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I pasti nell’Antica Roma

Quali erano i pasti nell’Antica Roma? All’interno della società romana la suddivisione dei pasti non era particolarmente differente da quella attuale. Anche a Roma, infatti, i pasti principali erano solitamente tre, denominati inizialmente:

  •  jentaculumal mattino;
  • cena, verso metà giornata;
  • vesperna, al calar del Sole.

Questa denominazione tuttavia mutò in seguito, come si può evincere dal De verborum significatu di Festo, dove la tripartizione dei pasti è più simile alla terminologia italiana: 

  •  jentaculum, equivalente dell’attuale colazione ;
  • prandium, assimilabile al nostro pranzo;
  • cena, il pasto più importante della giornata, consumato la sera. 

Oltre all’orario della giornata a differenziare i pasti nell’Antica Roma erano anche le quantità di cibo che venivano consumate e le modalità.

Cosa e quanto si mangiava?

Solitamente jentaculum e prandium erano rapidi e non necessitavano, per Seneca (Ep., 83), neanche di lavarsi le mani dopo il pasto. Non erano rari i casi in cui uno dei due veniva saltato o reso estremamente leggero, come consigliava ad esempio Galeno in piena età imperiale. La questione cambiava verosimilmente la sera, quando le famiglie si riunivano e le attività lavorative cessavano. C’era quindi il tempo di preparare e allestire delle portate più abbondanti e elaborate. La cena era inoltre il momento ideale in cui riunire l’alta società, specialmente in età imperiale, per banchetti e celebrazioni divenute nei secoli a seguire iconiche dello stile di vita dei patrizi romani, soprattutto grazie al successo della rappresentazione letteraria fatta da Petronio della cena di Trimalchione.

Nelle cene più sontuose si poteva far ricorso a tovaglie non dissimili da quelle odierne, che venivano costantemente cambiate dopo ogni piatto, che veniva portato in tavola dai ministratores, ovvero i servi addetti al servizio. Per prendere le pietanze si utilizzavano le mani, non esistendo all’epoca le forchette, anche se si utilizzavano coltelli e cucchiai di diversa misura per le varie portate. Partecipare a cene abbondanti e lussuose divenne quindi simbolo di agiatezza e l’invito era molto richiesto: ancora oggi su muri di Pompei è possibile leggere varie iscrizioni che riportano il desiderio di un invito a cena, o attraverso offese: “non ceno barbarus ille mihi est” (“chi non mi invita a pranzo per me è un barbaro”) oppure in modo più cordiale “Quisque me ad ceneam vocarit valeat” (“stia bene chiunque mi inviterà a cena”).

Bibliografia

🏺 Festo, De verborum significatu
🏺 Marziale, Epigrammi
🏺 Petronio, Satyricon
📖 J. Andrè, L’alimentation et la cuisine à Rome, Parigi, 1981
📖 C. Cerchiai Manodori Sagredo, Cibi e banchetti nell’antica Roma, Roma, 2004.
📖 A. Jori, Panem et circenses, Cibo, cultura e società nella Roma antica, Palermo, 2016.

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a cura di

Martina Tapinassi

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