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La percezione della morte fra Medioevo e Rinascimento

La paura è un sentimento innato nell’indole umana, uno stato emotivo di fronte ad un pericolo reale o immaginario che sia. Ha sempre frenato gli uomini nel fare qualcosa di più o meno avventato, le paure sono cambiate, si sono evolute insieme alla società, dalla paura di essere sbranati da un orso a quella della bomba atomica.

Ma c’è una paura che non ha mai smesso di essere presente nella psiche umana, è cambiata, sono cambiate le percezioni di essa e le sue manifestazioni ma è sempre stata lì, irrazionale e istintiva: la paura della morte.

Una paura storica

Nella Storia, attraverso i secoli e le mentalità, anche i sentimenti di paura della morte e la percezione di essa sono mutati e si sono evoluti. Molte persone, soprattutto in determinati periodi storici, affrontano e hanno affrontato la morte in maniera diversa, alcuni erano mossi da uno scopo più elevato spesso legato alla fede o ad un ideale molto più “nobile” altri mossi dai sentimenti. Uno degli esempi più eclatanti possiamo rintracciarlo nello stato moderno e negli anni post Rivoluzione Francese quando si cerca di Nazionalizzare la morte, e morire per la nazione diventa quasi prassi rispettata, ricordata ed esaltata[1].

Zygmunt Bauman (1925-2017), affronta il tema della paura della morte definendola un fenomeno originario e incontaminato, quella della morte è una delle paure che rendono l’individuo più vulnerabile dal momento che non si ha la percezione di una vita dopo la morte. È l’evento finale, un evento a cui non c’è rimedio e da cui non si può tornare indietro. Infatti, se di qualsiasi evento che incute paura gli uomini conoscono un prima e ipotizziamo un dopo su esperienze pregresse, della morte non conosciamo il dopo[2].

Per queste caratteristiche la morte rimarrà un mistero e le sue manifestazioni incomprensibili all’individuo che con il passare del tempo tenterà di materializzare attraverso costrutti e modi di fare. Proprio questo carattere della morte la rende un limite invalicabile, una paura minacciosa alla base di qualsiasi altro timore l’individuo possa provare, Bauman mette in rilievo come sia una di quelle paure che l’uomo condivide con il mondo animale per sottolinearne il carattere primitivo e istintivo[3].

Gli atteggiamenti nel corso della Storia sono stati i più disparati per tentare di alleggerire quella paura di morire che accompagnava l’esistenza umana, dal “memento mori” al “carpe diem” che in un certo senso incitavano a vivere una vita piena e godere delle gioie in vista di una morte, alle dottrine ecclesiastiche che teorizzavano una vita post mortem a cui aspirare.

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Trionfo e danza della morte – Oratorio dei Disciplini a Clusone (Bergamo) – Ph. Paolo Picciati

Quest’ultima era la dottrina cristiana che pone il guadagnarsi la salvezza dopo la morte come unico scopo della vita terrena distorcendo così il significato della stessa, diventa così atto di liberazione dalla vita terrena fatta di peccati e tentazioni, alleggerendo quel senso di paura, “trasformando la potenza distruttiva della morte in una formidabile forza di valorizzazione della vita[4].

Quello dello studio delle mentalità è un filone di studi storici abbastanza recente, sviluppatosi negli anni Trenta del Novecento ha trovato terreno fertile con lo sviluppo della scuola delle Annales, in Francia. Uno degli esempi più eclatanti della Storia di mentalità è lo studio della Storia delle paure, in particolare della Storia della paura della morte, di come questa si sia sviluppata e adattata ai momenti storici, cambiata ed evoluta anche e soprattutto in relazione alla Storia evenemenziale. Lo studio delle mentalità e dell’aspetto psicologico di una collettività o di un individuo non è stato presente da sempre nella speculazione storiografica, pertanto, anche la storiografia intorno al tema della morte si è sviluppata tardi.

Gli studi più interessanti nell’ambito della Storia delle mentalità sono sicuramente, a mio avviso, quelli legati ai temi della morte, uno storico di spicco di questo tema è senza ombra di dubbio il francese Philippe Ariès (1914-1984).

