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La ricostruzione del Tempio G di Selinunte

In questo approfondimento vi parlerò del Tempio G di Selinunte uno dei più grandi templi che la Magna Grecia ci abbia lasciato, ma non vi parlerò del tempio in sé, bensì del progetto di una sua ricostruzione.

Un breve excursus storico

La città di Selinunte sorgeva sulla costa sud-occidentale della Sicilia, sebbene oggi ne rimangano solo le rovine, fu una ricchissima colonia greca, seconda solo ad Akgragas, l’antica Agrigento. Il nome della città deriva dal greco sèlinon, ossia sedano, pianta che ancora oggi vi cresce selvatica.

La città fu fondata nel 650 a.C, circa 100 anni dopo Roma, e crebbe fino al V secolo aumentando la sua egemonia sul territorio, spesso scontrandosi  con altre città, tra cui Atene e la vicina Segesta, di cui si possono ammirare ancora oggi un tempio ed il teatro.

La città cadde però in rovina a seguito di un attacco da parte dei cartaginesi nel 409 a.C, da quel momento non riuscì infatti mai più a risollevarsi fino al suo definitivo abbandono a seguito delle conquiste romane. Così per secoli della città rimasero solo i templi e le case disabitate, fino al terremoto verificatosi tra il VI e il IX secolo d.C. che ridusse ciò che ne rimaneva in rovine.

tempio g selinunte
Veduta dei resti del Tempio G (Selinunte)

La riscoperta della città

Sarà con il Rinascimento che si avrà una prima riscoperta della città che diventerà anche meta di studiosi e artisti di tutta Europa. Sebbene sia da sempre stata utilizzata come cava a cielo aperto sarà solo nel 1809 che iniziarono i primi scavi archeologici di epoca moderna. Le operazioni furono eseguite da architetti inglesi che cercarono di portare alcuni reperti al British Museum.

L’esportazione fu però bloccata, anche in luce di quello che era da poco accaduto ai marmi del Partenone. Nell’acropoli di Atene, infatti, vi fu un’importante asportazione di pezzi originali da parte dell’ambasciatore inglese Thomas Bruce, conte di Elgin. L’acquisizione di questi calchi face discutere già all’epoca ma è una questione che si protrae ancora oggi, tanto che nel 2014 è stato necessario chiamare in causa persino l’UNESCO come mediatore nella disputa fra Grecia e Regno Unito. Anche più recentemente, in periodo di Brexit, una clausola in una bozza di accordo tra UE e Inghilterra ha fatto molto discutere perché sembrava fosse stata proposta proprio per far tornare i marmi del Partenone in Patria.

Da allora la città rimarrà pressoché intatta, verrà istituito il sito archeologico più grande d’Europa e negli anni ‘50 verrà fatta una prima ricostruzione del Tempio E. Oggi questo intervento è però molto criticato per l’utilizzo del cemento armato, materiale conservativamente non idoneo ma all’epoca stimatissimo . 

Tempio E di Selinunte – Selinunte.net ©

Il progetto di ricostruzione: pro e contro

Nelle ultime decine di anni il tempio G è tornato a far parlare di sé grazie al progetto di una sua ricostruzione, proposta portata avanti da personaggi di spicco come Vittorio Sgarbi, assessore ai Beni Culturali della Sicilia, e l’archeologo e consulente della Provincia di Trapani, Valerio Massimo Manfredi.

Ciò ha ovviamente fatto scaturire una querelle scientifica che vede da una parte i fautori della proposta, appoggiati anche da un interesse politico, e dall’altra chi invece pensa che la ricostruzione sarebbe solo una deturpazione di un documento storico e una manovra commerciale per il turismo.

Vediamo ora i principali punti contro e a favore del progetto. Gli oppositori sostengono in primis che l’operazione sarebbe costosissima per uno stato già in crisi come il nostro e che si avrebbe, in ogni caso, un mezzo risultato. Il tempio G, infatti, non è mai stato completato, durante la conquista punica della città il tempio era ancora in costruzione, perciò un eventuale ricostruzione sarebbe parziale, soprattutto se consideriamo che non tutti i rocchi giunti sino a noi saranno ancora utilizzabili. In aggiunta a questo la zona è sempre stata poco abitata e il crollo definitivo è avvenuto in un epoca molto lontana perciò non è giunto sino a noi nessun tipo di disegno, dipinto o altro documento storico che ne attesti l’aspetto originale su cui basare poi la ricostruzione. Di conseguenza non si conoscono nemmeno le precise quantità o il tipo di reintegrazioni che andrebbero prodotte. Si rischierebbe quindi di iniziare un’impresa titanica per poi scoprire che la quantità di reintegrazioni sarebbe troppo elevata per l’odierna filosofia di restauro archeologico.

