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Com’è stato possibile produrre i calchi di Pompei?

Perchè esistono i calchi di Pompei?  Per rispondere dobbiamo non solo descrivere la tecnica, ma anche capire la dinamica degli eventi che hanno prodotto le condizioni necessarie per l’esecuzione di questa tecnica.

Le dinamiche dell’eruzione

Partiamo dal principio: Area a Sud Est del Vesuvio. 79 d.C. Una serie di eruzioni del Vesuvio scuotono l’area mettendo in fuga gli abitanti delle città attorno al vulcano. Sappiamo che le eruzioni e i terremoti hanno creato una situazione perfetta per la distruzione dell’area, tanto che, come ci racconta Plinio il Giovane, il mare è arretrato di chilometri, allontanando l’unica speranza di salvezza. Gli abitanti che riuscirono a scappare furono persino ingannati dal vulcano: questo infatti, prima dell’esplosione più grande ha avuto dei momenti di riposo, tanto da far credere ai romani che il peggio fosse passato e che potessero tornare alle loro case.

Purtroppo però, ad aspettarli c’era anche un appuntamento nefasto con la Storia.

Dapprima ci fu una pioggia di lapilli, frammenti di pomice ardenti che ricoprirono tutte le superfici e fecero crollare i tetti. Poi, si alternarono cadute di ceneri e le cosiddette nubi ardenti che ricoprirono tutto portando all’oblio migliaia di vite. Erano nubi a centinaia di gradi che scesero in 4 minuti dalla cima del Vesuvio fino a Pompei, portando la distruzione definitiva, sommergendo e uccidendo tutto ciò che incontravano.

I calchi di Pompei

Purtroppo o per fortuna è stato proprio questo preciso susseguirsi di avvenimenti che ci dà oggi la possibilità di fare ciò che più si avvicina ad un viaggio nel tempo e percorre quelle stesse vie, piazze e angoli delle case dove i romani crescevano, litigavano, si innamoravano, lavoravano e vivevano le propria realtà.

Ma, arrivando al fulcro dell’articolo, ecco com’è possibile produrre i famosi calchi di Pompei

Le nubi tossiche e bollenti che uccisero i romani dovevano essere tanto cariche di cenere da, non solo ucciderli sul colpo, ma anche sotterrarli in un istante. L’immagine di copertina ne è la prova più lampante. Un uomo che cade con un bambino in braccio, l’uomo ormai orizzontale a terra, e il bambino bloccato come in un’istantanea ancora in fase di caduta.

calchi pompei

Ecco quindi il primo elemento, il tempo. Quelle pose così diversificate sono date proprio dalla velocità con la quale le persone sono state sommerse.

Il materiale poi era proveniente direttamente dal vulcano, quindi estremamente secco, tossico e sterile. La decomposizione dei corpi deve essere stata quindi molto lenta, dando così la possibilità alle ceneri di compattarsi attorno alle sagome senza perderne la formaDecomponendosi, i corpi lasciarono quindi dei vuoti, che, durante gli scavi (che non dimentichiamo esserci già da metà del ‘700, con tutti i furti e le estrazioni che ne conseguono) sono stati riconosciuti e riempiti con gesso.

Ad essere precisi, quest’ultima mia frase è parzialmente inesatta. Innanzitutto i corpi dei romani non sono gli unici ad aver lasciato dei vuoti, in realtà lo ha fatto tutto ciò che era organico, quindi anche alberi, suppellettili e animali. È molto famoso il calco di un cane che si contorce dal dolore per esempio, ma il primo calco mai fatto nel sito archeologico di Pompei fu quello di una porta in legno, nel 1856, il primo calco di un essere umano è invece del 1863.

La seconda inesattezza è che non si è colato solo il gesso nei calchi di Pompei, ma anche cemento e resina. Talvolta si è adoperato il cemento in quanto materiale molto più resistente del gesso, ma anche meno facile da gestire, perché più pesante e vischioso. È stata poi utilizzata anche una resina epossidica, con l’intento di ricercare un maggiore dettaglio, essendo un materiale ancor più fluido del gesso, e di poter mostrare anche l’interno del calco, quindi le ossa e gli oggetti che non si sono decomposti, come quelli metallici.

Per cultura personale vi consiglio sempre una ricerca di immagini su internet, ma se questi calchi non si vedono così spesso un motivo c’è a parer mio. Se già può fare impressione vedere i calchi di Pompei in cemento o gesso, quelli in resina sono ancor più crudi e macabri.

Vi lascio con un ulteriore curiosità: nelle lettere a Tacito, Plinio scriveva che una nube sorgeva dal Vesuvio, e che la sua forma non poteva essere espressa meglio che dall’immagine di un pino [marittimo], si estendeva verso l’alto come per un altissimo tronco e poi si allargava come si allarga la chioma di un albero.

Plinio lo descriveva come un pino, oggi forse diremmo come un fungo.

Bibliografia

💻 I dieci libri delle lettere di C. Plinio Cecilio Secondo tradotte ed illustrate dal cav. Pier Alessandro Paravia - Ebook
💻 pompeiisites.org/pompei-map/approfondimenti/i-calchi/
📷 Pompei, Casa del Bracciale d’oro (VI 17, 42)
Ph. Amedeo Benestante

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a cura di

Giulio Claudio Barbiera

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