevedeva che il conte scendesse nel sud della penisola per sconfiggere l’ usurpatore Manfredi e si impegnasse a fornire allo Stato Pontificio un tributo annuo di 8000 once d’oro e un contingente di 300 cavalieri, il tutto in cambio dell’investitura regia.

Giunto in Italia nel 1265, Carlo fu incoronato in S. Pietro e, poco dopo, marciò verso sud per scontrarsi con Manfredi, asserragliato a Capua. Lungo il tragitto Carlo non incontrò molte resistenze, in quanto i baroni meridionali che avrebbero dovuto contrastarlo si ritirarono quasi senza combattere. A Benevento, dove nel frattempo era arrivato anche lo Svevo, avvenne lo scontro.

La superiorità numerica di Manfredi e le sue truppe meglio posizionate avevano dato l’illusione di una facile vittoria ma ben presto le sorti della battaglia mutarono. Le truppe angioine dilagarono nel campo avversario e Manfredi e pochi fedelissimi si gettarono coraggiosamente nella mischia ma vennero ben presto sopraffatti e uccisi.

Battaglia di Benevento – Miniatura dalla “Nuova Cronica” di Giovanni Villani – Biblioteca Apostolica Vaticana

La morte di Manfredi

Era il 26 febbraio 1266: è lo stesso Carlo a raccontare l’esito della battaglia nelle lettere che l’Angioino inviò al Papa Clemente IV per informarlo sui fatti appena avvenuti. Da questi documenti sappiamo che il corpo di Manfredi venne ritrovato due giorni dopo la battaglia e riconosciuto da alcuni nobili che avevano combattuto con lui.

Carlo si assicurò che i resti di Manfredi trovassero degna sepoltura. Sotto un tumulo realizzato con le pietre depositate da ogni cavaliere nei pressi del ponte di Benevento, sul fiume Calore, venne deposto il corpo dello Svevo. Dante, nel canto III del Purgatorio, ci restituisce un commovente ritratto di Manfredi, “biondo […] bello e di gentile aspetto”, ancora segnato dalle ferite mortali ricevute in battaglia e che si duole della sorte delle sue spoglie: secondo una tradizione non confermata da nessuna fonte, infatti, il corpo di Manfredi sarebbe stato disseppellito per ordine di Papa Clemente IV e abbandonato fuori dai confini del Regno, lungo il fiume Liri.

La sorte di Corradino

La Battaglia di Benevento cambiò le sorti di quella parte della penisola. Carlo, poco dopo, raggiunse Napoli insediandosi sul trono. I ghibellini italiani dirottarono allora le loro speranze sul giovane nipote di Federico II, Corradino, all’epoca ancora giovanissimo.

L’ultimo Hohenstaufen aveva sempre vissuto in Baviera ma, incitato dai fedeli di Manfredi, partì per l’Italia per rivendicare l’eredità paterna. Nei pressi di Tagliacozzo, in Abruzzo, si scontrarono le due fazioni avversarie. Carlo, in numero leggermente inferiore, riuscì con un inganno a travolgere l’esercito tedesco. Corradino con circa cinquecento cavalieri riuscì a fuggire dirigendosi prima verso Roma e poi verso Torre Astura, sulla costa a sud di Anzio, per salpare verso la Sicilia.

Lì, però, il nobile locale Giovanni Frangipane, un tempo partigiano di Federico II,  tradì Corradino catturandolo e consegnandolo, con i suoi uomini, a Carlo. Alcuni furono giustiziati senza indugio mentre Corradino e altri furono portati a Napoli e rinchiusi a Castel dell’Ovo. Accusato del reato di lesa maestà, venne emanata la sentenza di morte per decapitazione.

Corradino, sedicenne, fu giustiziato il 29 ottobre del 1268, nella Piazza del Mercato a Napoli, davanti una vasta platea probabilmente costernata perché, per la prima volta, un re – non pago della vittoria – autorizzava l’esecuzione di un suo “pari”. Terminava così la presenza Sveva in Italia, e con essa le speranze dei ghibellini italiani.

La decapitazione pubblica – Miniatura dalla “Nuova Cronica” di Giovanni Villani – Biblioteca Apostolica Vaticana

Il Regno di Carlo d’Angiò

L’uccisione del giovane Corradino alienò molte simpatie al nuovo sovrano Angioino. Il giudizio che ne ebbero i contemporanei fu multiforme: da malvagio e crudele tiranno a pio re cristiano difensore della Chiesa; da dispotico protagonista della cattiva gestione del regno a prode cavaliere, dalle grandi doti militari e politiche.

Sta di fatto che dopo morte dell’ultimo Svevo, eliminato finalmente ogni pericolo esterno, Carlo d’Angiò iniziò il suo pieno ed effettivo governo del regno che portò ad una sua complessiva riorganizzazione, anche se non andò a stravolgere del tutto la preesistente struttura sveva. Il primo atto di questo governo fu quello di trasferire la capitale da Palermo a Napoli.

Iniziava ufficialmente la storia del Regno di Napoli, e la nuova denominazione della compagine politica angioina soppiantò definitivamente quella precedente – c.d. “Regno di Sicilia” – quando la Sicilia si staccò dal resto del paese dopo i Vespri Siciliani (1282) e, ufficialmente, dopo la Pace di Caltabellotta (1302).

Carlo d’Angiò e Beatrice di Provenza sul trono – Miniatura – Bibbia degli Angiò

Bibliografia

📖 Gabriella Piccinni, “I mille anni del Medioevo”, Milano, Pearson 2000.
📖 Guido Iorio, “La battaglia di Benevento (26 febbraio 126) nei cronisti coevi”, in “Schola salernitana” vol. 21 (2016) pp. 9-34.
📖 Camillo Minieri Riccio, “Alcuni studii storici intorno a Manfredi e Corradino della imperiale casa di Hohenstauffen”, Tipografia largo S. Marcellino, Napoli 1850.

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a cura di

Rosanna Diana

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