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Ambrogio, storia di un vescovo laico

Aurelio Ambrogio, della gens Aurelia e figlio del prefetto delle Gallie Ambrogio, è un santo la cui ricorrenza cade, per quasi tutte le chiese che lo venerano, il 7 dicembre. Egli nacque, in un mondo romano già avviato verso il declino, nelle Gallie e in particolare a Treviri (337-339 d.C.) dove prestava servizio il padre. Di lui sappiamo che ebbe almeno un fratello e una sorella, entrambi più grandi di lui, dal nome Satiro e Marcellina e che fu avviato a Roma, in seguito alla precoce dipartita del padre, alla carriera burocratica tipica del cursus honorum che il suo ceto garantiva.

Ambrogio, un vescovo laico?

Giunto a Roma nel Natale del 353[1] Ambrogio fu in seguito eletto da Valentiniano I come predetto dell’Emilia e della Liguria, la cui sede consolare era proprio a Milano. Da qui il suo legame con la città, in cui imperversava in quel tempo la lotta tra la fazione cattolica e quella ariana; in particolare quest’ultima aveva avuto l’appannaggio della sede vescovile di Milano, dove l’ariano Aussenzio aveva svolto la sua attività pastorale in un clima di profonda tensione religiosa. Fu proprio nel suo tentativo di mediare tra le due fazioni che lo stesso Ambrogio venne acclamato vescovo di Milano pur non essendo nemmeno battezzato e anzi solo catecumeno[2]. Nonostante le sue prime resistenze alla carica, Ambrogio accettò di divenire vescovo di Milano occupando il soglio milanese in maniera energica in una Chiesa scossa dalle eresie e dove il primato di Roma non era ancora affermato dogmaticamente. Dopo un primo periodo in cui dovette affinare le sue conoscenze teologiche e dottrinali sotto la guida di padre Simpliciano, Ambrogio iniziò a difendere dal soglio di Milano il credo espresso nel concilio di Nicea. Se con Valentiniano I la sua azione si svolse in sordina per evitare di entrare in tensione con la corte (in cui l’arianesimo era tenuto di conto), fu con Graziano imperatore che Ambrogio potè usare tutto il suo peso sulla politica religiosa imperiale.

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Un’immagine sacra di S. Ambrogio

Nonostante la madre di lui, Giustina, parteggiasse apertamente per la corrente ariana, Ambrogio riuscì con Graziano a far prevalere la parte nicena riuscendo ad indire nel 381 il Concilio di Aquileia in cui venne deposto il vescovo ariano Palladio di Ratiara[3] e dare finalmente il colpo di grazia alla fazione avversaria. La sua influenza su Graziano permise ad Ambrogio di far rifiutare all’imperatore, per la prima volta, il titolo di pontifex maximus; questo fu soltanto il preambolo di quelli che saranno gli editti di Tessalonica (380) e Costantinopoli (392) con cui verrà individuato il cristianesimo come la prima religione dello Stato romano. Nel 390 poi, Ambrogio impose la penitenza all’imperatore Teodosio, reo di aver ordinato la strage di civili a Tessalonica dopo la ribellione della città contro il presidio romano (390); per poter tornare a comunicarsi, l’imperatore venne costretto dal vescovo milanese a pubblica ammenda[4]. Questo precedente costituì uno dei primi esempi di sottomissione del potere imperiale a quello religioso e a cui si farà riferimento durante il periodo medievale riguardo ai rapporti tesi tra papato e il potere imperiale. Tornando al nostro Ambrogio, dopo la morte di Teodosio (395), la sua influenza sulla corte diminuì sino alla morte del vescovo il 4 aprile del 397. Esempio fulgido di come nel periodo tardo antico fosse possibile accumulare cariche ecclesiastiche ad altre di tipo amministrativo, Ambrogio è tutt’oggi ricordato come il patrono di Milano e uno dei Padri della Chiesa più influenti del suo tempo.

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Statua di Valentiniano II da Afrodisia – Museo Archeologico di Instanbul ©

Ambrogio, patrono delle Api

Tralasciando la biografia principale di cui sopra abbiamo dato un breve profilo, è la Vita Ambrosii di Paolino di Milano, collaboratore del vescovo milanese tra il 394 e il 397, che operò sotto tre imperatori, a fornire interessanti elementi sulla vita del patrono di Milano. Nativo di Firenze, Paolino passò poi alla gestione dei beni della Chiesa milanese in Nord Africa dove conobbe Agostino d’Ippona che lo convinse a redigere la vita di Ambrogio[5]. Pur senza pretese di completezza, l’opera di Paolino non vuole essere soltanto un’agiografia ambrosiana ma pone il suo accento sul ruolo politico e religioso che il vescovo milanese ricoprì nella sua vita, sacrificando ai fini di una narrazione più snella possibile, orpelli retorici.

Il racconto delle api, di cui Ambrogio è il patrono, è ricavato proprio dal racconto di Paolino che narra come il piccolo Ambrogio giacesse nella culla all’interno del cortile del pretorio dove lavorava il padre quando uno sciame d’api gli ricoprì volto e bocca[6]. Mentre la nutrice dell’infante provava a scacciare gli animali, i genitori la fermarono per osservare l’insolito fenomeno finché gli insetti non volarono via da sé. Lo stesso Paolino fornisce poi al lettore la lettura allegorica dell’insolito miracolo: le api, produttrici di miele, hanno instillato nella bocca del piccolo Ambrogio quella stessa dolcezza che sarà nota a tutti nelle sue omelie da vescovo di Milano. Questo segno divino, riportato a Paolino probabilmente dalla stessa sorella di Ambrogio, non è altro che una premonizione della futura attività ambrosiana a capo della diocesi di Milano.

