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Le cave e il trasporto del marmo nell’Antichità

Riguardo alle opere in pietra, come possono essere gli obelischi egizi, i marmi di Roma o le statue di Michelangelo, siamo abituati a sentirne parlare riguardo alla loro storia, ai loro significati, alla ricerca del dettaglio, ma da dove arrivano quelle pietre? Come sono state trasportate fino al centro delle nostre città? Dove erano le cave di marmo? E come venivano individuate centinaia o migliaia di anni fa?

Ecco questo approfondimento vuole concentrarsi proprio su questi aspetti un po’ meno battuti, partendo dalla ricerca delle cave fino ad arrivare al trasporto nel luogo di destinazione, non tratteremo invece le lavorazioni della pietra, che richiederebbero invece uno spazio totalmente dedicato.

Individuare una cava

Le ricerche delle cave erano affidate a ritrovamenti fortuiti o metodi puramente empirici, e come è facile da immaginare, i giacimenti individuabili erano solamente quelli affioranti. Certo tutto il bacino mediterraneo e in particolar modo l’Italia sono ricchi di marmi e pietre interessanti dal punto di vista artistico e costruttivo, se poi consideriamo che si sta parlando di ambienti alquanto ospitali, le ricerche e i trasporti cava-città spesso non dovevano essere così ardui. Ma sappiamo anche di cave antiche situate in luoghi davvero isolati, per le quali è difficile immaginare come gli antichi siano riusciti a trovarle. Mi riferisco ai giacimenti di Porfido rosso antico e il Granito del Foro, presenti in alture sparse nel deserto orientale egiziano a decine di chilometro dalla costa del mar Rosso, o il Semesanto, marmo trovato in un affioramento di spessore estremamente ridotto nella piccola isola greca di Skiros.

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Porfido Rosso Antico – Granito del Foro – Rosso di Verona

C’è da specificare un’ulteriore difficoltà nella valutazione di una roccia ancora in ambiente naturale. Molte pietre sono sature di colore e capaci di mostrare i loro tratti caratteristici solo se tagliate e lucidate, in natura invece avvengono reazioni chimico-fisiche che ne modificano l’aspetto facendo perdere loro i tratti più peculiari.
Per spiegarmi meglio: il Rosso di Verona, il classico marmo rosso con cui sono decorati i pavimenti di metà delle chiese italiane, è caratterizzato da quel rosso caldo e brillante e ricchissimo di ammoniti e altri scheletri fossili, ecco questo marmo, se lasciato alle intemperie, diventa praticamente bianco e l’aspetto eterogeneo perde notevolmente di contrasto. Quindi diventa molto più difficile da riconoscere in natura.

Questo è un classico effetto riscontrabile dei leoni stilofori all’entrata di certe chiese. Per richiamare il manto del leone è stato infatti spesso usato proprio il Rosso di Verona, ma, essendo all’esterno col tempo il leone diventa di un bianco caldo, tranne appunto dove la pietra viene continuamente toccata dai passanti o cavalcata dai bambini. Lì la pietra praticamente subisce una continua lucidatura per cui rimane del caratteristico rosso. Insomma in antichità non solo si potevano individuare solo gli affioramenti, ma bisognava che qualcuno ci incappasse, e infine che li riconoscesse.

Testimonianze dalle fonti

A questo proposito è curioso il racconto che ci fa Vitruvio a proposito del grande Tempio di Diana a Efeso. Gli efesini, durante la fase progettuale del tempio, erano indecisi su quale cava utilizzare per la fornitura dei marmi tra alcune cave situate nelle vicine isole del Mar Egeo. Alla fine la soluzione la portò un pastore locale di nome Pissodoro. Durante una delle sue lunghe giornate di lavoro, si racconta, due montoni del suo gregge si presero a cornate e, durante la lotta, uno di questi schivò il colpo del rivale, il quale colpì la roccia e ne stacco una scheggia, il cui interno, vide Pissodoro, era di bianchissimo. Il pastore lasciò quindi il gregge al pascolo e corse in città a dar la notizia. Una volta accertata la qualità della pietra furono così concessi grandi onori al pastore e si iniziarono i lavori per la produzione dei conci per il tempio.