Ma studiare la Morte, la percezione e le manifestazioni di essa può risultare complicato per uno storico che deve rintracciare sempre piccoli indizi, questo almeno fino all’ XI sec. Come evidenzia lo storico italiano Adriano Prosperi l’inversione di rotta di una storiografia della morte la si individua negli anni tra medioevo ed età moderna, seppur timidamente, in quegli anni si sviluppano e cambiano le tradizioni e le manifestazioni del vivere la morte producendo quindi documentazione, iconografia e non che avrebbe costituito lo zoccolo duro su cui basare la speculazione storica[5].

Philippe Ariès e lo studio della paura della morte

Philippe Ariès, come abbiamo già detto, è uno degli storici più eminenti sull’argomento. Nasce a Parigi nel 1914, una volta cresciuto intraprende con ottimi risultati gli studi storici e si interessa sempre di più al tema della morte. Dalle speculazioni storiche e storiografiche che egli condurrà, pubblicherà due saggi estremamente importanti: nel 1975 “Storia della morte in Occidente: dal Medioevo ai giorni nostri”, e nel 1977 “L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi”.

Ariès si approccia a questo tema in maniera nuova, studiando le fonti in maniera sempre più profonda e non limitandosi ad un primo livello di lettura. L’uso di diverse fonti tra cui documenti di origine clericale o legale, le lettere e i testamenti ma anche i racconti e le fonti letterarie sono una delle risorse di maggior importanza che richiedono però un secondo livello di lettura. Un errore in cui lo storico può incappare approcciandosi allo studio di documenti ecclesiastici è quello di soffermarsi ad una lettura superficiale utilizzando il metodo dello studioso delle religioni, conviene quindi “decifrarli per poter trovare sotto il linguaggio ecclesiastico il fondo banale di rappresentazione comune che appariva ovvio e rendeva la lezione intelligibile al pubblico[6]. Nei suoi saggi inizia l’analisi dal Medioevo fino a giungere all’età contemporanea sottolineando sempre come la manifestazione primordiale della morte rimanga come un fil rouge ad unire le varie mentalità.

Lo studioso traccia un nuovo metodo di approcciarsi allo studio della Storia della morte; emerge un fondo comune di usanze e tradizioni a chierici, laici, letterati e illetterati. Rintraccia quattro diversi modi di manifestare la morte e la paura di essa.

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Trionfo della Morte – Galleria Regionale di Palazzo Abatellis (Palermo) – Ph. José Luiz Bernardes Ribeiro ©

La morte addomesticata

La prima immagine della morte presa in considerazione è quella della morte addomesticata, sviluppatasi tra la fine del mondo antico e il medioevo. Questo tipo di morte si colloca alla base di qualsiasi approccio e rimane per lo più invariato coesistendo con altri atteggiamenti. Basandosi sulle descrizioni della morte degli eroi che si sviluppano nella Chanson de Roland (XI sec) inizia la speculazione storica dalla quale viene subito messo in evidenza la correlazione di morte annunciata e consapevole con la morte di individui appartenenti all’aristocrazia cavalleresca. La caratteristica essenziale di questo modo di morire è che lascia il tempo di essere avvertiti e poter compiere un rituale consuetudinario, la morte non coglie mai di sorpresa.

“Rolando sente la morte vicina, gli esce fuori il cervello dagli orecchi. Prega Dio ch’egli accolga i suoi compagni e per sé prega l’angelo Gabriele. Prese il corno, che biasimo non abbia, con l’altra mano Durendal, la spada. Per poco più d’un tratto di balestra cammina verso Spagna in mezzo a un prato; sale su un colle; sotto due begli alberi quattro massi vi sono, duro marmo. Sull’erba verde è caduto riverso: e sviene, che la morte gli è vicina.[7]

L’annuncio della morte così descritto viene enfatizzato dalla ripetizione del verbo “sentire” in un costante rimembro al lettore della consapevolezza della morte, quasi a voler “normalizzarla” e renderla “innocua”.

“Lo sente Orlando che la morte l’afferra, giù dalla testa fin sul cuore gli scende[8]

Ma come muoiono gli Eroi? Essendo la loro una morte annunciata e sentendo di dover morire gli eroi mettono in atto un rituale che appare naturale e ben articolato che tutti conoscono, compreso il morente. A volte, l’arrivo della morte la sente solo il morente, altre volte tutti coloro che gli sono vicini mettendo in risalto anche una certa emotività virile che sdoganava i sentimenti anche nell’eroe incorruttibile che cedeva, in questi momenti, alle emozioni.

