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Sing Sing, il corpo di Pompei di Luigi Spina

Avete mai sentito parlare dei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli? Ebbene esistono e sono stati oggetto di un interessante mostra fotografica intitolata “Sing Sing. Il corpo di Pompei” grazie all’occhio attento di Luigi Spina, miglior fotografo senior del 2020 secondo Artribune.

La mostra riflette sul lato sensibile e umano dei manufatti che un tempo popolavano le tavole, i banchetti e i sarcofagi degli antichi abitanti della città di Pompei, colpita dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C: si tratta di cinquanta scatti in bianco e nero, che colpiscono per la raffinata accuratezza con cui vengono raccontati dal fotografo. Il fatto di poter rendere fruibili i depositi del MANN prelude ad una nuova modalità di accessibilità pubblica, che permette di far conoscere ai visitatori tesori di inestimabile valore.

Ciò che colpisce è la dimensione lirica e intima dei manufatti, andando a riflettere sul lontano passato quotidiano di Pompei e a sollecitare una riflessione sulla dimensione privata dell’antica provincia romana: mettendo a disposizione del grande pubblico tali fotografie, si attiva una memoria privata imprescindibile per comprendere non solo la storia ma anche la vita oltre la storia.

Iniziamo a parlare della sua mostra “Sing Sing. Il corpo di Pompei” al Museo Archeologico Nazionale di Napoli dove ha scelto di fotografare i depositi del museo stesso, in particolare gli oggetti unici rimasti fortunosamente intatti in seguito all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Qual è stato l’input che l’ha spinta a mettere in luce tali manufatti?

Svolgo ricerche fotografiche al Museo Archeologico di Napoli dal 1998. Ho visitato tante volte i depositi denominati Sing Sing. Rimanevo sempre attonito, annichilito, nel vedere la quantità degli oggetti che erano appartenuti ai quei pompeiani ed ercolanesi vittime del vulcano. In questi depositi sei sopraffatto dalla bellezza ma anche dalla tragedia del vulcano.

Uno scatto della mostra – Ph. Luigi Spina ©

Tali manufatti parlano di vite umane spezzate. Cosa l’ha colpita maggiormente quando scattava?

La ricerca si è svolta anni dopo. Il motivo è che inizialmente non avevo ancora metabolizzato quanto questi ambienti fossero legati intimamente alla vita delle persone. Per cui la mia idea è stata quella di evidenziare anche gli oggetti che avessero una funzione quotidiana come bollitori, pentole, vasellame, contenitori in vetro. Restituire una dimensione umana ai reperti senza seguire il mito dell’Archeologia. Per cui ho fotografato in una duplice direzione. Le 15 celle che accolgono gli oggetti anche in relazione al loro uso e poi singolarmente per restituirgli una identità.

Uno scatto della mostra – Ph. Luigi Spina ©

La mostra segue un percorso di “anastilosi”, ossia una sorta di riambientazione di una struttura antica attraverso l’inserimento e la ricomposizione dei pezzi originali: lei invece sembra palesare, attraverso le sue fotografie in bianco e nero, la ritrovata vitalità degli oggetti medesimi. 

La parte del libro e della mostra che ho chiamato anastilosi ha la funzione di offrire del reperto una rinnovata funzionalità. Questi oggetti ormai sono Patrimonio dello Stato. Sono conservati in un Museo e non saranno mai più parte di una famiglia. Con la mia fotografia restituisco una sorta di dignità anche per un solo istante.

Uno scatto della mostra – Ph. Luigi Spina ©

Perché è necessario evidenziare l’importanza di questi oggetti?

Questi reperti erano parte di un mondo e riflettono il gusto, l’uso e la mentalità di altra gente. Erano parte di un corpo sociale costituito dalle famiglie. Questo corpo sociale della città non esiste più. Il Vulcano l’ha disintegrato con la sua forza naturale.

Uno scatto della mostra – Ph. Luigi Spina ©

Mi ha colpita una frase da lei riportata durante il comunicato stampa “Nei reperti si conserva intatto il desiderio di vita”. La sua fotografia è collegata anche alle persone?

Il riferimento “il desiderio della vita” l’ho messo in relazione al pane carbonizzato. Il pane è parte della nostra vita quotidiana. Ci riscalda, ci nutre, ci da forza. Il pane fotografato fu ritrovato in uno dei forni di Pompei. Lo fece un panettiere quella notte che non ebbe più un giorno. Nessuno lo consumò. Quel pane, tuttavia, conserverà, sempre, il desiderio della vita.

Uno scatto della mostra – Ph. Luigi Spina ©

Bibliografia

📷 Ringraziamo Luigi Spina per aver risposto alle nostre domande e per la concessione delle immagini

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a cura di

Bianca Arcangioli

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