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Rituali religiosi: i sacrifici nel mondo ittita

Per gli Ittiti la religione costituiva un aspetto fondamentale, e nel mondo religioso lo erano anche ovini e bovini: i rituali di sacrificio e le feste vedevano spesso l’impiego pecore o buoi. Inoltre, festività e sacrifici erano una occasione per il potere centrale di presentarsi alla popolazione come legittimo, di fungere da amalgamate tra differenti gruppi sociali nei confronti del Re e dell’amministrazione.[1]

La stabilità del regno dipendeva in larga misura dalla salute e dal benessere del suo sovrano. Ma il sovrano era per sempre vulnerabile all’ira divina, poiché era responsabile non solo dei reati che egli stesso aveva commesso, ma anche di quelli degli altri membri della sua famiglia, inclusi i suoi antenati, o addirittura dei reati commessi dai suoi sudditi in generale. La celebrazione coscienziosa delle feste nel calendario religioso potrebbe fare molto per mantenere gli dei dalla parte. Ma non vi era alcuna garanzia assoluta di ciò, ed era bene prendere ulteriori precauzioni, anticipando il più possibile qualsiasi disgrazia o disastro che avrebbe potuto superare il re.[2]

I sacrifici, le feste e il rapporto re-divinità

Il culmine dei rituali religiosi comunitari era rappresentato normalmente dalle feste, EZEN4. Queste avevano carattere periodico e rappresentavano un elemento ben differenziato dai giornalieri rituali di culto.[3]La ricorrenza stagionale delle feste sono un fattore fondamentale nello stato ittita, sia dal punto di vista religioso che per la stabilità politica del paese: nella religione infatti fungeva da tramite nel rapporto tra le divinità e gli esseri umani, mentre dal punto di vista politico il re ittita trova forza e legittimazione in queste feste religiose, obbligandolo a viaggiare nel regno di Hatti e di conseguenza si mostrava a tutto il popolo come esecutore della volontà degli dei.

L’importanza del rapporto tra re e il divino è evidenziata in questi brani:

(CTH 414 §5–7) “Gli dei, la dea del sole e il dio della tempesta, hanno assegnato me, il re, la terra e la mia casa, e io, il re, proteggerò la mia terra e la mia casa. Non verrai a casa mia e io non verrò a casa tua. Gli dei hanno concesso a me, il re, molti anni. Gli anni sono illimitati. Dal mare, il Trono ha portato il governo e il carro (reale) a me, il re. La terra di mia madre è stata aperta e io, il re, sono stato designato labarna.[4]

(CTH 389.2 §6) “[Un padre che] non ho, una madre che non ho: voi, o dei, siete mio padre, [voi, o dei, siete] mia [madre]. Sei la Maestà! E io sono uno dei tuoi sudditi! … Tu solo, o dèi, mi hai messo in mano la regalità; Io governo l’intera terra, il [pa] nku- (cioè l’assemblea / congregazione), (e) la popolazione.[5]

Il re doveva dunque il proprio potere al dono divino e agiva come sacerdote supremo del regno. Era suo compito mantenere l’equilibrio cosmico attraverso la salvaguardia delle relazioni tra uomini e dei.[6]La benevolenza divina la si otteneva tramite l’osservanza dei culti. La scrupolosità con i quali venivano svolti era elemento fondamentale, proprio per non attirare le ire degli dei. Non è un caso che solo i testi riguardanti le feste religiose rappresentano quasi un terzo di tutte le fonti scritte ittite conosciute, e sono il più vasto corpus di riti reali del Medio Oriente antico.[7]

I regolamenti religiosi ittiti si differenziavano in culti di stato e in culti non statali. I primi prevedevano la partecipazione del re e rappresentavano il corpus del culto ufficiale; i secondi invece erano tipici delle comunità rurali, a cui il re non prendeva parte.[8] Fanno eccezione le feste stagionali sopra citate, a cui il re partecipava anche con scopi politici.[9]

sacrifici ittiti
Animali sacrificali – Al centro è probabile sia rappresentata una capra, a destra un bue, probabilmente ancora giovane, perché non vengono rappresentate le corna [10]

