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Come diventare un restauratore?

Come si diventa e cosa vuol dire essere restauratore? Questo articolo nasce dall’osservazione da parte dei suoi autori, i Restauratori di Beni Culturali Giulio Claudio Barbiera ed Elisa Monfasani, di un interesse e curiosità nei confronti del mondo del restauro da parte di persone che non ne fanno parte e che magari stanno valutando di intraprendere il percorso che porta all’accreditamento professionale. Tale interesse è, però, spesso accompagnato da una certa confusione riguardo al percorso di studi e alla realtà lavorativa. Abbiamo perciò deciso di redigere questo articolo al fine di dipanare qualche dubbio e di informare, a chi ne avesse la curiosità, riguardo al mondo del restauro oggi.

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Elisa Monfasani e Giulio Claudio Barbiera all’opera – StorieParallele ©

Chi è e cosa fa un restauratore?

Cominciamo quindi con la descrizione della figura del restauratore come professionista. I decreti che descrivono questa figura professionale (Art. 29 c.6 d.lgs 42/2004 e l’Art. 1 D.M. 26 maggio 2009, n. 86) ci dicono che:

“Fermo quanto disposto dalla normativa in materia di progettazione ed esecuzione di opere su beni architettonici, gli interventi di manutenzione e restauro su beni culturali mobili e superfici decorate di beni architettonici sono eseguiti in via esclusiva da coloro che sono restauratori di beni culturali ai sensi della normativa in materia”. 

“Il restauratore di beni culturali mobili e di superfici decorate di beni architettonici, sottoposti alle disposizioni di tutela del Codice, è il professionista che definisce lo stato di conservazione e mette in atto un complesso di azioni dirette e indirette per limitare i processi di degrado dei materiali costitutivi dei beni e assicurarne la conservazione, salvaguardandone il valore culturale. A tal fine, nel quadro di una programmazione coerente e coordinata della conservazione, il restauratore analizza i dati relativi ai materiali costitutivi, alla tecnica di esecuzione ed allo stato di conservazione dei beni e li interpreta; progetta e dirige, per la parte di competenza, gli interventi; esegue direttamente i trattamenti conservativi e di restauro; dirige e coordina gli altri operatori che svolgono attività complementari al restauro. Svolge attività di ricerca, sperimentazione e didattica nel campo della conservazione”. 

Analizzando questi stralci possiamo trarre alcuni concetti fondamentali:

  • Solo un restauratore può intervenire fisicamente a scopo di restauro e/o manutenzione sui beni culturali mobili e sulle superfici decorate dell’architettura. Quindi non si parla di tutte le opere d’arte ma solo dei beni, privati e pubblici, su cui è stato posto un vincolo da una Soprintendenza (enti locali appartenenti al Ministero della Cultura) per il suo valore storico e/o artistico. Questi beni possono essere ad esempio: la Cappella Sistina, un quadro di Boccioni di una collezione privata come anche una piccola lapide commemorativa in un paese di montagna. Questo vuol dire che nessuno può toccare un bene culturale se non è restauratore accreditato? No, prendendo il caso dei restauri architettonici, il restauratore si occupa delle operazioni di conservazione delle sole superfici decorate; a risanare, ad esempio, i problemi strutturali opereranno normalmente ingegneri e muratori.
  • Il restauratore, come abbiamo visto, oltre a operare fisicamente sul bene, definisce lo stato di conservazione dell’opera, analizza i dati relativi ai materiali, progetta e dirige gli interventi e gli altri operatori che svolgono attività complementari al restauro. In aggiunta svolge lavori di ricerca e di didattica nel campo della conservazione.
    Perciò, posto che in situazioni reali non tutti i restauratori fanno tutto, questa professionalità è chiamata a:
    • Operare fisicamente sul bene tramite operazioni che richiedono una notevole abilità (ritocco pittorico, risarcimento di materiale, operazioni di pulitura…);
    • Valutare le condizioni dei materiali costituenti l’opera e definirne lo stato di conservazione;
    • Analizzare, e quindi capire e saper interpretare, i dati scientifici redatti anche da altre professionalità (ad esempio analisi diagnostiche al SEM e al XRF o le analisi diagnostiche fotografiche, solo per citarne alcune…) 
  • Progettare i restauri (redigere un piano di lavoro, un cronoprogramma, un’analisi dei prezzi…) e dirigerli, siano essi con soli restauratori o con altre maestranze;
  • Svolgere attività didattiche e ricerche scientifiche nell’ambito della conservazione dei beni culturali.

