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Orfeo, Euridice e le Menadi

Orfeo, figlio del re Tracio Eagro e della Musa Calliope, fu il più famoso poeta e musicista mai esistito. Apollo gli donò la lira e le Muse gli insegnarono ad usarla, e non soltanto egli ammansì le belve, ma anche gli alberi e i massi si mossero e lo seguirono, incantati dal suono della sua musica.

Il mito di Euridice

Dopo il suo viaggio in Egitto, Orfeo si unì agli Argonauti e salpò con essi per la Colchide, aiutandoli a superare numerose difficoltà grazie al potere della sua musica. Ritornato dal viaggio si stabilì in Tracia e sposò l’amata Euridice. Un giorno, nei pressi di Tempe, nella vallata del fiume Peneo, Euridice si imbattè nel pastore Aristeo che cercò di usarle violenza. Mentre cercava disperatamente di fuggire, Euridice incespicò in un serpente e morì a causa del suo morso.

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Aristeo ed Euridice – Jacopo del Sellaio – Museum Boijmans Van Beuningen (Rotterdam)

Orfeo, disperato per la morte dell’amata, discese nel Tartaro servendosi del passaggio che si apre presso Aorno in Tesprozia, con la speranza di convincere Ade, re degli inferi, a concedergli il permesso di riportare Euridice sulla terra. Al suo arrivo nell’Oltretomba, Orfeo non soltanto incantò Caronte, Cerbero, e i tre giudici dei morti, ma con la sua musica dolce e lamentosa fece cessare temporaneamente le torture dei dannati e sciolse il duro cuore di Ade, tanto da indurlo a restituire Euridice al mondo dei vivi.

Ade pose una sola condizione: Orfeo non avrebbe dovuto guardarsi alle spalle finché Euridice non fosse giunta alla luce del sole. Euridice seguì Orfeo su per l’oscura voragine, guidata dal suono della sua lira, ma appena arrivato alla luce del sole, Orfeo si voltò troppo presto, impaziente di vedere il volto dell’amata, e che perciò perse Euridice per sempre.

La morte di Euridice per il morse del serpente e il fallito tentativo di Orfeo di riportarla in vita, comparirebbero soltanto in una versione più tarda del mito, riportato per esempio da Iginio, Diodoro Siculo, Pausania, Euripide. Questa versione pare tragga origine da un’erronea interpretazione delle rappresentazioni di Orfeo nel Tartaro, intento a suonare la lira per indurre la dea-serpente psicopompa Ecate a concedere speciali privilegi a tutte le ombre che erano state iniziate ai misteri orfici.

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Ecate – William Blake – Tate Gallery (Londra)

La morte di Orfeo

La tradizione mitologica narra che Orfeo trovò la morte per mano delle Menadi, o Baccanti, le invasate e frenetiche adoratrici di Dioniso. Sulle motivazioni di questo omicidio esistono più versioni del mito.

Virgilio, nelle Georgiche, racconta che Orfeo pianse per sette mesi la morte dell’amata Euridice, rifiutando qualsiasi attenzione femminile a tal punto da scatenare l’ira delle Menadi, che in preda alla frenesia dei culti bacchici lo fecero a pezzi: da qui il famoso sparagmòs, la pratica di dilaniare a mani nude un animale o più raramente un essere umano allo scopo di mangiarne le carni crude come sacrifico in onore a Dioniso.

Ne riportiamo un estratto, molto significativo:

“Nessun amore, nessun imeneo piegò il suo animo.
Da solo passava in rassegna i ghiacci iperborei e le nevi del Tanai
e le regioni mai prive di nevi della Scizia
cercando Euridice che gli era stata sottratta e i vani doni
di Dite; e le madri dei Ciconi, rifiutate a causa di questo rimpianto,
tra i rituali degli dei e le orge notturne di Bacco,
dispersero nei vasti campi il giovane fatto a pezzi.”

(Virgilio – Georgiche – Libro IV)

Ovidio narra invece che Orfeo, predicando l’amore omosessuale, condannava la promiscuità e i riti orgiastici delle Menadi tanto da attirare su di sé la furia di Dioniso e di Afrodite. Queste le parole con cui Ovidio descrive la ferocia dell’attacco mortale:

“E una di loro, scuotendo i capelli alla brezza leggera,
gridò: “Eccolo, eccolo, colui che ci disprezza!” e scagliò il tirso
contro la bocca melodiosa del cantore di Apollo, ma il tirso,
fasciato di frasche, gli fece appena un livido, senza ferirlo.
Un’altra lancia una pietra, ma questa, mentre ancora vola,
è vinta dall’armonia della voce e della lira,
e gli cade davanti ai piedi, quasi a implorare perdono
per quel suo forsennato ardire. Ma ormai la guerra si fa furibonda,
divampa sfrenata e su tutto regna una furia insensata.
Il canto avrebbe potuto ammansire le armi, ma il clamore
smisurato, i flauti di Frigia uniti al corno grave,
i timpani, gli strepiti e l’urlo delle Baccanti
sommersero il suono della cetra. E così alla fine i sassi
si arrossarono del sangue del poeta, che non si udiva più.”

(Ovidio – Metamorfosi – Libro XI)

Un’altra versione del mito, sostenuta dallo studioso e scrittore Robert Graves, racconta che Orfeo mancò di onorare con i dovuti sacrifici Dionisio, provocando così l’ira del dio che per vendicarsi inviò le Menadi a far vendetta.

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Orfeo massacrato dalle Menadi – Gregorio Lazzarini – Musei Civici Veneziani

Tutte le versioni del mito coincidono nell’affermare che il corpo del divino cantore fu smembrato (sparagmòs) e la testa, gettata nel fiume Ebro, continuò prodigiosamente a cantare, metafora dell’immortalità dell’arte.

Riportiamo nuovamente un estratto di Virgilio:

“Anche allora, mentre l’Ebro Eagrio trasportava la testa strappata dal collo di marmo portandola in mezzo ai gorghi,
la voce stessa e la fredda lingua invocava:
<Euridice! Oh misera Euridice!> mentre l’anima fuggiva:
in tutto il fiume le sponde ripetevano <Euridice>.”

(Virgilio – Georgiche – Libro IV)

Trasportata dal fiume, la testa di Orfeo raggiunse il mare aperto dove galleggiò fino all’isola di Lesbo, per tradizione centro principale della musica lirica nell’antica Grecia e patria di Terpandro, il più antico musicista storicamente accertato.

La testa di Orfeo che canta ricorda molto quella del dio celtico Bran, poiché anch’essa, recisa dal corpo, cantava dolcemente poggiata sulla roccia di Harlech nel Galles del Nord, come riportato dal Mabinogion, raccolta di miti considerati tra i più antichi della letteratura gallese.

Bibliografia

📖 Robert Graves - I Miti Greci, volume 1 - Longanesi - 1992
📷 Orfeo ed Euridice - Rubens - Museo Nacional del Prado

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a cura di

Niccolò Renzi

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