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Il Ratto di Europa: mito e iconografia

Uno dei più famosi episodi di rapimento narrato da Ovidio nelle Metamorfosi è sicuramente il Ratto di Europa, figlia di Agenore, re di Tiro. Come spesso accade in questi miti, l’espediente che avvia la storia è la frenesia amorosa del fedifrago Giove che, una volta invaghitosi della ragazza, incarica Mercurio di portare la sua mandria di buoi sulla spiaggia dove è la fanciulla è solita recarsi a giocare. Qui il padre degli dei per non destare sospetti si trasforma in un bellissimo toro bianco candido, iniziando poi a muggire e a pascolare sul verde prato. 

“Nessuna minaccia in fronte, lo sguardo non fa paura,
il muso è in pace. Lo contempla la figlia di Agenore,
come è bello, e non minaccia battaglie;
ma, per quanto mite, ha paura a toccarlo dapprima,
poi gli si accosta e porge fiori davanti al candido
muso.”

(Ovidio – Metamorfosi – II, 846-875)

Europa quando lo vede rimane estasiata per la bellezza, dapprima un po’ impaurita, ma una volta capite le docili intenzioni dell’animale, è felice di accarezzarlo e di porgli fiori sulle piccole corna. I due giocano, lei totalmente ignara di chi si cela sotto l’aspetto taurino, nonché delle intenzioni erotiche provate da Giove. Durante le danze lei si azzarda a sedersi sul dorso dell’animale, che prontamente decide di dirigersi verso la spiaggia, cogliendo così l’occasione di tuffarsi nei flutti per portarsela via. Ella, ci dice Ovidio, guarda con tristezza la riva che progressivamente si allontana, mentre si tiene salda alle corna con le sue vesti rigonfiate dal vento fino all’arrivo sull’isola di Creta.

Tiziano – Ratto di Europa – Isabella Stewart-Gardner Museum (Boston) ©

Il racconto del mito: le fonti

Come abbiamo appena ricordato, il mito è molto famoso e conosciuto, sia ai giorni nostri che in quelli più antichi. Difatti, non ne parla solo Ovidio nei suoi racconti, ma anche Plinio quando ad esempio accosta la vicenda di Europa ad un platano creduto sempreverde sull’isola di Creta; a queste generiche notizie si aggiunge anche il tragediografo Eschilo ed infine Esiodo, quest’ultimo quando racconta le storie delle donne più famose ai suoi tempi.

Fortunatamente il mito viene tramandato e tradotto in epoca medievale, tant’è che ne parlano nelle rispettive opere Lattanzio, Fulgenzio e non ultimo il Boccaccio nella sua Genealogia deorum gentilium.

Viene ancor più apprezzato durante tutto il Rinascimento, dove la riscoperta dell’antico e delle opere classiche ha una propulsione notevole: centri come Firenze e Venezia vedono una vera e propria rinascita di interesse, spinta a sua volta da correnti filosofiche come il Neoplatonismo, che prospererà soprattutto nella corte medicea per poi dilagare in tutta Italia. I testi che vennero prodotti nelle diverse epoche, non solo nel Rinascimento, ebbero una eco importantissima nelle arti figurative: a ragione si ricordano le Stanze del Poliziano dedicate a Giuliano de’ Medici, che tanto influenzarono le composizioni di grandissimi artisti che lavoravano sotto una delle più illuminate signorie di sempre: uno fra i molti il Botticelli con la sua Primavera e con la sua Nascita di Venere

Iconografia del mito

Molte sono le opere d’arte che ci parlano del Ratto di Europa. Abbiamo dovuto quindi selezionarne alcune, per poterle analizzare e commentare, coscienti di non poterle riportare tutte.

Il Cratere di Assteas

Uno dei più notevoli esemplari che riproduce il Ratto di Europa è sicuramente il Cratere di Assteas, vaso a calice di produzione pestana datato all’incirca del 350-330 a.C. Anche la sua storia è molto interessante: ritrovato durante uno scavo clandestino presso Sant’Agata dei Goti, viene tenuto in una residenza privata fino a quando nel 1973 viene venduto all’asta. Acquistato dal Paul Getty Museum di Malibu rimase lì fino al maggio del 2009, data in cui fu restituito all’Italia perché riconosciuto come opera d’arte trafugata. 

La pittura a figure rosse rappresenta un insieme di elementi che fanno da cornice alla scena del rapimento: tra pesci e animali acquatici si trova in basso a sinistra Scilla col tridente, un tritone con il remo a destra, mentre in alto forse Pothos. Negli scomparti laterali troviamo ancora una volta Zeus, la personificazione di Creta, Afrodite, Hermes e Adone. Di solito però lo schema iconografico risulta più semplice e chiaro, presentando solo due o quattro personaggi più importanti della vicenda.

