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Porsenna, l’etrusco che fece tremare Roma

Lars Porsenna è stato un lucumone etrusco della città di Chiusi, passato alla storia per il suo attivismo militare. In alcune fonti antiche, quali Dionigi di Alicarnasso, Floro e Plinio il Vecchio, è presentato come re d’Etruria, probabilmente per il ruolo militare che ricopriva all’interno della dodecapoli etrusca.

Etruschi contro Roma

Nell’impossibilità di datare precisamente il suo regno, esso è stato collocato intorno alla fine del VI secolo a.C. dalla tradizione romana. Porsenna intervenne contro Roma in favore di Tarquinio il Superbo, estromesso dalla carica regale a causa della proclamata repubblica.

Intorno all’assedio di Roma e alla sua disfatta per mano etrusca, sono state sviluppate varie versioni. Quella sostenuta dalla tradizione romana vede Porsenna desistere nel conquistare la città per gli atti di valore di Orazio Coclite, Muzio Scevola e di Clelia.

Questa versione dei fatti fu costruita in età imperiale da personalità del calibro di Tito Livio e Tacito. Plutarco e Tacito testimoniano invece la resa di Roma agli Etruschi: occupato il Gianicolo ed eretta una statua di rame di Porsenna nei pressi del Senato, pare che Roma abbia dovuto pagare ai Tirreni decime per molti anni.

Anche nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio possiamo trovare un riferimento che avvalora questa tesi, circa il divieto pronunciato da Porsenna ai Romani sull’uso del ferro se non in campo agricolo, nella fattispecie dell’aratro.

“Cacciati i re, nel patto, che Porsenna accordò al popolo romano troviamo espressamente dichiarato, che non si usi il ferro se non nella coltivazione del campo.”
(Plinio il Vecchio – Naturalis Historia – XXXV, 139)

Un’ulteriore conferma della sottomissione di Roma sotto il giogo etrusco è la testimonianza di un altra fonte storica di rilievo, ovvero l’opera di Tito Livio. Egli riporta che:

“Mai prima il senato aveva provato un panico simile, tante erano allora la potenza di Chiusi e la fama di Porsenna. E non temeva soltanto i nemici, ma gli stessi concittadini, perché la plebe romana, in preda al terrore, avrebbe potuto riammettere in città i re e accettarne il giogo, pur di avere la pace. “
(Tito Livio – Ab Urbe Condita – II, 9)

Dopo aver sconfitto i Romani, Porsenna fece avanzare il suo esercito al Sud Italia, per espandere il dominio etrusco. Fu consì che sia rrivò nel 504 a.C. allo scontro con la città di Ariccia: essa godeva di infrastrutture difensive e un esercito estremamente potente.  Il contingente etrusco, guidato da Arrunte figlio di Porsenna, dovette ripiegare nella ritirata vedendo morire il suo capo.

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Muzio Scevola davanti a Porsenna – Rubens e Van Dyck – Museum der Bildenden Künste (Budapest) ©

Il Mausoleo di Porsenna

Chiusi presenta oggi una necropoli di grande interesse archeologico: le tombe erano state costruite secondo una organizzazione concentrica e vedevano al centro i corredi più ricchi e importanti la cui opulenza diminuiva via via che ci si allontana dall’ipocentro, luogo in cui ipoteticamente dovrebbe trovarsi lo stesso Re Porsenna.

Nell’opera enciclopedica di Plinio il Vecchio troviamo informazioni preziose circa la collocazione del Mausoleo del Re d’Etruria. Egli ci dice di esserne venuto a conoscenza tramite un manoscritto perduto di Marco Terenzio Varrone, che descriveva minuziosamente il labirinto che proteggeva la tomba.

“E ora conviene parlare del [labirinto] italico, che fece per sé Porsenna, re dell’Etruria, per sepolcro, e allo stesso tempo affinché fosse superata la vanità dei re stranieri anche dagli Italici. Ma poiché il favoloso supera ogni immaginazione, useremo le parole dello stesso M. Varrone per questa descrizione: Fu sepolto sotto la città di Chiusi, nel qual luogo lasciò un monumento quadrato in pietra squadrata, ciascun lato largo 300 piedi (circa 88,8 m) e lato 50 (circa 14,8 m). In questa base quadrata c’è all’interno un labirinto inestricabile, dove se qualcuno vi entrasse senza un gomitolo di lino, non potrebbe trovare l’uscita.
Sopra questo quadrato si ergono 5 piramidi, 4 agli angoli e una al centro, alla base larghe 75 piedi (circa 22,2 m), alte 150 piedi (circa 44,4 m), inclinate in modo tale che in cima a tutte è posto un disco bronzeo ed un unico petaso (cappello da viaggio a larghe falde), dal quale pendono campanelli sospesi a catene, che agitati dal vento portano i suoni lontano, come un tempo fatto a Dodona. Sopra questo disco si ergono altre 4 piramidi ciascuna alta 100 piedi (circa 29,6 m). Sopra queste su un’unica base 5 piramidi delle quali Varrone ebbe vergogna a riferire l’altezza. I racconti etruschi tramandano che fosse la stessa di tutta l’opera. Per tanto, insana demenza, aver cercato la gloria non portò giovamento alcuno, oltre ad aver spossato le forze del regno, affinché alla fine la lode maggiore fosse dell’artefice.”

(Plinio il Vecchio – Naturalis Historia – XXXVI, 19.91-93)

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Foto d’epoca del Museo Archeologico Nazionale di Chiusi – ArcheologiaViva ©

Bibliografia

🏺 Tito Livio - Ab Urbe Condita
🏺 Plinio il Vecchio - Naturalis Historia
📖 G. Geraci e A. Marcone - Storia Romana - Mondadori - 2016
📖 M. Pallottino - Etruscologia - Hoepli - 2016
📖 G. Camporeale - Gli Etruschi: Storia e civiltà - Utet - 2015
📖 AA. VV. - Toscana etrusca e romana: Guide archeologiche - Touring Club Italiano - 2002
📖 Diego Balestri - Porsenna - Kimerik - 2019

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a cura di

Martina Tapinassi

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