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Saffo: la donna, la poetessa e il Tiaso

Le notizie biografiche riguardanti la più famosa poetessa dell’antichità sono purtroppo molto scarse e quelle tramandate risultano spesso discordanti: solo in pochi casi è la stessa Saffo che nei suoi versi fa riferimento ad alcuni aspetti della sua vita.

Le origini e la famiglia

Sappiamo che nacque e visse a Lesbo, isola dell’Egeo nordorientale, tra la seconda metà del VII secolo a.C. e gli inizi del VI secolo a.C.. Secondo quanto riporta il lessico bizantino Suda, sarebbe nata intorno al 640 a.C. nella città di Ereso sulla costa occidentale dell’isola; in seguito, si sarebbe trasferita a Mitilene, dove avrebbe trascorso il resto della sua vita. Secondo altre fonti invece, tra cui Erodoto, la poetessa sarebbe nata proprio a Mitilene.

Si conoscono alcuni dati della famiglia di origine, il padre si chiamava Scamandro (o Scamandronimo) e la madre Cleide. Oltre a Saffo, la coppia ebbe altri tre figli maschi; uno dei nomi conosciuti è Carasso la cui storia è nota perchénel corso di uno dei suoi viaggi in Egitto si innamorò dell’etera Dorica, mettendo a rischio la reputazione e il patrimonio economico della famiglia. Alla vicenda, come ci ricorda anche Erodoto, fa riferimento la stessa Saffo in un’ode dedicata al fratello al suo ritorno a Lesbo:

Κύπρι καὶ] Νηρήιδες, ἀβλάβη[ν μοι τὸν κασί]γνητον δ[ό]τε τυίδ’ ἴκεσθα[ι κὤσσα ϝ]οἰ θύμω <οι> κε θέλη γένεσθαι πάντα τε]λέσθην,

ὄσσα δὲ πρ]όσθ’ ἄμβροτε πάντα λῦσαι[ι καὶ φίλοισ]ι ϝοἶσι χάραν γένεσθαι
…….ἔ]χθροισι, γένοιτο δ’ ἄμμι
……μ]ηδ’ εἶς,                                                   

τὰν κασιγ]νήταν δὲ θέλοι δὲ πόησθαι              
]τίμας. [ὀν]ίαν δὲ λύγραν….             
Tu o Cipride, e voi, o Nereidi, concedetemi che mio fratello qua giunga incolume e che si avverino tutti i desideri che egli nutre nel suo animo,

e che cancelli tutti gli errori che in passato ha commesso, e così ci sia gioia per i suoi (cari) (e dolore) per i suoi nemici e a noi non sia… nessuno…  

e dell’onore voglia rendere (partecipe) sua sorella, e dai dolorosi tormenti
(Fr. 5 Voigt, vv. 1-10 – Traduzione F. Ferrari)

Scrive Erodoto:

Χάραξος δὲ ὡσ λυσάμενος Ῥοδῶπιν ἀπενόστησεν ἐσ Μυτιλήνην, ἐν μέλει Σαπφὼ πολλὰ κατεκερτόμησέ μινQuanto a Carasso, dopo aver riscattato Rodopi, tornò a Mitilene e Saffo in una sua poesia lo rimproverò molto duramente
(Erodoto II, 135, 6 – Traduzione F. Bevilacqua)    

Saffo celebrava spesso nei suoi versi il fratello Larico che nella società ricopriva uno dei ruoli più importanti, sappiamo infatti che era coppiere nel pritaneo di Mitilene. Questo ruolo, che era riservato ai membri delle famiglie aristocratiche, conferma l’appartenenza della famiglia di Saffo ad un rango elevato. Non ci sono informazioni sul terzo fratello, Erigyios, anche se la tradizione conferma che anche il suo nome compariva nei versi.