Questa varietà di competenze necessita inevitabilmente di un’altrettanta varia quantità di conoscenze e abilità di base, fra tutte:

  • Accortezza e sensibilità manuale per far fronte alle difficoltà nell’operare su beni artistici, anche di pregio;
  • Esperienza e familiarità con le tecniche e i materiali impiegati nel restauro;
  • Nozioni di chimica e fisica applicate a questo settore, quindi saper leggere ed interpretare i dati delle indagini diagnostiche e conoscere i fenomeni naturali che sono alla base del degrado e del restauro dei beni culturali;
  • Competenze storico-artistiche per essere in grado di contestualizzare un’opera e quindi dedurne le tecniche artistiche o i materiali;
  • Preparazione di base riguardante le norme che governano i restauri e i beni culturali.

Non ci sono solo restauratori

Sebbene questo articolo si concentri sulla figura del restauratore, non è in effetti l’unica professionalità a poter compiere opere di conservazione e manutenzione sui beni culturali. Esistono infatti anche i Tecnici del Restauro, i quali seguono un percorso di studi simile, ma più breve rispetto a quello quinquennale, svolgono maggiormente un lavoro manuale e devono seguire le istruzioni del restauratore durante le operazioni di conservazione, non potendo avere la diretta responsabilità del progetto di intervento.

I settori

Data la complessità e la varietà delle opere d’arte e delle tecniche di conservazione la normativa italiana divide i restauri, e quindi i restauratori, in settori, dal’1 al 12, in base ai materiali e al tipo di bene su cui si esercita:

  1. Materiali lapidei, musivi e derivati;
  2. Superfici decorate dell’architettura;
  3. Manufatti dipinti su supporto ligneo o tessile;
  4. Manufatti scolpiti in legno, arredi e strutture lignee;
  5. Manufatti in materiali sintetici lavorati, assemblati e/o dipinti;
  6. Materiali e manufatti tessili organici e pelle;
  7. Materiali e manufatti ceramici e vitrei;
  8. Materiali e manufatti in metallo e leghe;
  9. Materiale librario e archivistico e manufatti cartacei e pergamenacei;
  10. Materiale fotografico, cinematografico e digitale;
  11. Strumenti musicali;
  12. Strumentazioni e strumenti scientifici e tecnici.
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Restauro di alcuni arazzi del piano nobile – Portale storico della Presidenza del Consiglio ©

Nonostante ci siano ben 12 suddivisioni, ogni restauratore è normalmente  accreditato per più di un settore. Può venire naturale pensare che vi sia un numero uguale di professionisti per ogni ambito, ma la realtà è ben diversa. La maggioranza dei  restauratori è infatti all’interno dei primi 5 settori, questo per via del maggior numero di beni corrispondenti a quelle specialità e per il numero di operatori necessari nel restauro architettonico.

Ma come si diventa restauratori per uno o più di questi ambiti?

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Restauro e trattamento dei metalli – Antichità Belsito ©

I percorsi formativi

Oggi in Italia ci sono un buon numero di scuole e università sparse per il territorio nazionale che sono accreditate per la formazione di restauratori. L’insegnamento del restauro è impartito dalle scuole di alta formazione e di studio del Ministero della Cultura (MiC), da Università, Accademie di belle arti e altri soggetti pubblici e privati, purché essi siano accreditati presso lo Stato.

