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Ci lascia un mostro sacro del Restauro: la Pinin Brambilla Barcilon

Il 12 dicembre 2020, è scomparsa Pinin Brambilla Barcilon, nome che, nonostante la sua originalità, difficilmente può risuonare come conosciuto alle orecchie di chi non è avvezzo al mondo dell’arte o del restauro.

Fa parte di quei grandi nomi che tanto hanno fatto senza però appartenere ad un campo che dona loro grande fama. La Pinin Brambilla nasce a Monza nel 1925, dopo la Guerra entra a far parte del mondo del Restauro, in un mondo maschile e fatto di artigiani e artisti, ma lei è riuscita a diventarne uno dei massimi esponenti e ha contribuito a far uscire tutto il settore da quel pantano di artigianalità per trasformarlo in una professione scientifica.

Le esperienze

Negli anni ha lavorato su artisti e opere fondamentali come le pitture di Giotto nella cappella degli Scrovegni, gli affreschi di Masolino a Castiglione Olona, e opere di Piero della Francesca, Mantegna, Caravaggio, Tiziano. Questi ed altri lavori l’hanno resa una figura di spicco anche all’estero.

Dal 1970 al 1990 la Pini Brambilla Barcilon fece parte del Comitato dell’International Council of Museums, conosciuto solitamente come ICOM, l’organizzazione internazionale che rappresenta i musei ed i loro professionisti. Un’organizzazione con soci in 138 paesi nel mondo e che assiste e mette in comunicazione i musei con l’intento di preservare, conservare e condividere il patrimonio culturale. Un ruolo quindi di grande prestigio a livello internazionale.

Nel 2012 venne anche chiamata dal Museo del Louvre per far parte del comitato internazionale di esperti per il restauro del dipinto di Leonardo da Vinci: Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’agnellino.

In Italia fece anche parte del comitato istituito per le celebrazioni leonardesche per la commemorazione del cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo da Vinci.

Il Cenacolo

Il restauro che più sicuramente ha segnato la vita professionale della Pinin Brambilla Barcilon e che più l’ha resa iconica nel mondo del restauro è quello del Cenacolo vinciano.

Il restauro durò dal 1977 al 1999 e riportò l’Ultima Cena alla sua vera essenza: un’opera di Leonardo da Vinci estremamente degradata per via della sperimentazione tecnica dell’artista. Ciò che c’era su quella parete prima del restauro della Pinin Brambilla era invece “un ammasso di grumi, disseminato di piccole zone chiare là dove era caduta la superficie dipinta. Visto da lontano il complesso stava in piedi, ma a pochi centimetri di distanza la materia pittorica risultava pasticciata, infelice”. D’altronde il Cenacolo è stato un dipinto molto vissuto, abbiamo fonti che ci parlano di evidenti degradi della superficie già poche decadi dopo l’ultima pennellata di Leonardo, dopo di cui si sono susseguiti innumerevoli restauri, tra cui quello del ‘700 che ha ricoperto con un disegno damascato di color olivastro e rosso scuro le eleganti (e degradate) tappezzerie, di cui si è ritrovato però un frammento, un mazzolino di garofani quasi integro.

Senza voler trasformare questo ricordo di una grande restauratrice in un articolo sul Cenacolo facciamo un breve passo indietro e vediamo perché il Cenacolo sia un’opera così particolare dal punto di vista della conservazione materica.

Leonardo era un artista che amava soffermarsi sui dettagli pittorici, sperimentare e dipingere su tavola, piuttosto che su muro. Perciò, per il Cenacolo non utilizzò le tecniche della pittura a calce o dell’affresco, sicuramente più opportune, ma cercò invece di portare su muro le tecniche utilizzate su tele e tavole, capaci di donare al dipinto maggior lucentezza e dettaglio. Ma le tempere e le gomme che dovette utilizzare non sono chimicamente adatte ad un supporto come l’intonaco, che ha un pH elevato, è estremamente poroso e ha esigenze di traspirazione; le vernici e le preparazioni da lui utilizzate, per non parlare dei restauri, tendono invece all’impermeabilità. Quando perciò la stanza veniva utilizzata come refettorio quale era, l’umidità portata dalle vivande permeava l’ambiente e i materiali del dipinto, che però [semplificando] rispondevano al calore e al vapore in modo differente, creando craquelure e distacchi.

Alla Pinin Brambilla Barcilon va quindi il merito di aver avuto il coraggio, la tecnica e la sensibilità artistica di rimuovere tutte le ridipinture sovrammesse in secoli di restauri, lasciando solo i materiali di Leonardo e aiutando l’osservatore con un equilibrato ritocco ad abbassamento di tono. La conservazione dei materiali è oggi garantita da un ottimo sistema di controllo ambientale, estremamente interessante ma che non ha qui la sede per essere descritto.

In conclusione possiamo dire con serenità che è scomparsa la persona, ma la figura e i suoi contributi alla conservazione del nostro patrimonio culturale sono ormai destinati a rimanere nella storia di questo settore.

Voleste approfodire l’argomento ritocco pittorico vi rimando al mio articolo inerente e al glossario.

Bibliografia

💻 www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Cosi_ho_salvato_il_Cenacolo_di_Leonardo.html
💻 www.avvenire.it/agora/pagine/cercando-leonardo

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a cura di

Giulio Claudio Barbiera

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