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Tempio di Diana ad Efeso – Incisione di Sidney Barclay ©

Come rendere operativa una cava

A questo punto, in prima istanza, andava ampliata la parte scoperta del giacimento, quindi ripulendo la roccia da detriti, piante e, talvolta, dal cappellaccio: uno strato dello stesso materiale del giacimento ma alterato. Un’altra complicazione è data dalle acque di falda, che vanno costantemente estratte dalla cava; una volta abbandonati questi luoghi, infatti, si vengono spesso a formare dei piccoli laghi.

Nei casi in cui le rocce da estrarre erano solo in parte affioranti, o se lo strato di detriti e rocce sovrammesse era troppo grande per poterlo rimuovere, allora si procedeva costruendo gallerie o pozzi. In questi casi nelle aperture più grandi o comunque ogni tot metri, venivano lasciate delle porzioni di roccia per costituire dei pilastri, in altri casi questi pilastri si producevano in legno. Lo scopo di queste strutture era in parte quello di sostenere il peso delle tonnellate di roccia sovrastanti, ma anche quello di segnalare eventuali movimenti della montagna. Se per esempio vi fosse stato un lento cedimento di qualche millimetro al giorno i pilastri si sarebbero spaccati segnalando il movimento, senza di essi al contrario, non ce ne si sarebbe accorti fino a quando non sarebbe stato troppo tardi.

Per poter cavare una roccia ci si affidava principalmente a seghe e scalpelli, oppure, in una fase di lavoro più avanzata, si creavano delle fratture nella roccia tramite l’uso di leve. Ma lo stratagemma più interessante era sicuramente quello di produrre dei fori rettangolari nella roccia e incunearvi delle assi di legno secche, queste poi venivano bagnate con acqua calda riuscendo, dilatandosi, a spaccare la roccia.

Dopodichè il blocco di pietra doveva essere quindi trasportato fuori dalla cava. Per farlo si utilizzavano degli argani azionati da forza umana o animale. Il blocco veniva quindi legato e fatto scorrere sopra a dei tronchi, i quali rotolando, facilitavano il movimento di tutte quelle tonnellate di pietra. Nei casi in cui la roccia doveva essere fatta scivolare giù da un pendio allora si procedeva tramite l’abbrivio o tramite la lizzatura. Il primo consisteva nel far scivolare giù dal pendio in caduta libera o parzialmente controllata il blocco, ma in questo modo era quasi inevitabile la rottura dei blocchi. La lizzatura invece, consiste nel produrre una via sul pendio della montagna, su di essa si facevano scendere i massi, sistemati su due travi longitudinali tipo slitta. Questa era trattenuta da funi avvolte intorno a pioli disposti sulla via e superiormente rispetto alla slitta. La discesa controllata si effettuava quindi allentando gradualmente proprio queste funi. Per favorirne lo spostamento, davanti alla slitta erano man mano posati dei traversi di legno trattati per renderli scivolosi, non appena la slitta era passata questi venivano riposizionati frontalmente.

Per rendervi meglio conto di questo processo vi basterà cercare su internet dei video della Lizzatura delle Cave di Carrara, dove ogni anno viene fatta una rievocazione storica dove degli operai fanno scendere un blocco di pietra proprio secondo la tecnica antica. Che poi tanto antica non è se consideriamo che camion sufficientemente potenti per il trasporto di massi materiali da cava furono introdotti solo negli anni ‘60.

Una volta spostata la pietra dal punto di estrazione il blocco poteva essere più o meno lavorato già in questa fase. Questo perché una sua sbozzatura ne alleggeriva notevolmente il peso in vista del trasporto successivo, ma, al tempo stesso, una sua completa lavorazione avrebbe posto gli angoli e le parti decorative in serio pericolo durante le fasi seguenti.