Il fisso rituale da seguire era costituito da circa 3 o 4 atti: innanzitutto si iniziava con la consapevolezza della finitezza umana e quindi il rimpianto alla vita poi si perdonava o si chiedeva perdono a compagni familiari e infine si pregava Dio sperando di poter entrare nel regno dei cieli.

L’annuncio della morte viene applicato a qualsiasi tipo di morte, sdoganata dalla Chanson de Roland viene pian piano assorbita dal contesto storico culturale iniziando una timida assimilazione anche da parte della Chiesa, si attua una graduale associazione della morte dell’eroe a quella del Santo.

Si inizia un processo di laicizzazione della morte del santo, i chierici letterati sviluppano l’ideale di un santo medievale avvisato da Dio della sua morte. I santi e gli uomini di chiesa sentono la morte allo stesso modo e lo dichiarano con chiare parole

“Mortem sibi instare cerneat tamquam obitu sui prescius”

(vide la morte al suo fianco come se avesse un presentimento)[9]

Questa iscrizione risale al 1151 ed è attribuita al sagrestano di Saint-Paul di Narbona, si evince che abbia avuto una specie di visone della morte, tanto che poi ha provveduto a fare testamento e confessarsi per tempo.

Da questa iscrizione possiamo dedurre inoltre un altro modo di manifestazione della morte, attraverso segni/sogni premonitori, angeli/ anime o santi rompendo quindi quella linea di demarcazione tra naturale e sovrannaturale che separava la vita terrena da quella ultraterrena. Questi piccoli avvertimenti contribuivano anche ad esorcizzare la paura della morte, di una morte imminente lasciando al morente il tempo per potersi congedare dagli affetti terreni e rendendo il trapasso quasi una cosa naturale e spontanea. Opposta alla morte annunciata troviamo sicuramente la “mors repentina” quella che poteva cogliere a seguito di malattie, nell’alto medioevo era una delle più temute perché significava, la maggior parte delle volte, che si era morti di peste o si era stati assassinati. Per questo la morte repentina era infamante e vergognosa.

Imago mortis – Anonymous 1493 – Davison Art Center – Wesleyan University (Middletown USA) ©

Durante tutto il Medioevo però si aveva timore anche di una morte clandestina, senza testimoni ne familiari che piangevano il corpo o che potessero svolgere i rituali cristiani, dover morire di una morte clandestina significava essere maledetti da Dio e quindi immeritevoli di una degna sepoltura.  A causa di queste diffuse credenze si attuò a partire dal XIII secolo una massiccia azione dei chierici e degli uomini di chiesa che andava cercando di estirpare queste dicerie.

Guillame Durand vescovo di Mende in uno scritto ricorda ai fedeli come la morte seppur improvvisa avveniva sempre per il solo giudizio di Dio. L’atto del vescovo Durand possiamo leggerlo come una rassicurazione di una paura della morte improvvisa evidentemente diffusa e temuta. Diversamente era la “legislazione” nei confronti di chi moriva compiendo atti impuri o per le vittime di omicidio la cui sepoltura il più delle volte era a discrezione della comunità.

Ovviamente con l’affermazione del potere della chiesa e della religione cristiana e la diffusione sempre più capillare dei racconti biblici tra il popolo si iniziò a diffondere una certa serenità nei confronti della morte, serenità dettata dalla nuova consapevolezza che la morte era solo fisica e che lo spirito non moriva. Questo nuovo modo di pensare alla morte si rifà sicuramente alla resurrezione di Gesù e quindi alla speranza di poter resuscitare, un giorno.

Come abbiamo visto il morente non era quasi mai solo, era circondato da amici e familiari pronti a continuare il rito anche dopo la sua morte. Una delle più importanti caratteristiche che notiamo anche nei documenti figurativi e che sopravviverà fino a circa l’800 è quella che il morente deve morire sempre in pubblico, assistito.

Spesso in queste fonti iconografiche troviamo anche la presenza di bambini nella stanza del morente, ciò sottolinea la grande familiarità che si aveva con la morte e la naturalezza dell’atto.

Negli anni medievali prevale quindi una certa rassegnazione, insensibilità e familiarità nei confronti della morte annullando almeno in superficie la paura di essa.

Di pari passo andava anche il tema delle sepolture, anche qui tema che negli anni si è evoluto sulle varie legislazioni e sulle varie diatribe religiose.