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Ritratto di Saffo – Museo Archeologico Nazionale di Napoli ©

L’esilio

Sembrerebbe inoltre che la donna abbia trascorso un periodo della sua vita in esilio in Sicilia con la famiglia; questa notizia che ricaviamo dalla fonte epigrafica del Marmo di Paro, colloca la vicenda nel corso dell’arcontato di Crizia ad Atene, al tempo in cui i gamoroi (i proprietari terrieri di origine greca) detenevano il potere a Siracusa” (Canfora). Si pensa che la destinazione sia la Sicilia proprio per il riferimento a Siracusa che viene fatto nel testo. Grazie al riferimento a Crizia, si può dire che l’esilio si sia verificato in un anno tra il 604 a.C. e il 598 a.C.; periodo di conflitti civili a Mitilene (come riportano Strabone e Diogene), in cui molto probabilmente la famiglia di Saffo era direttamente implicata. 

ταῦτα τὰς Κλεανακτίδα̣[                  
φύγας̣… ισαπολισεχει…
μνάματ᾿· ἶδε γὰρ αἶνα διέρρυε̣[ν
Questi ricordi dell’esilio dei figli di Cleanatte conserva la nostra città: poiché costoro terribilmente si sbandarono
(Fr. 98 b V, vv 7-9 – Traduzione F. Ferrari)

Il presunto matrimonio e la figlia

In uno dei frammenti più celebri, il 132 Voigt, Saffo dice di avere una figlia di nome Cleide (lo stesso nome della madre) di cui parla con grande tenerezza e amore; secondo alcune tradizioni, la bambina sarebbe nata a seguito delle nozze della poetessa con un ricco uomo di Andro, Cercila.

Ἓστι μοι κάλα πάις χρυσίοισιν ἀνθέμοισιν
ἐμφέρη<ν> ἒχοισα μόρφαν Κλέις <> ἀγαπάτα,
ἀντὶ τᾶσ ἓγωὐδὲ Λυδίαν παῖσαν οὐδ’ ἐρανναν…  
Ho una bella figlia che ha l’aspetto simile ai fiori d’oro La mia cara Cleide
In cambio della quale io né tutta la Lidia ne l’amabile
(Fr. 132 V – Traduzione Luigi Arcese)  

La vecchiaia e la leggenda della sua morte

La vita di Saffo fu con molta probabilità molto lunga, in un frammento descrive la vecchiaia e i suoi sintomi, riferendosi forse direttamente a se stessa:

…]πων κάλα δῶρα παῖδες                                           …]φιλάοιδον λιγύραν χελύνναν
…πα]ντα χρόα γῆρας ἤδη
…λεῦκαι δ᾿ ἐγένο]ντο τρίχες ἐκ μελαίναν
…]αι, γόνα δ᾿ [ο]ὐ φέροισι                                               
(onorate), o fanciulle, i doni leggiadri delle Muse seno (di viola)… (prendendo) la lira armoniosa amica del canto: (che a me) ormai la vecchiaia (ha inaridito) tutta la pelle…e i capelli da neri sono diventati bianchi…. E le ginocchia non riescono a portarmi 
(Fr. 58 Voigt vv. 11-15 – Traduzione F. Ferrari)

Riguardo alla sua morte, le cui vere cause sono sconosciute, è stata tramandata una vera e propria leggenda, un’invenzione già conosciuta a Menandro e riportata poi anche da Ovidio (Heroides): la donna si sarebbe perdutamente innamorata del giovane Faone, che però non ricambiava il suo amore. Saffo, distrutta dal dolore, si sarebbe gettata dalla rupe di Leucade (luogo mitico in cui terminavano metaforicamente le pene d’amore). Questa leggenda può essere nata dal fatto che la figura di Faone era legata alla dea Afrodite e citata da Saffo nei suoi versi.  

Le seguaci delle Muse: il Tiaso

La fama di Saffo è comunque legata all’attività a cui si è dedicata per tutta la sua vita e grazie alla quale sono nati alcuni tra i suoi canti d’amore più belli e struggenti.  

Ella, per un certo periodo, ospitava nella sua casa delle ragazze e il suo compito era quello di prepararle alla loro futura vita di donne e mogli. Per indicare questo gruppo si usa il termine Tiaso, anche se non compare mai nei versi saffici: piuttosto, una volta, la poetessa parla di “seguaci delle Muse” (fr 150 Voigt – Privitera).

