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Rise of Aten: la scoperta di cui tutti parlano

Rise of Aten, il sorgere di Aten, un nome evocativo, il cui significato è però da approfondire. Il 10 aprile è stato presentato ufficialmente alla stampa il risultato degli ultimi scavi condotti dalla missione archeologica egiziana guidata dal Dr. Zahi Hawass sulla riva occidentale di Luxor, nei pressi dei templi funerari di Ramses III, di Horemheb e molto vicino al tempio dello scriba reale Amenhotep figlio di Hapu.

Cosa c’è dietro alla scoperta di Aten?

Sin dai tempi in cui era direttore del Supreme Council of Antiquities (dipartimento dell’amministrazione statale egiziana con compiti di gestione dell’ingente patrimonio archeologico), Hawass ci aveva abituati ad annunci venati di sensazionalismo e intrisi di comprensibile orgoglio nazionale: chi non lo ricorda entrare “for the first time” in molteplici tombe e siti, dinnanzi alle telecamere di un entusiasta Roberto Giacobbo? Forse anche per questo le sue altisonanti affermazioni attestanti l’unicità della scoperta (ha ribattezzato il sito “lost golden city”, nome che subito cattura l’attenzione, alimentando i classici stereotipi legati alla storia egiziana), hanno fatto storcere un po’ il naso ad alcuni suoi colleghi egittologi.

Prima di poter esprimere un parere è necessario documentarsi adeguatamente. I resoconti offerti alla stampa, dicono che il sito in questione è una città fondata da Amenhotep III (1405-1367 a.C. circa) [1] durante la XVIII Dinastia, un grande insediamento amministrativo e industriale, formato da tre palazzi reali, con relativi vani di servizio, come cucine e panetterie, un quartiere residenziale/amministrativo, circondato da un muro dal particolare andamento sinusoidale (elemento interessante sul quale torneremo) e una terza area di produzione di mattoni crudi e oggetti decorativi. Il sito ha restituito moltissimo materiale ceramico, gioielli, e persino un vaso contenente resti di carne, recante una scritta rilevante che data il vaso stesso al trentasettesimo anno di regno di Amenhotep III, probabilmente uno degli ultimi dell’anziano faraone, ed epoca estremamente delicata dato che ha segnato il passaggio dalla tradizionale religione politeistica alla prima forma di adorazione di una sola divinità.  É arrivato il momento di fare un breve excursus su questo faraone e sul suo legame con l’Aten, che avrebbe dato il nome alla città.

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Parte del materiale ceramico rinvenuto durante la campagna di scavo di Aten – Ph. Zahi Hawass ©

Chi è Amenhotep III?

Uno dei più interessanti re della XVIII Dinastia, per una serie di motivi: durante il suo regno non ci sono state eclatanti campagne di conquista, quanto piuttosto una intensa e costante attività diplomatica. Prova ne sono le molte tavolette di creta (rinvenute nella città di El-Amarna, capitale del regno di Amenhotep IV/Akhenaten) scritte in cuneiforme, la lingua usata nella corrispondenza diplomatica. Il contenuto di queste tavolette ci è utilissimo sotto molti aspetti, uno dei quali è quello di stabilire una cronologia, il più possibile esatta, di questo periodo. Esse ci vengono in aiuto già per comprendere che quando è salito al trono Amenhotep doveva essere un bambino di circa nove anni, dal momento che veniamo a sapere che nel suo decimo anno di regno ha sposato la sorella del re dei Mitanni [2] (un popolo che abitava la porzione a nord della Mesopotamia, alleato di lunga data del Regno egiziano) avendo raggiunto l’età giusta per iniziare a creale un proprio harem. Ma questi matrimoni avevano fondamentalmente la funzione di mantenere florida l’alleanza politica fra i due Paesi, mentre l’unica vera Grande Sposa Reale è stata Tiye, sposata ad Amenhotep quando erano ancora bambini, sua compagna per tutta la vita e sempre presente, in posizione di rilievo, al suo fianco.

