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L’evoluzione del lavoro nel Medioevo

Nella Storia il valore, la concezione e le tutele attribuite al lavoro sono cambiati notevolmente, da una visione di sostanziale sussistenza ad una di produzione di massa. In questo articolo ci concentreremo sul lavoro nel Medioevo, che potrebbe stupire molti per le sue differenze ma anche somiglianze con quello moderno.

Il lavoro ha sempre fatto parte della natura umana: nulla in questo universo è gratuito e l’essere umano ha sempre dovuto combattere con un ambiente naturalmente ostile alla sua esistenza ed con una breve vita che lo ha sempre costretto a lavorare, faticare e sperare che il suo operato potesse essere continuato o di aiuto ai suoi figli. Il lavoro e l’uomo sono la stessa cosa e nessuno dei due può esistere senza l’altro.

Occore una ulteriore precisazione: tutto quello che sarà detto in questo articolo è una generalizzazione, di un argomento che presenta elementi caratteristici e differenti anche solamente da un villaggio ad un altro.

La società tripartita

Prima di addentrarci nel cuore dell’argomento, occorre ricordare che la società occidentale medievale veniva generalmente divisa in Oratores, Bellatores e Laboratores (ovvero chierici, guerrieri e lavoratori) seguendo la dicitura proposta dal vescovo Adalberone di Laon nella sua opera Poème au roi Robert (le Pieux), del 1030.

Gli Oratores avevano un canale privilegiato di comunicazione con Dio e questo conferiva loro il ruolo di occuparsi delle anime degli uomini, sia mentre erano in vita che dopo la loro morte. Li portava anche ad eseguire lavori di conservazione e divulgazione delle sacre scritture, oltre che di mantenimento del patrimonio culturale ereditato dall’Antichità.

I Bellatores erano i guerrieri, i cavalieri e i nobili che avevano teoricamente il compito di difendere i cristiani, da sé stessi e dagli infedeli che minacciavano il culto e i territori della cristianità. Principalmente questi vivevano di rendita e si occupavano dell’arte della guerra: i loro primogeniti ereditavano tutto mentre gli altri figli venivano nominati cavalieri. Erano essenzialmente mercenari e spesso creavano non poche difficoltà al mantenimento dell’ordine pubblico.

I Laboratores erano tutti gli altri, coloro che dovevano guadagnarsi da vivere con il sudore ed erano principalmente contadini, che erano a loro volta assoggettati ai nobili. Erano considerati lo strato più basso della società poiché loro praticavano il lavoro che Dio aveva condannato l’uomo a fare come punizione, dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre. Fra essi c’erano anche gli artigiani, uomini liberi che svolgevano la loro arte a seconda delle necessità della comunità e dei nobili.

Questa distinzione vale sia per il Sud che per il Nord Europa, ma è dopo l’anno 1000 che le cose cambiano considerevolmente e in maniera assolutamente non uniforme.

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I tre stati: religiosi, guerrieri e contadini – Manoscritto Sloane 2435 – British Library ©

Una società in movimento

Il lavoro durante i secoli del Medioevo non fu sempre uguale e i principali fattori di cambiamento furono:

  • la crescita demografica;
  • una benevola situazione climatica;
  • la stabilizzazione delle rotte commerciali in tutta Europa, che ebbe a sua volta come conseguenza una incredibile espansione del commercio che ne pose il Mediterraneo al centro.

Come sappiamo tutto questo innescò un processo che portò forse la novità più profonda e rivoluzionaria nella società dell’epoca: la formazione delle città come organo giuridico, economico e sociale indipendente.

Ma andiamo con ordine. Tutti questi cambiamenti portarono alla quasi totale scomparsa della schiavitù: era infatti diventato dispendioso ed inefficiente mantenere con vitto e alloggio persone che poi erano capaci di lavorare soltanto per una piccola parte della loro vita, essendo l’infanzia e la vecchiaia caratteristiche incompatibili con il lavoro pesante dei campi. I nobili allora capirono che ci sarebbe stato più guadagno nell’affittare i proprio terreni agli agricoltori creando così una nuova classe di lavoratori che, pur sottostando sempre ad un signore, aveva libertà di poter commerciare e vendere quel poco che potevano, creando così a loro volta commercio e possibilità di lavoro trasversali. I nobili, quindi, spostarono lentamente il loro introito verso il riscatto di affitti e verso il monopolio di risorse naturali come i corsi d’acqua, diventati indispensabili per l’utilizzo dei mulini ad acqua.

