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L’Eruzione di Pompei

Quando si parla dell’eruzione di vulcani, con la conseguente distruzione di intere città o centri abitati, più malignamente si aggiunge che è colpa dell’uomo aver costruito sotto un vulcano, oppure è sempre l’uomo ad aver invaso la natura e costruito dove non doveva. Questo tipo di commento non può valere per città come Pompei, Stabia o Ercolano.

Seppur costruite molto vicine al Vesuvio, in antico il vulcano doveva aver la parvenza di un normale monte, proprio come tanti altri monti che costellano la zona. A suggerircelo è proprio un affresco ritrovato a Pompei, in cui si vede come il Vesuvio aveva tutt’altro aspetto, ancora non abbattuto per via del condotto lavico ostruito. Di fatti questo “tappo” rese l’eruzione del 79 d.C. davvero spaventosa, nonché inaspettata per tutti gli uomini che vi assisterono.

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Affresco del Vesuvio – Casa del Centenario (Pompei)

Una disgrazia annunciata

Qualche avvisaglia interessò la zona durante il corso degli anni: nel 62 d.C. un devastante terremoto colpiva diverse città tra cui Ercolano e Pompei. I danni, alcuni rappresentati dai rilievi del larario nella Casa di Lucio Cecilio Giocondo, furono talmente gravi che nel momento dell’eruzione alcuni edifici erano ancora in fase di restauro e ricostruzione, nonostante il ritmo sostenuto dei lavori. In città risiedevano molti ricchi che sfruttarono questa disgrazia per appaltare e cominciare la costruzione di nuovi edifici: al posto di un’insula vennero edificate le lussuose Terme Centrali, mentre ingente denaro fu profuso per accelerare la sistemazione del Tempio di Iside, oppure per abbellire e rendere ancor più lussuosi il Tempio dei Lari Pubblici rivestito interamente di marmi colorati.

La mattina del 24 ottobre i Pompeiani videro il gigantesco tappo esplodere e frantumarsi in lapilli di pomice sotto la spinta di gas incandescenti, che invasero la Piana Campana per un raggio di circa ventotto chilometri. La pioggia di lapilli non toccò Ercolano né Sorrento, ma si abbatté insieme alla cenere su Pompei per un’altezza di circa due metri e mezzo. Ciò durò fino al 28 agosto, continuando a mietere vittime insieme a grossi flussi piroclastici che fuoriuscivano dalle bocche del vulcano. Le altre città vicine non furono però risparmiate: Ercolano fu invasa da una valanga di acqua e fango per un’altezza di ben venti metri (!), mentre Nola, Napoli e Sorrento furono danneggiate dallo sciame sismico protrattosi dopo l’eruzione.

La cronaca nelle fonti

L’ormai famoso evento fu descritto da Plinio il Giovane nelle lettere inviate a Tacito. Nelle epistole, che ancora oggi risultano fondamentali per i vulcanologi, il magistrato racconta la fine di suo zio, il naturalista e storico Plinio il Vecchio, partito dal Miseno con una barca per dare soccorso a dei suoi amici durante l’evento catastrofico, insieme alla distruzione delle città. 

Ad oggi gli scienziati chiamano questo tipo di eruzione di “tipo pliniano” siccome si verifica l’esplosione di parte vulcano: il magma infatti non si riversa bene fuori dalle bocche e i gas in esso contenuto non riescono a liberarsi finendo per scoppiare. Dopo questo avvenimento si verificarono altre due eruzioni definite “subpliniane”: quella del 472 e quella del 1631. L’eruzione del 1944, detta eruzione “terminale”, ha di nuovo bloccato il condotto vulcanico creando un nuovo tappo.

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L’ultima eruzione del Vesuvio – 18 marzo 1944

Bibliografia

📖 E. La Rocca, M. de Vos, A. de Vos, Pompei, Mondadori, Milano 1981.
📖 P. Zanker, Pompei, Società, immagini urbane e forme dell’abitare, Einaudi, Torino 1993.
💻 www.web.archive.org
💻 www.pompeionline.net

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a cura di

Simone Bonaccorsi

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