Tinte, posticci e accessori: la vanità ai tempi di Roma

Nell’immaginario collettivo dell’epoca, gli Dei erano considerati biondi, probabilmente perché i capelli chiari erano poco diffusi nell’area mediterranea.  

Per i Romani, sfoggiare una capigliatura bionda o rossa era considerato sinonimo di fascino; moda che andò però sparendo nel  medioevo, assumendo addirittura un’accezione negativa: le tinte vennero considerate diaboliche così come le donne coi capelli rossi, ree di farsi notare e accusate poi di stregoneria. 

Per diventare bionde le donne romane usavano posticci di chiome di barbari nordici, oppure spargevano sui capelli una porporina d’oro. Esisteva anche lo schiarimento con una mistura di limone ed acqua distillata di fiori di ligustro, una pianta sempreverde dalle bacche velenose.

Successivamente, con l’avvento dell’età imperiale, venne introdotto un prodotto nuovo di importazione egiziana: l’hennè. Era usata invece la cenere del focolare per conferire alla chioma dai riflessi rossi. Colori più spregiudicati venivano usati solo dalle prostitute. 

Per impreziosire le acconciature le donne romane vi inserivano nastri, vittae. Le donne altolocate usavano il bisso, una fibra tessile di origine animale. Essa era una sorta di seta naturale marina ottenuta dai filamenti secreti da una specie di molluschi, la cui lavorazione venne sviluppata esclusivamente nell’area mediterranea. Dal bisso venivano ricavati pregiatissimi tessuti con i quali venivano confezionate vesti ostentate come status symbol dai personaggi più influenti delle società babilonese, assira, fenicia, ebraica, greca e infine romana. Oltre al bisso, venivano utilizzati più comunemente la seta e il velo, spesso dorati o tempestati di paste vitree, perle e gemme. 

Oltre ai nastri, le teste delle donne romane potevano essere ornate con diademi, coroncine o spilloni di varia foggia. 

Nel periodo estivo, per affrontare la calura, le matrone portavano un cappello conico, realizzato in paglia, detto tholiaQuesto copricapo appare in un affresco rinvenuto nella Casa dei Dioscuri a Pompei: davanti a una capanna di canne è rappresentata una donna seduta, con un cappello con queste caratteristiche. 

Usavano spesso anche una semplice retina sottile, cecrifalooppure una fascia piuttosto alta, il titulus, che formava sui capelli un cono aperto in cima. Spesso era realizzato in feltro ma rivestito all’interno di seta o damasco.   

Per le donne anziane che avessero subito la perdita dei capelli si ricorreva all’uso di posticci e parrucche, detti galeri, spesso realizzati con capelli veri. I posticci, in realtà, non venivano usati solo per la calvizie ma anche per rendere più voluminose le acconciature e aggiungere come ornamento finti chignon o il cercine sulla nuca o sulla fronte, come fece per prima la moglie di Adriano, Vibia Sabina, lanciando una nuova moda. 

Bibliografia

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