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Il Tartaro: l’ingresso nell’Oltretomba

“Quando le ombre scendono al Tartaro ciascuna di esse è munita di una moneta che i parenti le hanno posto sotto la lingua. Così possono pagare Caronte, il triste nocchiero che guida la barca al di là dello Stige. Questo lugubre fiume delimita il Tartaro a occidente e ha come suoi tributari l’Acheronte, il Flegetonte, il Cocito, l’Averno e il Lete. le ombre prive di denaro invece sono condannate ad attendere in eterno sulla riva. Un cane con tre teste (o cinquanta, come altri sostengono), chiamato Cerbero, monta la guardia sulla sponda opposta dello Stige, pronto a divorare i viventi che tentino di introdursi laggiù, o le ombre che tentino di fuggire. Le ombre appena scese nel Tartaro vengono giudicate da Minosse, Radamante ed Eaco, in un punto dove tre strade si incrociano. Radamante giudica gli asiatici ed Eaco gli europei, mentre i casi più difficili vengono sottoposti a Minosse. Al termine di ogni giudizio le ombre vengono indirizzate lungo una delle tre strade: la prima conduce nella prateria degli Asfodeli, dove si riuniscono coloro che non furono né virtuosi né malvagi; la seconda al campo di punizione del Tartaro, destinata ai malvagi; la terza ai Campi Elisi destinata ai virtuosi. Oltre la bianca prateria degli Asfodeli troviamo il palazzo di Ade e Persefone, cinto da possenti mura sulle quali stanno le Furie, o Erinni, che hanno il compito di torturare coloro che si sono macchinati di gravi crimini contro i familiari e contro gli dei. Alla sinistra del palazzo, un bianco cipresso ombreggia la fontana dell’Oblio, dove le ombre comuni si radunano per bere. Ma le ombre novizie evitano quelle acque e preferiscono dissetarsi alla fonte della Memoria, alla sinistra del palazzo, ombreggiata da un bianco pioppo, la cui acqua rinnova il ricordo delle cose amate.”

Cos’è il Tartaro

Nell’immaginario collettivo, quando si parla di Tartaro ci si immagina il luogo oscuro e maledetto da cui si accede al regno dei morti. Derivante dal greco antico Τάρταρος, ovvero Tártaros, il Tartaro è il luogo tenebroso e sotterraneo dell’Ade ove vennero confinati gli sconfitti della Titanomachia. Di questa guerra mitologica ci parlano fonti quali Esiodo, Igino e Apollodoro, di cui riportiamo un passo chiave:

“[…] Epimeteo e Menezio che, durante la Titanomachia, Zeus colpì con il fulmine e scagliò nel Tartaro.”
(Apollodoro – Biblioteca – I, 1 e segg)

Tramite le parole di Esiodo, invece, vogliamo suggestionare quello che era lo scenario prospettato a chi oltrepassava l’ingresso del regno degli inferi.

” […] tanto sotto la terra giú, quanto è il cielo lontan dalla terra,
che dalla terra è tanto lontano il Tartaro ombroso.
Ché nove dí, nove notti piombando, un’incude di bronzo
giú dalla Terra, sarebbe nel decimo al Tartaro giunta.
Tutto d’intorno un recinto di bronzo lo stringe; e la notte
con tre giri d’intorno s’effonde al suo collo: ivi sopra
son della Terra, del Mare che mèsse non dà, le radici. […]”

(Esiodo – Teogonia – 719 e segg. – Traduzione di Ettore Romagnoli)

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Illustrazione – Poemi Greci – Ettore Romagnoli ©

I luoghi dell’Oltretomba

Nella costa ionica della Grecia, presso la baia di Ammoudia, vicino alla palude Acherusia, visse l’Oracolo dei Morti (Necromànteion) che rimase in attività fino al 167 a.C. quando il tempio fu saccheggiato e distrutto dai romani. Questo luogo potrebbe corrispondere fisicamente a quello descritto da Omero:

“Non appena avrai attraversato il mare, scorgerai i bassi lidi e, denso di alti pioppi e improduttivi salici, il Bosco di Proserpina: a quella spiaggia battuta dal mare profondo, àncora la nave ed entra nei domini di Plutone. Lì si alza una rupe presso la quale due fiumi si mescolano rumoreggiando e, uniti, si gettano nell’Acheronte: il Cocito, ramo dello Stige, e il Flegetonte. Passato il giorno e d’oscurità ricoperte le strade, dell’Oceano la nave toccò i gelidi confini, là dove vive il popolo dei Cimmeri, avvolti dalla nebbia e dal buio eterno.”
(Omero – Odissea – X, XI)

Poiché nella mitologia greca tutti i morti giungono nell’Oltretomba attraverso una qualsiasi voragine nella superficie terrestre, zampillante di lava e circondata da vapori sulfurei, esistono numerosi ingressi citati nella letteratura epica per raggiungere l’Ade. Fra i più famosi della nostra penisola possiamo ricordare:

  • il monte Etna, in Sicilia;
  • Cuma, in Campania, nelle vicinanze del lago Averno, bacino idrico formatosi nel cratere di un vulcano spento;
  • i Campi Flegrei, una vasta area situata nel Golfo di Pozzuoli dove la moltitudine di crateri, il suolo ribollente e la tetra immobilità delle acque raccolte nei vulcani spenti fornirono gli elementi di una facile identificazione.

Per secoli, i Greci prima e i Romani poi, venerarono la sacralità di questo luogo, ma quando in epoca augustea si rese necessaria la costruzione di un efficiente arsenale vicino a Pozzuoli, Agrippa non si lasciò intimidire dalle leggende del luogo e scelse il lago come sede di un cantiere navale (37 a.C.).

Fu allora che Virgilio vide il sito e, forse suggestionato dall’atmosfera misteriosa della ciclopica galleria, narrando il viaggio oltremondano dell’eroe, così da immortalare il lago senza vita nella grande poesia epica.

“Vi era una grotta profonda e immensa per la sua vasta apertura, rocciosa, protetta da un nero lago e dalle tenebre dei boschi, sulla quale nessun volatile impunemente poteva dirigere il proprio volo con le ali, tali erano le esalazioni che, effondendosi dalla nera apertura, si levavano alla volta del cielo.”
(Virgilio – Eneide – Canto VI)

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Jan Bruegel  il Giovane – La discesa di Enea agli Inferi – The Met (New York) ©

Bibliografia

🏺 Apollodoro - Biblioteca
🏺 Esiodo - Teogonia
🏺 Omero - Odissea
🏺 Virgilio - Eneide
📖 Robert Graves - I Miti Greci - Longanesi - 1998
📖 Gli dei e gli eroi della Grecia. Il racconto del mito, la nascita delle civiltà - Károly Kerényi - Il Saggiatore - 2015
📷 Arnold Böcklin - L'isola dei morti - Alte Nationalgalerie, Berlino

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a cura di

Niccolò Renzi

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