Se inizialmente lo scopo delle sepolture era quello di evitare che i morti tornassero tra i vivi (la legislazione di rimando romano infatti aveva predisposto la posizione dei cimiteri fuori dalle città) denotando una certa paura nei confronti dei morti, con il passare del tempo e lo sdoganamento della morte si ebbe un crescente avvicinamento delle sepolture alla città. I cimiteri e i morti ritornarono tra le mura della città gradualmente grazie al culto dei martiri, si inizia così ad avere un nucleo tombale nei pressi immediati delle mura cittadine, la città dei morti veniva sempre più popolata se vi fosse la vicinanza con la sepoltura dei martiri.

Elemento privilegiante era proprio l’essere vicino ad un martire per poter assicurare al defunto una via per il Paradiso. La sacralizzandone dei morti e dei martiri prende sempre più piede e negli ultimi anni del medioevo si assiste ad un vero e proprio cambio di rotta permettendo l’entrata dei morti nelle chiese e rompendo quindi quella linea di separazione tra città dei vivi e dei morti. Con questo nuovo assetto cimiteriale cambiano anche le architetture delle chiese e dei monasteri che dal XV secolo iniziano ad essere provviste di cimitero e poi di ossario. Strutture quindi perfettamente inserite nella vita cittadina andando a ricordare che ormai il confine tra morti e vivi era pressoché annullato.

La morte di sé

Durante tutto il medioevo quindi le condizioni della morte erano pressoché rimaste invariate, il rapporto con la morte era estremamente tranquillo e la paura quasi annullata. Con un miglioramento delle condizioni di vita sulla fine del medioevo e la rinascita delle arti, della cultura ed una consapevolezza dell’uomo si attua anche un cambiamento nel modo di concepire la morte, seppur la morte addomesticata che abbiamo fino ad ora visto rimase latente. Con la presa di coscienza dell’individuo e la grande considerazione che si iniziò ad avere della vita terrena si sviluppò negli uomini una preoccupazione per la propria morte ed il proprio destino.

L’incremento dell’iconografia dei regni ultraterreni e lo sdoganamento dell’apocalisse come liberazione dal mondo dei morti, legittima la morte rendendola collettiva e tralasciando la dimensione individuale.

Dimensione individuale che col tempo viene recuperata mettendo quindi in evidenza quali fossero i limiti delle teorizzazioni della Chiesa. Riguardo la morte individuale fino al circa il XII secolo era rimasta l’idea secondo cui la morte era uno stato di passaggio fino all’apocalisse, un sonno lungo e profondo che ci permetteva un risveglio nel mondo dei cieli.

Dal XII le cose cambiano e traccia evidente lo sono le fonti iconografiche nelle quali si inizia a distinguerne anime dei puri e anime dei dannati spostando l’attenzione non più sulla ritualità della morte, collettiva e standardizzata ma su una dimensionane individuale delle azioni umane. Viene introdotta la questione del Giudizio divino e si spingono gli uomini, facendo leva sulla paura nascente di finire tra i dannati e bruciare tra le fiamme dell’inferno, alla necessità di condurre una vita di basso profilo, mesta e votata alla ricerca della salvezza post mortem piuttosto che alla ricerca della felicità terrena, spostando la chiusura del bilancio della vita invece che nell’immediato dopo morte al giorno del Giudizio Universale.

Questa diffusione di pitture e affreschi che raffiguravano il giudizio universale è posto solitamente in fondo al coro delle chiese in modo che tutti i credenti potessero vederlo; solitamente Dio è al centro, giudice che consultava il libro delle anime e sotto di lui le anime dei morti: da un lato i resuscitati, dall’altro i dannati sofferenti e agonizzanti. Queste immagini fanno suscitare nell’uomo credente la paura di poter finire all’inferno tra le anime dei dannati.

In questi anni, con una sempre crescente iconografia del giudizio universale si normalizza anche l’immagine del morente, rompendo quindi l’equilibrio tra vivi e morti che si era raggiunto. Si sviluppa tutto un filone legato ai temi macabri e alle rappresentazioni della morte, del morente e del dannato.