Lo svolgimento dei sacrifici ittiti

“Il sacrificio è essenzialmente un’offerta che può essere suddivisa in tre fasi successive:
(1) una ‘fase negativa del dono’ […] corrispondente alla rinuncia alla proprietà da parte della persona a beneficio della quale viene condotto il rituale […];
(2) distruzione o almeno alterazione dell’offerta: nel caso del sacrificio animale, questa fase è rappresentata dall’uccisione della vittima sacrificale. L’uccisione rende permanente questa rinuncia;
(3) una ‘fase positiva del dono’ […], vale a dire la trasmissione della proprietà a un destinatario divino. Quindi il sacrificio può essere distinto dall’uccisione rituale per il suo carattere di dono a una divinità. Specificheremo che, nell’Anatolia ittita, questa definizione include in realtà alcuni rituali di sostituzione descritti nei testi, in quanto durante questi rituali il sostituto animale viene esplicitamente offerto a una divinità”.[11]

Nel sacrificio esistevano quattro elementi chiave: il sacrificante, il sacrificatore, il sacrificio e il destinatario.[12] Il sacrificante o “signore del rituale” era colui che compiva il sacrificio, incarico spesso ricoperto dal Re. Il sacrificatore era invece colui che compiva fisicamente l’azione; questo ruolo spetta a un esperto di rituali, che funge da intermediario tra il signore del rituale e la divinità. Il sacrificio era rappresentato nella maggior parte dei casi da un animale, tendenzialmente di proprietà del “signore del rituale”. Infine era presente il destinatario del sacrificio, cioè la divinità o un antenato a cui è indirizzato.

Le fasi dei sacrifici non vengono mai descritte nel dettaglio, tuttavia siamo a conoscenza del loro sviluppo generale:[13] Il sacrificio iniziava con la consacrazione dell’animale, eseguita mediante la purificazione dell’animale e la sua dedica al destinatario. Il secondo passaggio consisteva nell’uccisione stessa, per poi proseguire con lo smembramento del cadavere.[14] In seguito i tagli di carne venivano sistemati sull’altare delle divinità.[15] Questa fase durava tutta la notte ed era il momento più significativo, nella quale la carne veniva recepita dal dio.[16]

Riguardo le modalità di uccisione, gli ittiti spaziavano dalla mazza alla macellazione con il taglio della gola. Gli animali potevano anche essere completamente bruciati (olocausto) o cucinati per essere condivisi.[17] Veniva inoltre specificato come trattare il sangue dei sacrifici: in alcuni casi era doveroso lasciare che il sangue colasse sul terreno, in altre situazioni invece il sangue doveva essere raccolto in recipienti.[18]

Gli dei banchettavano con gli uomini?

L’offerta dei tagli di carne al dio era il momento più importante del sacrificio, tuttavia i testi non chiariscono come gli ittiti credessero che gli dei consumassero l’offerta di cibo. Si può ipotizzare che il gesto di posizionare la carne sulla tavola divina fosse il simbolo del consumo divino.[19] Questo ben si allinea con l’usanza di mangiare almeno parte della carne,[20] che pare legata al suo consumo assieme agli dei, come loro commensali.

(KBo 11.14) “[Tu,] Dio sole, hai organizzato un festival.
Hai invitato tutti gli dei [e hai anche invitato] tutti i mortali”.[21]

La carne più pregiata

Leggendo i testi religiosi si nota che quasi tutte le parti del corpo animale venivano impiegate come offerta di cibo agli dei, inclusi pelle, grasso e ossa. Particolare rilievo lo avevano il fegato e il cuore, a cui facevano seguito le costole, il seno e la testa. Il polmone, invece, non viene quasi mai menzionato.[22]

Il rituale poteva prevedere anche la cottura della carne, oltre che alla sua consumazione cruda. Le cotture più utilizzate erano quella in pentola [23] o arrosto, “cottura al fuoco”.[24] La scelta del tipo di cottura era legata al pezzo di carne in questione, e spesso le varie opzioni convivevano nello stesso rituale. Generalmente il fegato e il cuore venivano arrostiti,[25] mentre gli altri tagli venivano cotti in pentola.[26]