L’espansione demografica ed economica di villaggi e città, portò ad una professionalizzazione del lavoro e alla nascita delle botteghe che determinò definitivamente la separazione tra il lavoro nei campi e quello manifatturiero, di raffinazione e lavorazione di materie prime e quindi di artigianato. La bottega era un luogo fisico in cui il maestro, che si circondava di garzoni ed apprendisti, viveva, lavorava e vendeva la sua arte. Tale fu il successo e l’espansione di questa nuova forma di lavoro che più botteghe finirono per unirsi in corporazioni, che tutelavano i propri membri e promuovevano l’espansione dei loro affari. Alcune di queste corporazioni divennero addirittura talmente grandi e potenti da influire sulla politica di alcune città italiane.

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Bottega del tessitore di lana – Tacuinum Sanitatis – Österreichischen Nationalbibliothek (Vienna) ©

Nuove categorie: i lavoratori giornalieri

Con la prosperità cittadina si creò anche una nuova categoria: i lavoratori giornalieri. Questi erano persone che di solito si presentavano la mattina alle porte della città e venivano assunti a giornata per fare lavori più umili e manuali. Provenivano dalle campagne ed erano attratti dalla ricchezza e possibilità di lavoro che la città offriva. Erano però visti come estranei alla vita cittadina e quindi con qualche grado di sospetto, anche se erano la principale fonte di manodopera della città.

La figura del mercante

Il mercante medievale era una figura non molto diversa da quella che noi ci immaginiamo: un uomo che viaggiava per terre lontane per comprare e vendere merci e guadagnarci sulla differenza. La vita del mercante era una difficile, sempre in balia degli elementi e del pericolo di aggressioni e quindi il rischio di perdere da un giorno all’altro tutto quello che possedeva.

Nelle zone del Nord Europa, in cui le città non ebbero la potenza e l’indipendenza di quelle italiane, la situazione era più o meno simile anche se si pose più enfasi nella esportazione di materie prime come legna e derivati e sulla pesca ed il commercio marittimo che permise, alle più grandi e meglio situate geograficamente, di diventare importanti porti e crocevia di qualsiasi tipo di affare.

Dobbiamo inoltre considerare che la società medievale ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la figura del mercante. Da una parte esso era una figura importantissima nel tessuto sociale, poichè la sua arte permetteva alla merce di circolare e quindi sviluppava tutta una serie di benefici per chi comprava e per chi vendeva. Inoltre era anche un collante che univa aree geografiche molto distanti tra di loro permettendo anche la circolazione di idee e conoscenza. Dall’altra parte, era un ricco non di sangue nobile, che aveva ottenuto la sua ricchezza grazie al commercio, arte che la Chiesa considerava impossibile eseguire senza macchiarsi di azioni peccaminose. Nel 1179 la stessa Chiesa vietò la pratica dell’usura a tutti i cristiani, cioè l’attività creditizia di anticipo di contante a fronte di un tasso di interesse.

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Marinus van Reymerswaele – Il cambiavalute e sua moglie – Museo del Prado (Madrid) ©

E’ nel XIII secolo che, almeno ufficialmente, le cose cambiano per il mercante. Infatti in questo periodo la Chiesa fu costretta a spostare la sua predicazione dalle campagne alle città, diventate fulcro della vita economica, culturale e sociale. Non è un caso che in questo periodo ci fu la nascita degli Ordini Mendicanti, Domenicani e Francescani, la cui predicazione era diretta principalmente verso gli abitanti delle città. Questa convivenza forzata, gomito a gomito, di prelati e mercanti, rese la pratica commerciale più accettata, ad esclusione dell’usura, relegata agli Ebrei. Era comunque comune che alla loro morte molti mercanti donassero quasi tutta la loro fortuna alla Chiesa o alle istituzioni ecclesiastiche locali, per chiedere perdono dei peccati commessi in vita ed aiutare l’anima penitente nel Purgatorio.

Non era così inconsueto, inoltre, per i mercanti che facevano affari in diverse zone dell’Europa, avere delle filiali: si stava infatti creando quel sistema di ramificazione del commercio, che porterà poi alla nascita delle più grandi compagnie mercantili mondiali.

Bibliografia

📖 Robert Fossier - Il lavoro nel Medioevo - Einaudi - 2002
📖 Jacques Le Goff - L’uomo medievale - Laterza - 2006
📖 Andre Zorzi - Manuale di storia medievale - UTET Università - 2016
📖 Marc Bloch - Lavoro e tecnica nel Medioevo - Laterza - 2009
💻 Treccani.it

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a cura di

Bogdan Aurelio Chifor

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