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Basilica di S. Ambrogio (Milano)

L’acclamazione a Vescovo di Milano

Paolino poi dedica una lunga descrizione dell’elezione di Ambrogio al soglio vescovile di Milano[7], in cui egli inserisce elementi narrativi davvero interessanti. Innanzitutto, come detto sopra, in un momento storico in cui l’eresia ariana stava creando molti problemi alla chiesa cattolica, la scelta del vescovo della capitale dell’impero rappresentava un tassello importante all’interno di questa contesa religiosa. Alla morte di Aussenzio, Ambrogio intervenne come consolare e per conto dell’imperatore nel calmare le due fazioni e soprattutto ottenere una mediazione. In modo del tutto inaspettato la scelta cadde su di lui. Ambrogio, oltre ad essere soltanto un catecumeno, sembrò rifiutare in ogni modo quell’onere; dato che sia i cattolici che gli ariani sembravano puntare su di lui,  egli tentò dapprima di addebitarsi una condotta riprovevole per non essere scelto. In primo luogo infatti egli diede l’ordine di torturare senza motivo alcune persone della folla e in seguito egli fece arrivare pubblicamente in casa sua delle prostitute; di tutta risposta, sempre secondo Paolino, la folla rispose “Ricada su di noi il suo peccato”. Questa frase, che contiene echi evangelici[8] sarebbe per l’autore un modo con cui la folla milanese, per preservare la santità di Ambrogio, si sarebbe addossata le colpe dell’atteggiamento non idoneo dell’acclamato episcopo. Nonostante ciò, Ambrogio volle ancora una volta sfidare il fato e fuggì in direzione Pavia ma, persa la direzione, si ritrovò di fronte ad una delle porte d’accesso della città meneghina, detta Porta Romana. Per Paolino quella era un’altra allegoria secondo cui Ambrogio sarebbe stato un muro difensivo per la Chiesa contro la minaccia degli eretici. Il popolo dunque, ritrovato il fuggiasco Ambrogio, lo scortò in città e venne inviato un rapporto all’imperatore Valentiniano e al prefetto Probo, che benedissero entrambi la sua elezione. Ma Ambrogio non volle desistere e tentò nuovamente di darsi alla fuga, rifugiandosi presso il podere di tale Leonzio, un uomo di rango senatorio. Alla notizia del fatto che l’elezione a vescovo di Ambrogio era stata benedetta dall’imperatore e dal prefetto del pretorio, Leonzio lo consegnò ai milanesi per il timore di essere arrestato e privato di tutti i beni per aver disobbedito all’ordine imperiale. Ambrogio dunque, accettata la volontà divina che sembrava ineluttabile, divenne vescovo e dopo la sua dipartita, patrono della città di Milano, ancora oggi molto legata alla sua figura.

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Mosaico di Sant’Ambrogio – Basilica di Sant’Ambrogio (MI)

Note

[1] Cfr. J. Quasten, Patrologia, Dal Concilio di Nicea al Concilio di Calcedonia, Vol. III, a cura di A. Di Berardino, Roma 1980, p. 135.

[2] Cfr. De officiis ministrorum, 1, 4: […] Ego enim raptus de tribunalibus atque administrationis infulis ad sacerdotium, docere vos coepi, quod ipse non didici.

[3] Cfr. M. Simonetti, E. Prinzivalli, Storia della letteratura cristiana antica, Bologna 2010, pp. 452-453.

[4] Cfr. G. Bosio, E. dal Covolo, M. Maritano, Introduzione ai padri della Chiesa. Secoli III e IV, Vol. III, Torino 1996, p. 54.

[5] Cfr. C. Mohrmann, A.A.R. Bastiaensen, Vite dei Santi dal III al V secolo. Vita di Cipriano, Vita di Ambrogio, Vita di Agostino, Milano 1975, pp. XXIX-XXX.

[6] Cfr. Vita Ambrosii 4, 1-2 in C. Mohrmann, A.A.R. Bastiaensen, op. cit., pp. 58-59.

[7] Cfr. Vita Ambrosii 6-9.

[8] Cfr. Mt., 27, 25,

Bibliografia

🏺 Ambrogio, De officiis ministrorum, in Gabriele Banterle, I doveri, Roma, Città Nuova Editrice, 1977.
🏺 Paolino di Milano, Vita Ambrosii, in Vite dei santi dal III al VI secolo. Vita di Cipriano. Vita di Ambrogio. Vita di Agostino. a cura di Christine Mohrmann, A. A. R. Bastiaensen, Milano 1975.
📖 G. Bosio, E. dal Covolo, M. Maritano, Introduzione ai padri della Chiesa. Secoli III e IV, Vol. III, Torino 1996
📖 J. Quasten, Patrologia, Dal Concilio di Nicea al Concilio di Calcedonia, Vol. III, a cura di A. Di Berardino, Roma 1980.
📖 M. Simonetti, E. Prinzivalli, Storia della letteratura cristiana antica, Bologna 2010

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a cura di

Pietro Giannetti

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