Dopo il ‘300 il tema del giudizio universale non fu mai abbandonato, fu riportato in auge nel XV e nel XVI secolo dai pittori d’oltralpe e contribuì quindi ad una separazione dell’idea di giudizio da quella di resurrezione. L’iconografia funeraria che prende piede in questo periodo rimane comunque distaccata dalla collettività avviando un processo di individualizzazione della morte che stonava con la mentalità tradizionale. Questo potrebbe sembrare agli occhi dei più un lento ritorno a quello che era il primo cristianesimo, ma non è così, la separazione ideologica tra resurrezione e giudizio universale ha una conseguenza ben più evidente: la volontà da parte dell’uomo di capire e conoscere cosa potesse esserci nell’intervallo tra la morte fisica e il giudizio universale.

Fino al Giorno del Giudizio, infatti, il bilancio della vita non era ancora chiuso.

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Il trionfo della morte – Pieter Bruegel the Elder – Museo del Prado (Madrid) ©

In questo modo alla canonica iconografia del giudizio finale nel corso del ‘400 si è sostituita una nuova iconografia piccoli libretti individuali su cui ognuno poteva meditare, “trattati sulla maniera del morir bene: artes moriendi”[10]. Questa nuova iconografia riconduce quindi alla dimensione originaria dell’uomo e appare un uomo che giace a letto: ritorna il letto come luogo privilegiato della morte.

A sostituire i familiari intorno al morente appare la Trinità, la Vergine e tutto l’apparato celeste compresi Satana e demoni, Dio diviene arbitro e non giudice e il moribondo sta per visualizzare tutta la sua vita in modo che si possa prendere una decisione in merito alla sua anima. I temi macabri compaiono quindi in letteratura cosi come in iconografia, si inizia a “sdoganare” lo scheletro umano in sostituzione a ripugnanti immagini della corruzione del corpo seppur l’iconografia macabra sia contemporanea alle artes moriendi esprime un messaggio diverso, un messaggio a cui non è difficile trovare dei precedenti: il carpe diem.

Cambia quindi la percezione della morte, della vita post mortem e della vita terrena. Iniziano a comparire immagini della morte rappresentata come un cavaliere dell’Apocalisse al servizio di Dio. Simbolo di questa presenza della morte come espressione della fragilità umana può essere un capitello di Notre Dame a Parigi “sul portale del giudizio finale di Amiens, una donna con gli occhi bendati porta via un cadavere in groppa al suo cavallo.[11]

La nuova immagine è individuale e nell’ars moriendi corrisponde alla distruzione, ad un qualcosa di improvviso a cui non si è mai preparati. Rimane però l’immagine della morte come fedele servitrice di Dio che possiamo facilmente condurre a quello che il vescovo di Mende scrisse riguardo la morte repentina.

L’iconografia della morte compare anche sulle tombe, se all’inizio abbiamo raffigurazioni discrete e semplici via via che il tema prende piede nell’immaginario collettivo assistiamo alla comparsa di immagini più o meno ripugnanti. Mummie, cadaveri in posizione realistica o meno; le immagini più putride della morte però tardano a trovare una loro dimensione sulle tombe.

Importante è anche lo studio delle iscrizioni funerarie, intorno al V secolo sono sempre più rare ritornano preponderanti nel XII secolo solo sulle tombe di santi e martiri. Non solo iscrizioni ma effigi, che diventeranno sempre più realistiche fino a produrre una maschera del defunto. Le iscrizioni funerarie vengono sempre più personalizzate per perpetuare il ricordo del morto. La diffusione di queste ultime tra il XIII e il XVII secolo era tale che ai defunti che prevedevano nel loro testamento dei servizi religiosi e l’indirizzamento di parte della loro eredità alla Chiesa al fine di assicurarsi la salvezza ultraterrena; venisse appuntato nell’iscrizione tombale.

Ogni uomo, quindi, riscopre la dimensione individuale riconoscendo sé stesso nella propria morte. L’uomo, il singolo, si assicurava una vita dopo la morte grazie alle donazioni fatte in vita e alle buone azioni. Ma esistevano anche altri riti funebri all’interno della chiesa cattolica per poter assicurare l’anima a Dio, tra questi c’era la preghiera dei morti. Il pregare per l’anima dei morti permetteva a familiari e comunità di ribadire la fede in Dio del defunto e rendere grazie. Questo faceva in modo che la comunità si tranquillizzasse sulla sorte del defunto e mantenesse fervida quella fede in Dio, rifugio per le paure.

