Un pigmento egizio sulla Galatea di Raffaello

Negli ultimi giorni sono stati pubblicati i risultati delle analisi scientifiche effettuate sulla Galatea di Raffaello, affresco situato nella Villa Farnesina, a Roma.

Ciò che è stato scoperto è che Raffaello ha utilizzato il pigmento blu egizio per dipingere le campiture azzurre del cielo, del mare arrivando fino agli occhi di Galatea.

Perché tutto ciò ha fatto notizia?

Il motivo è che il blu egizio è stato un pigmento molto utilizzato in epoche passate, dagli egizi fino ai romani, ma che poi è andato via via in disuso fino a quando se ne è persa anche la procedura di produzione. Questa era infatti, nelle proporzioni e nella scelta dei materiali, alquanto complicata, tanto che, nel medioevo invece che produrre questo pigmento ex novo lo si è talvolta recuperato raschiandolo da vecchi dipinti.

Il blu egizio, infatti, è uno dei primi pigmenti, se non il primo, definibili come artificiali. Questo pigmento si differenzia dalla maggioranza dei colori antichi per non essere semplicemente una terra che ha subito una lisciviazione (un lavaggio) o un prodotto di macinazione, è bensì il risultato di una cottura di particolari specie inorganiche: la silice, la calce ed il rame. Se queste ultime hanno un punto di fusione (1000°C≈) pressoché raggiungibile dalle fornaci antiche, certo non si può dire lo stesso per la silice (1700°C≈) che potrà essere fusa pura solo in epoca moderna. In antichità, perciò, si utilizzava la soda che ha il potere di abbassare il punto di fusione dei minerali.

Nella pratica, Vitruvio ci spiega che andava macinata la sabbia (ricca di silice), la soda e, più grossolanamente, il rame; quest’ultimo pare che potesse essere aggiunto anche non puro bensì come lega insieme allo stagno, a formare il bronzo. Nel De Architectura non si nomina la calce ma secondo altre fonti faceva parte della miscelazione.

Vitruvio continua spiegando che la miscela ottenuta andava bagnata e divisa in panetti con le mani e fatte asciugare, andavano poi posate in una pentola di creta che andava poi inserita nella fornace (fino al raggiungimento di una temperatura compresa tra gli 850 e 950°C). A queste temperature quindi, i composti roventati e bruciati insieme dalla veemenza del fuoco, col dare e ricevere l’uno dall’altro i respettivi vapori, perdono ciascuno le qualità proprie, e ridotte dal fuoco a una cosa, restano di colore azzurro.

Altro punto interessante è capire come le analisi siano riuscite a portare alla luce un pigmento di questo tipo, soprattutto in un periodo in cui era stato ormai abbandonato.

Per identificare il pigmento si è sfruttato il Ma-XRF (macro X-Ray Fluorescence), un’analisi non invasiva che, sfruttando le analisi a XRF, produce una campionatura degli elementi chimici su tutta la superficie.

Cos’è l’analisi a XRF? In breve viene emesso un fascio di raggi X sulla superficie da analizzare, il fascio viene assorbito dagli atomi, i quali emettono di risposta un secondo fascio di raggi X specifico per l’elemento chimico che compongono; questo secondo fascio viene quindi letto da un ricevitore che ne identifica l’elemento chimico di riferimento.

Voleste saperne di più su alcune delle analisi che si effettuano sui beni culturali, vi rimando al mio articolo “Indagini diagnostiche: XRF e analisi al SEM” nella sezione Restauro e Tecniche Artistiche Antiche.

Bibliografia

📖 L’architettura di Marco VItruvio Pollione – tradotta e commentata dal marchese Berardo Galiani – Napoli, 1790 – Fratelli Terres
📖 I pigmenti nell’arte dalla preistoria alla rivoluzione industriale – N. Bevilacqua, L. Borgioli- I. Adrover Gracia – Il Prato – 2019
💻 https://www.treccani.it/enciclopedia/soda_%28Enciclopedia-Italiana%29/

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