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Lizzatura nelle cave di marmo di Carrara – Associazione Compagnia dei Lizzatori Carrara ©

Il trasporto dei blocchi

Con questa sintesi abbiamo idealmente trovato la nostra cava, l’abbiamo preparata, abbiamo staccato dalla roccia i nostri blocchi e li abbiamo poi portati fuori dalla cava. A questo punto c’è il problema di doverli trasportare fino al cantiere di costruzione.

Nei casi più semplici i blocchi venivano caricati su carri e trainati fino a destinazione, oppure venivano tirati da animali e fatti scivolare su slitte come per la “lizzatura”. I casi più interessanti però ce li raccontano le fonti antiche. Tornando al tempio di Diana ad Efeso e a Vitruvio, per il trasporto dei fusti delle colonne si preparò una sorta di cornice rettangolare intorno a ciascun fusto cilindrico, fissandola con perni al centro della sezione superiore e inferiore del fusto stesso. Questi perni garantivano quindi il rotolamento del fusto in modo indipendente rispetto alla cornice, che quindi poteva essere tirata dagli animali. In tal modo i fusti percorsero facilmente un tragitto di circa 2,4 km su terreno pianeggiante.

È quasi incredibile invece la soluzione trovata dai romani per il trasporto degli obelischi, a volte già eretti nelle città egizie o, come nel caso che vi sto per raccontare, appena cavati dalle Cave di Assuan. Questa volta sarà Plinio a raccontarci dettagliatamente una delle tecniche più utilizzate: dapprima fu scavato un canale dal punto di cava fino al Nilo, in seguito due larghe imbarcazioni affiancate, furono caricate con una zavorra, costituita da blocchi dello stesso granito, e pari al doppio del peso dell’obelisco. In tal modo le imbarcazioni furono sommerse quasi completamente. Dopodiché esse furono posizionate sotto all’obelisco, opportunamente sollevato e tenuto sospeso tra le due rive del canale, un’estremità su una banchina e una sull’altra. Una volta scaricati i blocchi di zavorra, le imbarcazioni poterono riemergere sostenendo così l’obelisco, disposto trasversalmente rispetto ai due scafi, che da qui poterono poi portarlo fino alla tappa successiva. Vista l’eccezionale impresa ingegneristica queste imbarcazioni furono addirittura conservate ed esposte alla pubblica ammirazione. Tra l’altro la stessa celebrazione la ebbe l’imbarcazione utilizzata per il trasporto dell’obelisco, che ora si trova davanti a San Pietro in Vaticano.

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L’obelisco vaticano nella sua collocazione originaria – Disegno di Maarten van Heemskerck ©

Lavorazione ed esportazione del marmo: l’Italia oggi

Il discorso porterebbe naturalmente al tema delle lavorazioni e degli strumenti utilizzati, ma per questioni di tempo non lo affronteremo, vi lascio però con una curiosità dei tempi nostri.
In pochi sanno, infatti, che l’Italia ha un importante ruolo a livello mondiale nel commercio dei marmi, vi do giusto qualche elemento significativo: oggi i maggiori esportatori mondiali (e sottolineo esportatori, non produttori) sono, in ordine: Cina, Italia, Turchia, India, Brasile, Spagna e Portogallo. I primi sei produttori, invece sono: Cina, India, Turchia, Iran, Brasile e Italia.


Per quanto riguarda poi le lavorazioni dei marmi siamo da sempre leader nel mondo, da noi vengono infatti prodotte le migliori macchine per il taglio dei blocchi e le loro esportazioni coprono tutto il globo. Talvolta, essendo macchina estremamente costose, ad alcuni paesi conviene di più cavare i marmi dalle rocce, spedirli in Italia per le lavorazioni e poi importarli nuovamente nel paese d’origine.

Ascolta la puntata del nostro podcast!

Bibliografia

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a cura di

Giulio Claudio Barbiera

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