Verso l’XI secolo compaiono parallelamente due atteggiamenti diversi di fronte la morte: quello dell’uomo tradizionale legato ai valori cristiani in cui era presente il fil rouge ininterrotto che collegava vivi e morti; l’altro è il tipico atteggiamento sviluppatosi all’interno della società monastica quindi con un occhio di riguardo alla psicologia individualistica. Nel XIII secolo l’apparato funebre inizia ad assorbire le caratteristiche che prima si sviluppavano nell’ambiente monastico e assorbendo gradualmente anche usanze caratteristiche dei riti pagani: viene introdotta la veglia e il lutto ma anche il rito del lavaggio del corpo come eliminazione del peccato terreno. L’influenza monastica ha un peso importante nello sviluppo dell’elaborazione del lutto individuale viene quindi diffusa l’usanza di indossare abbigliamento nero in segno di lutto a sottolineare il carattere cupo che la perdita di un individuo vicino ha avuto sulla vita. Di pari passo ad uno sviluppo dell’iconografia macabra emerge anche l’uso ricorrente di un corteo funebre: una processione di monaci che pregavano per la salma compiendo le ultime volontà del defunto. Infatti, sempre più frequente era la consuetudine da parte del defunto di lasciare precise volontà in merito agli ultimi atti di generosità nei confronti dei più poveri che avrebbero pregato per la sua anima assicurandogli quindi un posto in paradiso ma anche in merito a tombe, bare ed eventuali messe in suo suffragio: nasce la tradizione di scrivere testamento che diventerà una preziosa fonte per lo storico al fine di conoscere quali fossero le paure più diffuse.

In questi anni si sviluppano i temi del macabro che vengono analizzati e studiati da uno degli storici più eminenti del Medioevo: Johan Huizinga (1872-1945). Lo studioso olandese traccia una Storia del macabro, si evince un Medioevo in declino a dispetto di un Rinascimento che esorcizza la morte e l’aldilà. Tra il XIV e il XV secolo la Chiesa si servirà dell’elemento macabro per incutere paura e terrore e per riportare a sé facendo leva sulla paura i fedeli che avevano perduto quell’ideale “medievale” del morire. Le maschere funerarie iniziano a cadere il corpo viene rappresentato in putrefazione, la morte inizia a non far paura come evento empirico ma come modifica dei proprio connotati e quindi finitezza dell’umano. La morte fa paura l’uomo inizia a sviluppare un sentimento di unicità e finitezza della vita umana e anche del corpo, si diffonde il sentimento di ricercare la felicità terrena e “di esser lieto, perché del doman non v’è certezza”[12].

Tra la fine del Medioevo e del Rinascimento l’arte funeraria è però meno macabra il cadavere decomposto a personificare la morte appare sempre aleggiante nella camera del moribondo. Nei secoli successivi Huizinga mette in evidenza come la morte assume sempre caratteristiche più astratte nelle fonti iconografiche, si trasforma in uno scheletro o diventa cavaliere dell’apocalisse pronta a “colpire” improvvisamente.

Altro elemento che sottolinea questo sviluppo del senso macabro è il ritorno della danza macabra. Un girotondo infinito in cui si alternano vivi e morti ma solo i morti guidano il gioco e appaiono felici. Il contrasto accentuato tra la vitalità dei morti e la paralisi dei vivi rende palpabile la paura. Queste iconografie avevano una finalità morale ovvero ricordare l’incertezza della morte e l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti ad essa.

Se fino al ‘500 le danze macabre e l’incontro uomo-morte non appare mai brutale dal ‘500 in poi inizia a comparire una spiccata emotività nei vivi che si ritraggono al tocco della morte. Riconosciamo in queste descrizioni i due atteggiamenti di fronte alla morte che abbiamo descritto. Lo sviluppo dei temi macabri da un certo punto in poi non appaiono più come un invito alla conversione al cristianesimo ma come metodo “laico” di esorcizzare la paura della morte.

Dal XII secolo con l’introduzione del Giudizio Universale l’uomo acquisisce in punto di morte una propria biografia personale che diventa quindi lo specchio della sua vita facendo leva sulle azioni individuali piuttosto che su quelle comunitarie. L’individualismo della vita terrena e la prospettiva di un giudizio finale porta l’uomo ad allontanarsi dalla dimensione collettiva. Ma nonostante possiamo cogliere la “sparizione” della morte annunciata la ritroviamo nell’elemento del testamento: con il testamento l’individuo si prepara alla morte, si possono riprodurre sotto forma di testo quelli che erano i rituali che l’eroe della Chanson de Roland esprimeva verbalmente.