È importante sottolineare che, sebbene gli istituti si differenziano per alcuni aspetti che fra poco vedremo, tutti quelli accreditati al termine del percorso conferiscono agli studenti la nomina di Restauratore di Beni Culturali. Ciò vuol dire che dopo la discussione delle tesi si sarà automaticamente iscritti all’elenco dei restauratori presente nel sito del Ministero della Cultura. Altro punto fondamentale è che conclusi gli studi, le università rilasciano: la laurea magistrale; le accademie di belle arti: il diploma accademico di secondo livello; le altre istituzioni formative accreditate rilasciano: un diploma (equiparato alla laurea magistrale).

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Corso per Tecnico del restauro di beni culturali – Salesiani San Zeno ©

Come abbiamo visto gli istituti accreditati sono molto vari, e con essi cambiano la programmazione del percorso formativo e la natura stessa dei percorsi di studio. Ma facciamo un po’ di chiarezza. In base alle scelte dell’ente può variare, ad esempio, la proporzione di ore fra lezioni pratiche e teoriche, particolare fondamentale considerato che il restauro è un lavoro squisitamente pratico. 

In secondo luogo variano i percorsi formativi che l’istituto mette a disposizione. Essi sono i PFP (Piano Formativo Professionalizzante), ve ne sono 6 e ognuno di questi prepara e accredita lo studente al restauro dei settori visti prima. 

Per chiarire questo concetto portiamo l’esempio due restauratori a caso… gli autori di questo articolo:

  • Giulio Claudio Barbiera è accreditato restauratore in due settori, l’1 e il  2, ma gli è bastato seguire il PFP1;
  • Elisa Monfasani invece è accreditata come restauratrice nei settori 4 e 6, ed ha seguito il solo PFP3. 

Per dovere di cronaca bisogna anche sottolineare che, sebbene il titolo di studio rilasciato abbia lo stesso valore in ogni istituzione, vi sono due scuole in particolare che non possono non essere qui nominate. Si tratta delle scuole più rinomate e con più storia in Italia, ossia:

  • l’ISCR (Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro) con sede a Roma, da tutti conosciuto e chiamato con il suo nome storico, ICR;
  • a Firenze, l’Opificio delle Pietre Dure.

Il mondo del lavoro

Più che un lavoro, quello del restauratore rappresenta un privilegio, una possibilità di instaurare con l’opera d’arte un vero e proprio rapporto ravvicinato. Il restauratore, al pari del medico, ha una conoscenza profonda degli aspetti materici, tecnici e conservativi del manufatto; l’osservazione del “micro”, del dettaglio è, infatti, fondamentale per accedere al “macro”, alla comprensione dell’opera d’arte nella sua totalità. 

Al di là di questa prima visione romantica del lavoro del restauratore, il dovere etico e morale di salvaguardare un’opera d’arte comporta anche delle responsabilità, dei sacrifici, preparazione ed esperienza.

Dopo il percorso formativo e le esperienze lavorative curriculari ed extracurriculari compiute durante il periodo universitario, il giovane restauratore può cercare lavoro, a seconda dei propri obiettivi, presso ditte e laboratori di restauro, oppure presso enti pubblici (tramite concorsi pubblici) e privati . Sicuramente, il neo laureato, oltre all’invio di diversi curriculum, dovrà prepararsi ad avere valigia pronta e biglietti del treno sempre in tasca! 

Ebbene sì, uno degli aspetti tanto affascinanti quanto stressanti del settore è l’estrema difficoltà nel rimanere ancorati ad una città per lungo tempo, a meno che non si abbia la fortuna di essere assunti presso qualche ditta che non fa importanti trasferte, o qualche istituzione, per esempio museale, dove sono le stesse opere ad andare verso il restauratore.

In definitiva, ciò che solitamente accade, è che i restauratori, in quanto liberi professionisti, sono costantemente chiamati a proporre la propria offerta lavorativa, ricercare cantieri di restauro e instaurare contatti e collaborazioni con altre professionalità. 

Per quanto possa risultare un luogo comune, in Italia si vive la contraddizione di avere la più alta concentrazione di patrimonio artistico al mondo ma di non riuscire ad offrirlo correttamente alle figure specializzate!

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Restauro architettonico del Parthenone – Wikipedia ©

Bibliografia

💻 www.dger.beniculturali.it

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a cura di

Elisa Monfasani

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