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Cratere di Assteas – Museo archeologico nazionale del Sannio Caudino (Montesarchio) ©

La narrazione è molto articolata e procede da destra a sinistra: troviamo i protagonisti del mito con le relative didascalie, nonché la presenza di Giove per ben due volte. Una volta in forma di toro e nell’altra in alto con forme antropomorfe, forse a suggerirci i due momenti distinti del racconto, cioè prima e dopo la trasformazione. La scena del ratto è a parer mio molto ben realizzata: il toro sta correndo e guarda verso lo spettatore per catturarne l’attenzione, Europa invece non ci guarda, ma si regge sul corno mentre si tiene le vesti rigonfie dal vento. L’intervento in alto di Phatos, il Desiderio, si allaccia al corteo di Afrodite che sparge una specie di polvere afrodisiaca sulla coppia. Queste figure, a cui si aggiunge Adone, dovrebbero forse esser lette come inizio del desiderio e dell’amore tra umani e divinità; proprio come succede nel mito di Adone e non propriamente in quello di Europa.

L’Affresco di Pompei

Non poteva mancare questo soggetto nelle pitture parietali ritrovate nella città di Pompei, infatti, se ne può trovare un esempio nella parete ovest del cubiculum della Casa di Giasone (o Casa dell’Amor Fatale), oggi custodito al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

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Ratto di Europa – Museo Archeologico Nazionale di Napoli ©

L’affresco in IV stile riproduce Europa che è seduta sulla groppa del toro, vestita da un velo che le lascia scoperto il torso. Tre ancelle si avvicendano sulla destra: quella col manto purpureo non si capisce bene se voglia fermare il toro, oppure ci stia giocando o baciandolo; le altre due ancelle con i rispettivi pepli verde e giallino rivolgono lo sguardo verso la scena nascondendo le mani. L’ambiente in cui si svolge l’episodio è all’aperto, presso delle rocce inframmezzate a colonne lisce, intanto che una quercia – pianta sacra a Giove – fa capolino in alto.

Il Mosaico di Stabia

Questo mosaico invece si trovava nel ninfeo della Villa San Marco di Stabia, anch’essa seppellita dalla cenere durante l’eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C. Dal 1871 il mosaico si trova in Francia, precisamente a Chantilly nel Museè Condè.

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Il Ratto d’Europa – Villa San Marco (Stabia) – Museè Condè (Chantilly) ©

La scena è dominata dalla fuga del toro nei flutti, tutto intorno sono presenti speroni di roccia lumeggiata, che inquadrano la scena e aiutano a focalizzare lo sguardo dell’osservatore sulla parte più importante. La resa naturalistica è molto interessante: l’animale ha le zampe arcuate, enfatizzando così il dettaglio del movimento e del nuoto, la fanciulla sul suo dorso cerca di tenersi al corno e con un movimento molto naturale del braccio destro trattiene il velo che gli si è aperto per via del vento. La seminudità rimarca l’aspetto erotico della storia, ma conferisce alla fanciulla anche l’aspetto di una divinità acquatica – apparenza che ben si adattava in ambienti dove ci si poteva denudare per farsi il bagno, come appunto nei ninfei e nelle terme.

Opere a confronto

Confrontando questo esemplare con l’affresco citato prima, si può notare come lo schema iconografico utilizzato per rappresentare il momento cardine risulta essere lo stesso con esigue varianti. Durante il I secolo d.C. non è infatti difficile trovare la rappresentazione di questo mito, dove la figura d’Europa risulta essere realizzata senza troppa drammaticità ed enfasi.

Questo dettaglio potrebbe quindi farci propendere per l’utilizzo di una fonte comune come i Dialoghi Marini di Luciano di Samosata, in cui si legge:

“Sai dell’amore: odi ora il resto. Europa era discesa sul lido a scherzare con le compagne: e Giove fattosi torello scherzava con esse, e pareva bellissimo: Aveva una bianchezza grande, le corna ben ricurve, pareva assai mansueto, ruzzava anch’egli sul lido, e soavemente mugliava; onde ad Europa venne ardire di salirgli sul dorso. E come fu salita, rattissimo Giove corse al mare, e portandola nuotava: ed ella tutta smarrita attenevasi con la mano sinistra ad un corno per non cadere, e con l’altra si stringeva il peplo che ventilava.”
(Luciano di Samosata – Dialoghi Marini – Zefiro e Noto)

Bibliografia

🏺 Luciano di Samosata, Dialoghi Marini
🏺 Ovidio, Metamorfosi
📖 J. Seznec, La sopravvivenza degli antichi dei: saggio sul ruolo della tradizione mitologica nella cultura e nell'arte rinascimentali, Boringhieri, Torino 1980.
📖 E. La Rocca, M. de Vos, A. de Vos, Pompei, Mondadori, Milano 1981.
📖 P. Zanker, Pompei, Società, immagini urbane e forme dell’abitare, Einaudi, Torino 1993.
📖 Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Longanesi, Milano 2007.
💻 www.treccani.it

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a cura di

Simone Bonaccorsi

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