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Danza Macabra – Oratorio dei Disciplini di Clusone (Bergamo) – Ph. Paolo Picciati ©

La morte dell’altro e la morte proibita

Le manifestazioni della morte fino ad ora analizzate si protraggono fino al XVIII secolo. Da questo momento in poi l’uomo occidentale inizia a vedere la morte sotto un’ottica diversa, la drammatizza e la esalta secondo l’ideale romantico. Con la nascita dello stato moderno e lo sviluppo del romanticismo si dà alla morte un significato profondo. La morte viene esorcizzata a tal punto che viene introdotta una nuova tensione quasi erotica nell’iconografia della danza macabra, la tensione e il forte simbolismo che caratterizzavano l’iconografia del ‘400 vengono ora sostituite da una dicotomia di Eros e Thanatos, la morte viene esorcizzata a punto tale che si avviluppa alla vita umana fondendosi in un crogiolo sentimentale; espressione di questo è lo sviluppo dei temi gotici nella letteratura.

Di contro si sviluppa anche uno spiccato sentimento di fronte la morte. Ritorna il sentimento della commozione che aveva caratterizzato l’eroe medievale della Chanson de Roland di fronte la morte dell’altro e le tombe diventano luogo di culto, memoria e ricordo del defunto.

Questa grande rilevanza della morte nella vita umana è destinata a scomparire con il passare del tempo. Una società sempre più frenetica, l’introduzione di nuove tecnologie e uno sviluppo della mentalità umana porta ad una nuova concezione della morte. La morte diventa quindi qualcosa a cui non si può porre rimedio e che bisogna temere e tenere alla larga dalla vita umana per evitare distrazioni.

Conclusioni

In conclusione, Ariès sottolinea come tutte queste manifestazioni della morte finiscono per coesistere seppur sotto varie forme e manifestazioni.  La morte può essere addomesticata, snaturata della violenza, ci si può abituare ad essa e ritualizzarla, la si può legare all’esistenza terrena ma non la si potrà mai concepire come irrilevante. Rimane quindi una spiccata manifestazione della sofferenza che essa provoca e di conseguente emotività. Seppur negli anni attraverso filosofie e religioni si è cercato di sviluppare nell’uomo un atteggiamento incurante nei confronti della morte, la paura di essa ed essa stessa incomberanno sempre, inesorabili, sull’esistenza umana.

[1] Joanna Bourke, Paura una Storia culturale, Laterza 2015 , pag 5

[2] Zygmunt Bauman, Paura Liquida, Laterza 2009, pag 39 e seguenti

[3] Ivi pag. 40

[4] Ivi pag.43 e seguenti

[5] Adriano Prosperi, Il volto della Gorgone. Studi e ricerche sul senso della morte e sulla disciplina delle sepolture tra Medioevo ed Età Moderna, in La morte e i suoi riti in Italia tra Medioevo e prima Età moderna a cura di F. Salvestrini, G.M. Varanini, A. Zangarini

[6] Philippe Ariès, Storia della morte in Occidente, Bur Rizzoli, 2019 pag 13

[7] Chanson de roland a cura di Segre, Milano-Napoli 1971 CLXVII

[8] Ivi canto n° CLXXIII

[9] Philippe Ariès, L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi, Oscar Mondadori, 1992 pag 7

[10] Ivi pag. 122

[11] Ivi pag. 126

[12] Lorenzo De’ Medici, Trionfo di Bacco e Arianna, 1490

Bibliografia

📖 Adriano Prosperi, Il volto della Gorgone. Studi e ricerche sul senso della morte e sulla disciplina delle sepolture tra Medioevo ed Età Moderna, in La morte e i suoi riti in Italia tra Medioevo e prima Età moderna a cura di F. Salvestrini, G.M. Varanini, A. Zangarini
📖 Joanna Bourke, Paura una Storia culturale, Laterza 2015
📖 Philippe Ariès, L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi, Oscar Mondadori, 1992
📖 Philippe Ariès, Storia della morte in Occidente, Bur Rizzoli, 2019
📖 Zygmunt Bauman, Paura Liquida, Laterza 2009

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a cura di

Myriam Venezia

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