La questione della presunta coreggenza e la rivoluzione religiosa

Nell’anno 36 del regno di Amenhotep III, il re dei Mitanni Tushratta, preoccupato per la salute del suo fratello (come amichevolmente si appellavano l’un l’altro nelle missive) re d’Egitto, invia un’immagine della dea Ishtar di Ninive, per favorire la guarigione del sovrano [3], nella seguente lettera Tushratta si rivolge alla ormai vedova Tiye, per auspicare che anche durante il regno di suo figlio i rapporti rimangano stabili. Da altre fonti sappiamo che il re giunse forse fino al trentottesimo anno di regno. Vi è poi una nuova lettera di Tushratta indirizzata allo stesso Amenhotep IV, che ancora usava questo nome, datata al suo secondo anno di regno. Appare evidente che non vi è stata alcuna coreggenza [4], come pure che la sede a cui sono indirizzate le lettere è sempre il palazzo di Amenhotep III.

E l’introduzione del culto di Aten? Il termine Aten viene solitamente tradotto come disco solare, ma in realtà ha più che altro la funzione di differenziarsi dalla classica rappresentazione antropomorfa o zooantropomorfa del dio sole Ra, in favore di un’entità più concettuale. Ma questo termine era già in uso da molti anni, durante il regno di Amenhotep III (anno undicesimo: il faraone inaugura un lago artificiale a bordo di una barca chiamata “Aten è risplendente[5]) anche per dare il nome al suo nuovo palazzo costruito a Medinet Habu, chiamato La casa di Neb-Maat-Ra (nome di intronizzazione di Amenhotep III) splende come Aten [6].

Primi resti di abitato, che probabilmente erano in relazione con quel palazzo, sono stati rinvenuti per la prima volta dalla missione dell’Università di Chicago [7], di essi ci vien detto che sono molto simili, come impianto abitativo, alle dimore degli Operai delle Tombe Reali, nella vicina Deir el Medina.

Ma concentriamoci sul palazzo del re Amenhotep III: lo aveva fatto costruire una figura molto particolare, che è addirittura diventata leggendaria, venerata come una divinità per centinaia di anni. Stiamo parlando di Amenhotep figlio di Hapu, di cui abbiamo citato il tempio funerario poco fa. Il suo titolo è quello di scriba reale, ma in realtà fu molto più di questo: un potente funzionario, un abile architetto, e per questo paragonato al suo illustre predecessore Imhotep [8]. Perché ci interessiamo a questo personaggio? Perché Alexandre Varille e Clement Robichon hanno effettuato estesi scavi sul sito del suo tempio funerario, per conto dell’Institut Français d’Archéologie Orientale [9], portando alla luce anche una porzione di abitato, con dei muri sinusoidali.

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Aten: mappa dalla quale risultano evidenti le strutture dei muri “sinusoidali” – Robichon, C. e Varille, A., Le temple du scribe royal Amenhotep, fils de Hapou (1936) – FIFAO 11

Ricomponiamo i pezzi del puzzle

Adesso abbiamo tutti gli elementi per rispondere alla domanda: è stato esagerato presentare questa scoperta come la seconda scoperta archeologica più importante da quando è stata trovata la tomba di Tutankhamon?

La missione dell’Università di Chicago, con una serie di scavi durata diversi anni, esamina i templi della XVIII Dinastia e si imbatte in diversi tipi di insediamento, alcuni più poveri, altri che mostrano già delle aree per la lavorazione di materiali e altri con funzione amministrativa, costruiti con mattoni di fango seccati al sole, di cui Aldred ci dice che avevano un’estensione di circa ottanta acri. Poi la missione francese effettua scavi sul sito del tempio funerario dell’architetto di Amenhotep III e scopre:

“[…] A Nord Ovest del tempio di Tuthmosi II dei muri in mattoni con il cartiglio di Amenhotep III delimitano degli spazi rettangolari che dovevano servire da laboratori e magazzini. Abbiamo trovato all’interno di questi ambienti della polvere di granito e di arenaria, dei vasi dipinti e tappi di argilla cruda stampigliati. Non lontano da lì gli operai dei laboratori erano alloggiati in un quartiere di casupole che sembra delimitato da muri ondulati.” [10]
(traduzione a cura della Dott.ssa Renata Rossi)