In ultima istanza si attuerebbe un falso storico perché si cancellerebbe la storia delle rovine: il tempio è sorto, abbandonato e poi crollato per via di un terremoto, riportarlo in piedi falsificherebbe la storia di quelle rovine e decontestualizzerebbe tutti quei dipinti e poesie che nei secoli ci hanno raccontato il fascino di queste rovine.

In definitiva, ciò che alcuni si chiedono è: vale la pena realizzare un’ombra sbiadita e falsificata di ciò che erano un tempo quelle rovine?

A queste riflessioni e domande ovviamente si contrappongono le ragioni dei fautori della ricostruzione. In primis i sostenitori del progetto specificano che non si tratterebbe di una ricostruzione, bensì di un’anastilosi, ossia il riutilizzo dei soli pezzi originali e ben conservati, le uniche aggiunte moderne sarebbero poche parti indispensabili per la staticità della struttura.

L’anastilosi, a ben guardare non è nemmeno un’operazione così sporadica. Oltre al già citato Tempio E di Selinunte, uno dei simboli della Sicilia, e in particolare di Agrigento, è l’angolo del Tempio dei Dioscuri nella Valle dei Templi, riassemblato a inizio ‘800. Un altro celebre caso è proprio l’Acropoli di Atene, dove tra l’Eretteo, i Propilei ed lo stesso Partenone sono state introdotte ben 1800 tonnellate di nuovo marmo.

Se interessati all’argomento vi consiglio di confrontare le foto odierne con le fotografie d’epoca e con alcune antiche incisioni. Sulle ricostruzioni monumentali ottocentesche dedicheremo però uno spazio ad hoc, in un altro approfondimento.

In sequenza: la prima fotografia conosciuta del Partenone, scattata da Joly de Lotbinière nel 1839 – Il Partenone ai giorni nostri – Un dipinto raffigurante le rovine del Partenone e la moschea ottomana costruita dopo il 1715

Tirando le somme

È stato fatto anche notare come tutte le critiche riguardanti la falsificazione di un documento archeologico potrebbero essere in effetti rivolte a tutta l’archeologia, in quanto è sempre un’operazione di cancellazione del passare del tempo, di parziale ricostruzione degli immobili oltre che di decontesualizzazione di molti manufatti, che dal loro luogo originali vengono poi musealizzati.

Dal punto di vista pratico, poi, il ricollocamento e la manipolazione dei rocchi sarebbe anche l’occasione di poter migliorarne le condizioni ambientali. Fino ad oggi, infatti, i pezzi sono sempre stati a contatto con il terreno, con l’umidità, spesso infestati dalla vegetazione o in posizioni pericolose per il loro mantenimento. Il processo di studio e di ricollocamento dei pezzi sarebbe poi occasione unica di studio scientifico delle parti del tempio e della sua storia.

In ultima analisi, sebbene non sia il motivo principe per cui effettuare l’anastilosi, non si può nemmeno fingere che non sia un’occasione di valorizzazione del sito archeologico, come anche della regione e dell’immagine dell’Italia all’estero. La ricostruzione parziale del tempio sarebbe sicuramente di forte impatto e di interesse internazionale e porterebbe maggiore turismo ad una delle regioni più povere d’Italia. E per di più, e qui chiudo, con costo zero da parte dello Stato grazie alla volontarietà di diversi investitori privati.

Personalmente penso che nella maggior parte dei casi sia più importante il come rispetto al cosa. Perciò ritengo che la ricostruzione del Tempio G di Selinunte sarebbe un’operazione estremamente interessante dal punto di vista scientifico come da quello turistico, a patto certo, che le operazioni vengano svolte a regola d’arte.

Ascolta la puntata del nostro podcast!

Bibliografia

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a cura di

Giulio Claudio Barbiera

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