Il ruolo di Saffo, quello che provò per alcune delle sue allieve e come questo influenzò la sua poesia è un argomento molto ampio e ricco di tanti spunti di riflessione da meritare un ulteriore approfondimento.

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Saffo e Alceo – Lawrence AlmaTadema – Walters Art Museum (Baltimora) ©

Anche se lo scopo finale di questo Tiaso era la preparazione alla vita matrimoniale, in realtà nella casa di Saffo, Anattoria, Archeanassa, Arignota, Attis, Dica, Eirana, Girinno, Megara, Mica, Telesippa dovevano imparare come prima cosa ad essere donne belle, eleganti e desiderabili, dovevano cioè ottenere tutte le qualità per diventare “le giuste testimoni di Afrodite”. Saffo insegnava loro il portamento, il canto, la danza, cosa occorreva per farsi belle con unguenti e corone perché, come dimostra il mito di Paride, sono i doni della dea dell’amore e della bellezza che attraggono l’uomo sopra ogni altra cosa.  (Privitera)

È proprio nel corso di queste lezioni che la donna Saffo comincia a sentire crescere in lei sentimenti molto più forti per alcune delle sue ragazze; l’omoerotismo era molto comune in questi gruppi e non creava assolutamente scandalo, anzi veniva riconosciuto in lui un fine pedagogico. I forti sentimenti di Saffo sono chiaramente espressi dalla stessa in alcuni dei suoi versi più famosi, dove innanzitutto sottolinea che è l’amore la cosa più bella sulla terra:

ο]ἰ μὲν ἰππήων στρότον οἰ δὲ πέσδων,
οἰ δὲ νάων φαῖσ’ ἐπ[ὶ] γᾶν μέλαι[ν]αν
ἔ]μμεναι κάλλιστον, ἔγω δὲ κῆν’ ὄτ-
τω τις ἔραται·

πά]γχυ δ’ εὔμαρες σύνετον πόησαι
π]άντι τ[ο]ῦ̣τ’, ἀ γὰρ πόλυ περσκέ̣θ̣ο̣ι̣σ̣α
κ̣άλ̣λο̣σ̣ [ἀνθ]ρ̣ώπων Ἐλένα [τὸ]ν ἄνδρα
τ̣ὸν̣ [ αρ]ιστον

κ̣αλλ[ίποι]σ̣’ ἔβα ‘ς Τροΐαν πλέοι̣[σα
κωὐδ[ὲ πα]ῖδος οὐδὲ φίλων το[κ]ήων
π̣ά[μπαν] ἐμνάσθ<η>, ἀλλὰ παράγ̣α̣γ̣’ α̣ὔταν
[⸏ ]σαν

[ ]αμπτον γὰρ [
[ ]…κούφωςτ[ ]οη.[.]ν̣
..]μ̣ε̣ νῦν Ἀνακτορί[ας ὀ]ν̣έ̣μναι-
σ’ οὐ ] παρεοίσας,

τᾶ]ς <κ>ε βολλοίμαν ἔρατόν τε βᾶμα
κἀμάρυχμα λάμπρον ἴδην προσώπω
ἢ τὰ Λύδων ἄρματα †κανοπλοισι
[⸏ πεσδομ]άχεντας.
Alcuni una schiera di cavalieri, altri di fanti, altri di navi dicono che sulla nera terra sia la cosa più bella, io dico ciò che uno ama

Ed è del tutto facile rendere comprensibile ad ognuno questa mia affermazione, poiché colei che di gran lunga superò in bellezza gli esseri umani, Elena lasciò il suo nobilissimo sposo

E per mare andò a Troia
E non si dette alcun pensiero né della figlia ne dei cari genitori, ma Cipride la travolse nella passione d’amore




Ed ora fa ricordare di Anattoria che è lontana



Di lei vorrei vedere l’amabile incedere e il fulgore splendente del volto piuttosto che i carri dei Lidi e i fanti che combattono in armi.
(Fr. 16 Voigt – Traduzione L. Arcese)