Gli autori in una nota aggiungono anche che questa tipologia di muri non sarebbe infrequente dell’architettura egiziana, citando fonti che riguarderebbero siti come Dashur e Lisht. Ma c’è di più:

“A Nord del tempio di Tuthmosi II, al di fuori dei limiti dello scavo, un muro di mattoni con il cartiglio di Amenhotep III affiora sulla superficie del suolo. Il suo orientamento mostra che è in rapporto con i precedenti laboratori. Altrimenti gli scavi dell’Università di Chicago hanno messo in luce, sotto i templi di Ay e di Horemheb, delle costruzioni di Amenhoteop III analoghe a quelle che noi abbiamo scoperto e contenti inoltre polvere di granito. L’accostamento delle piante dei nostri scavi con quelle degli scavi americani mostra che l’orientamento dei laboratori è lo stesso. Le mura sono parallele o perpendicolari al grande recinto del tempio dei Colossi (tutto ciò che rimane del tempio funerario di Amenhotep III [n.d.a.]) […] . Questi laboratori di Amenhotep III, situati dietro al suo tempio funerario, sono stati dunque disposti seguendo un piano d’insieme che svelerà lo scavo completo del sito.” [11]
(traduzione a cura della Dott.ssa Renata Rossi)

Facendoci aiutare da due immagini, costruite sulla base delle piante degli scavi delle missioni americana e francese, da una studiosa dell’Università di Berkeley, Vicky Jensen, che si è posta i nostri stessi dubbi: sarà ancora più chiaro quanto già potremmo aver intuito dalle righe appena lette e cioè che si tratterebbe di un’enorme area facente parte dello stesso insediamento, formato da quartieri abitativi (più o meno curati, in base alla classe sociale degli occupanti), magazzini, laboratori, officine e aree deputate alla produzione di quanto potesse servire all’amministrazione del palazzo del re Amenhotep III chiamato appunto La casa di Neb-Maat-Ra splende come Aten.

Perciò gli scavi condotti da Zahi Hawass avrebbero solo portato alla luce una nuova porzione di quanto già scoperto in altre epoche da altre missioni. Una scoperta rilevante, che personalmente mi ha molto interessato, anche per gli sviluppi futuri, ma davvero degna dell’esposizione mediatica di cui è stata fatta oggetto? Che dire? Se può servire per attirare l’attenzione sulla cultura, così tristemente bistrattata in quest’ultimo anno, per accendere nuovi interessi e rafforzare gli esistenti, allora facciamo i complimenti al Dr. Hawass!

Note al testo

[1] Gardiner A., La civiltà egizia (1981) Giulio Einaudi Editore, pag.186
[2] Aldred C., Akhenaton il faraone del sole (1987) Newton Compton Editori, pag. 62
[3] Gardiner A., ibidem, pag. 195
[4] Aldred C., ibidem, pag. 79
[5] Aldred C., ibidem, pag. 58
[6] Aldred C., ibidem, pag. 66
[7] Hoelscher U., The Temples of the Eighteenth Dynasty, (1939) Oriental Institute Pubblications 41, pagg. 68-69
[8] Gardiner A., ibidem, pagg. 189-190
[9] Robichon, C.; A. Varille, A., Le temple du scribe royal Amenhotep, fils de Hapou (1936) FIFAO 11
[10] Robichon, C.; A. Varille, A., ibidem, pag. 33 (interessante la bibliografia di riferimento per i muri “ondulati”)
[11] Robichon, C.; A. Varille, A., ibidem, pag. 34

Bibliografia

📖 Gardiner A., La civiltà egizia (1981) Giulio Einaudi Editore
📖 Aldred C., Akhenaton il faraone del sole (1987) Newton Compton Editori
📖 Hoelscher U., The Temples of the Eighteenth Dynasty, (1939) Oriental Institute Pubblications 41
📖 Robichon, C.; A. Varille, A., Le temple du scribe royal Amenhotep, fils de Hapou (1936) FIFAO 11

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a cura di

Renata Rossi

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