Gli animali sacrificali

Ovini, caprini, bovini, maiali, cani, uccelli, pesci, asini e cavalli. Questi, in ordine dal più utilizzato al meno, è la lista dei animali maggiormente impiegati nei sacrifici ittiti. L’utilizzo di bestie selvatiche invece era poco frequente.[27] La scelta di determinati animali può essere determinata da una logica di tradizione e del contesto rituale,[28] tuttavia anche la disponibilità numerica, il basso costo e la buona qualità della carne potrebbe aver giocato un ruolo nel consolidarsi delle tradizioni. Mentre il sesso dell’animale non viene generalmente specificato nei testi[29] la buona condizione fisica era invece un fattore importante.[30] Il colore dell’animale era rilevante solo in determinati casi, come ad esempio negli esorcismi, dove venivano prediletti gli animali neri. Per quanto riguarda l’età le uniche distinzioni ricorrenti erano quelle tra l’agnello o la pecora adulta.[31]

Note al testo

[1] Barsacchi 2019, p.5
[2] Bryce 2002, p.152
[3] Cammarosano 2018, p.6
[4] Cammarosano 2018, p.7; Traduzione ad opera di Beckman 2010, p.73
[5] Cammarosano 2018, p.7; Traduzione ad opera di Steitler 2015, p.208
[6] Beckman 1995 (Camossaro 2018, p.7)
[7] Cammarosano 2018, p.11
[8] Cammarosano 2018, p.11
[9] Taracha 2009, pp.71-73
[10] Golec 2016,p.71
[11] Mouton 2017, p.239
[12] Mouton 2017, p.240
[13] Mouton 2017, p.241
[14] Un ulteriore modo di sacrificare gli animali era costituito dalla loro bruciatura (Mouton 2017, p.244)
[15]  Mouton 2017, p.249
[16] Mouton 2017, p.249
[17] Gurney 1977, pp.56, 61
[18] Mouton 2017, p.241
[19] Mouton 2017, p.242
[20] Mouton 2017, p.247
[21] Mouton 2017, p.248
[22] Mouton 2017
[23] Probabilmente cotti in modo simile allo stufato (Mouton 2017, p.246)
[24] Mouton 2017, p.246
[25] Per maggiori informazioni riguardo la cottura guarda: Golec, 2016 pp.35-38
[26] Mouton 2017, p.247
[27] Mouton 2017, p.243
[28] Mouton 2017, p.243
[29]Ad eccezione di alcuni rituali, come quelli di sostituzione o purificazione, dove il sesso dell’animale corrisponde a quello di colui che commissiona il sacrificio. (Mouton 2017, p.250)
[30]  Mouton 2017, pp.244-245; Traduzione ad opera di McMahon 1997, p. 221
[31] Mouton 2017, p.246

Bibliografia

📖 Barsacchi, Francesco G. - 2019, “Distribution and Consumption of Food in Hittite Festivals. The Social and Economic Role of Religious Commensality as Reflected by Hittite Sources”. In: 📖 Manfred Hutter e Sylvia Hutter-Braunsar - Economy of Religions in Anatolia: From the Early Second to the Middle of the First Millennium BCE, Münster, pp.5-19
📖 Bryce, Trevor - 2002, Life and Society in the Hittite World. Oxford.
📖 Cammarosano, Michele - 2018, Hittite Local Cults. Atlanta.
📖 Golec, Joanna - 2016, The Foods of Gods and Humans in the Hittite World,Varsavia.
📖 Gurney, Olive - 1977, Some Aspects of Hittite Religion, Oxford.
📖 Mouton, Alice - 2017, “Animal Sacrifice in Hittite Anatolia”, in: S. Hitch, I. Rutherford, Animal Sacrifice in The Ancient Greek World, Cambridge, pp.239-252.
📖 Taracha, Piotr - 2009, Religions of second millennium Anatolia, Wiesbaden.

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a cura di

Alessandro Fara

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