Ma è nel celebre fr. 31 Voigt, che ci è stato tramandato dall’anonimo del Sublime e che è stato letto e imitato fin dall’epoca romana (Catullo), che troviamo una forte immagine dei sentimenti di Saffo; qui la poetessa elenca in maniera vera e dettagliata i sintomi dell’innamoramento e della gelosia; quelli che la vista della fanciulla che ha appena abbandonato la sua casa per sposarsi, fanno tremare il suo corpo:

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν ἔμμεν’ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντίος τοι ἰσδάνει, καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί- σας ὑπακούει                                                 


καὶ γελαίσας ἰμερόεν, τό μ’ ἦ μάν καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν· ὡς γὰρ <ἔς> σ’ἴδω βρόχε ὤς με, φώνη- σ’οὺδὲν ἔτ’εἴκει·                                           

ἀλλὰ κὰμ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον δ’ αὔτικα χρῶι πῦρ ὐπαδεδρόμακεν, ὀππάτεσσι δ’οὐδὲν ὄρημμ’, ἐπιβρό μεισι δ’ἄκουαι,                         
                     

έκἀδέ μ’ίδρως κακχέεται, τρόμος δέ παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ’πιδεύης φαίνομ’ ἔμ’ αὔτᾳ                                           

ἀλλὰ πᾶν τόλματον, ἐπεὶ †καὶ πένητα†.      
Sembrami essere simile agli dei
Quell’uomo che siede davanti a te
E vicino di ascolta parlare dolcemente
E ridere amorosamente  

E questo davvero mi sconvolge l’animo nel petto.
Come infatti io ti vedo appena, subito non riesco più nemmeno a parlare

Ma la lingua mi si spezza, d’improvviso un fuoco sottile mi corre sotto la pelle
Con gli occhi nulla vedo, le orecchie
Rombano

Il sudore m’inonda, un tremito mi prende tutta, sono più verde dell’erba e poco lontana dall’essere morta sembro a me stessa

Ma tutto si può sopportare, poiché…
           Fr. 31 V. – Traduzione L. Arcese

La quasi totalità dei frammenti di Saffo sono incentrati sul tema dell’amore e sull’importanza dei doni di Afrodite. Sono i sentimenti che hanno reso celebre la poetessa e che oggi permettono di dare spiegazione a termini quali “amore saffico” o “lesbico” che usiamo quasi quotidianamente e che nell’isola di Lesbo tra il VII e il VI secolo a.C.  nella casa di Saffo, trovano la loro origine.

Edizioni e tradizione

Oggi purtroppo leggiamo una piccolissima parte di quella che doveva essere in realtà tutta la produzione poetica di Saffo, nell’edizione Voigt si contano 168 frammenti, tramandati da papiri, ostraka (Ostrakon Florentinum, fr. 2 Voigt) o da antichi eruditi, quali Dionisio di Alicarnasso per la prima ode e l’anonimo autore del Sublime per il famoso testo sui sintomi (31 Voigt).

Sappiamo che tutti i versi furono sistemati dai grammatici alessandrini in 9 libri con una suddivisione su base metrica:

  • strofe saffiche, il primo;
  • pentametri eolici, il secondo;
  • asclepiadei maggiori, il terzo;
  • faleci e asclepiadei, il quinto;
  • epitalami, forse il nono).

Bibliografia

📖 COLONNA A., BEVILACQUA F., Erodoto, Le storie, Novara 2014
📖 FERRARI F., DI BENEDETTO V., Saffo, Poesie, Milano 2001
📖 ARCESE L., ἀθάνατος ποίησις, Antologia della poesia lirica greca, Napoli 1998
📖 LESKY A., Storia della Letteratura greca I, edizione Berna 1996
📖 PRIVITERA G. A., PRETAGOSTINI R., Storia e forme della letteratura greca I, Milano 1997
📖 CANFORA L., Storia della letteratura greca, Bari 2008

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a cura di

Benedetta Ficcadenti

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