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Ci lascia Colalucci, il restauratore della Cappella Sistina

Il restauratore Gianluigi Colalucci è morto nella sua Roma alla veneranda età di 92 anni. Questo articolo vuole sì ricordare un personaggio che è entrato di diritto nella storia del restauro, ma anche far conoscere a chi è fuori da questo mondo una persona, che ha lasciato un’impronta indelebile nell’arte italiana, in particolare con il suo restauro della Cappella Sistina.

La vita di Colalucci

Colalucci è nato a Roma nel 1929 da una famiglia di avvocati e si è diplomato a quello che allora era l’unico istituto forse al mondo che formasse restauratori, l’Istituto Centrale per il Restauro di Roma. Scuola storica che ancora oggi prepara nella teoria e nella pratica futuri restauratori. Ai tempi di Colalucci la scuola era ancora guidata dal padre formale del restauro italiano, ossia Cesare Brandi.

Una volta diplomato incominciò la sua carriera professionale alla Galleria Nazionale di Sicilia, spostandosi poi a Creta e a Padova, dove poté arricchirsi di esperienze e capacità che gli fecero guadagnare un posto ai rinomati Laboratori di Restauro delle Pitture dei Musei Vaticani, diventandone anche capo restauratore nel 1979.

Appena un anno dopo ebbe l’occasione di entrare nella storia e diventare il responsabile di uno dei restauri più importanti e soprattutto discussi della storia. Sto ovviamente parlando del restauro della Cappella Sistina.

In questi anni Colalucci acquisì la laurea honoris dalla New York University, nel ‘95 dall’Università Politecnica di Valencia nella quale fu anche docente per quattro anni.

Oltre ad aver insegnato anche in altre parti del mondo e restaurato opere di Raffaello, Giotto, Leonardo, Guido Reni, Lorenzo Lotto, Tiziano, Mantegna, Caravaggio e altri, ha anche insegnato nell’istituto che lo aveva formato, l’ICR.

Oggi la restauratrice Carla Gagliardi, all’ora sua studentessa, ricorda come durante i suoi seminari gli studenti potevano godere della sua sicurezza, competenza e passione. E come lui fosse uno di quei restauratori che hanno traghettato il mondo del restauro dall’essere “artigianale” all’essere scientifico. Abbandonando l’usanza di non-condivisione tra restauratori, ciò che veniva chiamato “segreto di bottega”, per abbracciare invece la collaborazione e lo studio scientifico.

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Il restauratore Gianluigi Colalucci – GediVisual ©

Il Restauro di Michelangelo

Dalla costruzione dei ponteggi al loro smantellamento passarono ben 15 anni. Anni in cui Colalucci e la sua squadra si impegnarono in analisi scientifiche, studi sulla tecnica artistica e sui materiali, prove di pulitura e operazioni del vero e proprio restauro. Un lavoro lungo e attento che si svolge in ogni buon restauro, ma ancor di più se il creatore dell’opera in questione è un certo Michelangelo Buonarroti.

Sperando che Colalucci mi perdoni se sintetizza un lavoro di 15 anni in poche righe, l’intervento era indirizzato principalmente al fissaggio delle aree di intonaco che minacciavano di cadere al suolo, alla pulitura dal nerofumo, al consolidamento dei pigmenti, che in alcune aree erano ormai privi di legante e che quindi rischiavano di sciogliersi alla prima infiltrazione dal tetto della Cappella, e, infine, al reintegro pittorico.

Le operazioni che si sono svolte sono state quindi quelle di far riaderire le porzioni di intonaco pericolanti, la pulitura del nerofumo tramite solventi e il consolidamento dei pigmenti tramite la diffusione nella superficie interessata di resine acriliche in soluzione acquosa che potessero prendere la funzione del perduto legante pittorico originale. In conclusione dell’intervento si è poi effettuato il ritocco pittorico. Questo passaggio è sempre volto a migliorare la lettura delle figure più compromesse, ciò che è sempre giusto fare, però, è ben separare il colore originale con quello di restauro, in questo caso ciò si è fatto tramite la tecnica del rigatino.

Facendo un passo indietro non si può soprassedere sulla questione del nerofumo. Questa, tra le altre, è stata una questione che ha prodotto una buona quantità di critiche al lavoro dei restauratori del Vaticano. Il nerofumo è in sostanza una patina scura di natura grassa che si forma sulle superfici annerendole. Solitamente questo materiale è ascrivibile al fumo delle candele, che quindi è composto dai fumi prodotti dalle cere e dagli stoppini delle candele che poi, depositandosi, trattiene anche il pulviscolo atmosferico presente nell’aria. Il problema sta nel fatto che nei dipinti a calce o negli affreschi, come nel caso della Cappella Sistina, è difficile stendere dei colori molto scuri, in quanto la calce con cui vengono a contatto schiarisce notevolmente la stesura. Perciò, per produrre le stesure più scure, gli artisti talvolta ricorrevano a dei colori legati con sostanze grasse, come la colletta animale o l’uovo, arricchite di pigmento nero, che è nel 99% dei casi una sostanza bruciata. Capite bene perciò come il nerofumo e i colori scuri dati a secco siano in sostanza la stessa come e come sia perciò facile scambiarli fra loro. Ciò che ho appena descritto, secondo molti, è proprio quello che è accaduto durante i restauri di Colalucci.

Personalmente non mi voglio esprimere sull’argomento: non ho letto le relazioni di restauro e l’argomento è sicuramente spinoso, perciò volentieri lascio la parola a chi è più informato di me o a chi crede di poterne parlare non conoscendo l’argomento.

Vecchie discussioni a parte, Colalucci è stato un importante restauratore, grazie a lui molte delle nostre opere d’arte vivranno ancora per molti anni e noi ne potremmo godere, ed è questo ciò che è importante.

Colalucci intento nel restauro della Cappella Sistina – GettyImage – Ph. Gianni Giansanti ©

Bibliografia

💻 www.adnkronos.com
💻 www.agi.it
📷 GettyImage - Ph. Gianni Giansanti ©

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a cura di

Giulio Claudio Barbiera

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