Sallustio, lo storico moralista

Gaio Sallustio Crispo fu uno storico, politico e senatore romano. Nacque ad Amiterno, vicino l’Aquila, nell’86 a.C. Compì il cursus honorum a Roma, divenendo prima questore, poi tribuno della plebe e infine senatore.

Sono gli anni delle rivolte tra fazioni capeggiate da Clodio per i conservatori e Milone per i democratici. Nel 52 a.C. Clodio venne ucciso da Milone. Quest’ultimo fu difeso a processo da Cicerone, ma invano, e costretto all’esilio. A quel punto Sallustio tentò di incitare il popolo alla ribellione, ma venne condannato come immorale e anch’egli costretto ad abbandonare Roma.

Nel 49 a.C. lo ritroviamo schierato nelle file dei cesariani contro i sostenitori di Pompeo nella guerra civile, scelta che gli valse l’incarico di proconsole della provincia dell’Africa Nova. Il suo comportamento non sarebbe stato dei più impeccabili e solo grazie all’intervento di Cesare si sarebbe evitato un processo in patria.

Dopo la morte violenta del suo protettore nel 44 a.C., Sallustio decise infatti di abbandonare la politica e ritirarsi in una bella villa con parco a Roma, per dedicarsi all’otium e alla stesura delle sue opere storiografiche: in primis le due monografie (il De Catilinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum) e in secondis le Historiae, che lascerà incompiute, a causa della morte, sopraggiunta nel 35-34 a.C.

 

DE CATILINAE CONIURATIONE
L’opera storiografica sallustiana, composta tra il 43 e il 42 a.C., si presenta come una monografia, avente lo stesso argomento delle quattro Catilinarie di Cicerone, ovvero la congiura e il tentato colpo di stato di Catilina nel 63 a.C., fino alla battaglia di Pistoia del 62 a.C. Con un atteggiamento archeologico, Sallustio va alla ricerca delle motivazioni della crisi morale, politica e sociale del suo tempo, individuandole nella distruzione di Cartagine, alla fine della terza guerra punica (146 a.C.). In quel momento, afferma lo storico, è decaduto il metus hostilis (la paura del nemico) e i costumi romani si sono rilassati, provocando il dilagare di vizi quali l’avarizia, la lussuria e l’ambizione, che hanno portato alla corruzione politica e allo scandaloso tentativo sovversivo di Catilina. Caratteristiche fondamentali dell’opera sono i discorsi fittizi, con cui Sallustio, seguendo il modello tucidideo, riporta pensieri, sentimenti e preoccupazioni dei maggiori protagonisti storici, come Cesare e Catone. Particolarmente moderno anche il ritratto di Catilina, definito dagli studiosi “chiaroscurale”, in quanto offre una descrizione del giovane basata su elementi fra loro contrastanti, come possiamo notare in De con. Cat., 5: “Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque” (“Catilina, di nobile stirpe, ebbe grande vigore di animo e di corpo, ma indole malvagia e depravata”). Lo stile di Sallustio è capeggiato dalla brevitas (poche parole e frasi concise) e dall’inconcinnitas, ovvero l’asimmetria del discorso, con frequenti antitesi e variazioni di costrutto.

BELLUM IUGURTHINUM 
L’opera storiografica è la seconda monografia scritta da Sallustio, dopo il De Catilinae coniuratione, intorno al 40 a.C. Il testo ha come argomento principale la guerra intrapresa dai Romani contro Giugurta, re di Numidia, tra il 111 e il 105 a.C. Giugurta aveva sottratto illegittimamente il trono al cugino Aderbale, alleato dei Romani, e si era macchiato dell’omicidio di diversi equites italici, durante l’assedio di Cirta, città commerciale africana. Lo sfondo bellico diviene per Sallustio motivo di comparazione tra personaggi nobili, ma corrotti, come il console Calpurnio Bestia, e politici invece di grande spessore e onestà come Gaio Memmio e Gaio Mario. Il primo è protagonista di un bellissimo discorso, in cui la violenza è aspramente condannata e la guerra è vista come un mezzo spregiudicato, che ha come unico scopo quello dell’arricchimento. Il secondo è invece l’homo novus, rappresenta cioè tutti coloro che, non appartenendo alla nobiltà, giungevano per primi nella loro famiglia a ricoprire le alte cariche dello stato. Per Sallustio, Mario è il simbolo del mos maiorum, l’espressione e la summa delle migliori virtù italiche, che mettono in evidenza l’inettitudine dell’aristocrazia. Ma la guerra contro Giugurta non si conclude grazie all’intervento del console Mario, bensì del suo spregiudicato luogotenente Silla, che spinge Bocco, il suocero di Giugurta, a tradire quest’ultimo, attirandolo in un incontro-trappola. Il ritratto di Giugurta è definito dagli studiosi “in fieri”, cioè “in divenire”: Giugurta era un giovinetto intelligente e desideroso di primeggiare in tutto, ma furono le adulazioni ricevute per le sue buone qualità a trascinarlo verso la corruzione e la malvagità. Un quadro quindi diverso da quello chiaroscurale di Catilina, in cui i tratti contrastanti erano ben visibili nel personaggio fin dalla giovinezza. Lo stile di Sallustio è capeggiato dalla brevitas (poche parole e frasi concise) e dall’inconcinnitas, ovvero l’asimmetria del discorso, con frequenti antitesi e variazioni di costrutto.

OPERE PERDUTE O SPURIE DI SALLUSTIO

  • Due Epistulae ad Caesarem senem: probabilmente si tratta di un’opera spuria e quindi non autentica. Si pensa ad un’esercitazione retorica di epoca non di molto successiva a Sallustio
  • Orazioni: tutte perdute
  • Empedoclea: poema filosofico sulle dottrine neopitagoriche. Si tratterebbe di un’opera spuria, forse composta da un autore omonimo e quindi oggetto di fraintendimento in epoca medievale
  • Invectiva in Ciceronem: opera spuria, in cui l’autore critica Cicerone in quanto capo della fazione aristocratica, contrapposta a quella popolare. Sembra un’esercitazione retorica.

Bibliografia

📖 A. La Penna, Sallustio e la “rivoluzione” romana, Bruno Mondadori, 2018
📖 M. Citroni, F.E. Consolino, M. Labate, E. Narducci, Letteratura di Roma antica, Laterza, 2007

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