Pisa: dal relitto “ellenistico” al barchino fluviale “P”

Le navi romane sono state trovate in un preesistente alveo fluviale a circa un km a nord di un meandro dell’Arno, l’attuale fiume Serchio, l’antico Auser romano. Il paleo-alveo si collegava al mare e permetteva l’accesso in città delle navi da trasporto. In casi di piovosità intensa, l’Arno straripava andando a riversare acqua e sedimenti nel canale Auser.

e imbarcazioni romane, infatti, sono state rinvenute in un’area golenale interessata dalle esondazioni dell’Arno, le cui sedimentazioni hanno inglobato le navi in sosta nel canale.  La cadenza di queste catastrofi sembra essere la conseguenza dell’eccessivo sfruttamento dell’area a causa del disboscamento, della centuriazione, della rettifica e la regolarizzazione dei corsi d’acqua minori che portarono a un forte dissesto idrogeologico che ha agevolato il
perpetuarsi delle alluvioni.

Tra i banchi limosi e sabbiosi sono stati rinvenuti materiali databili tra la fine dell’età ellenistica alla tardo-antica. Gli scafi rinvenuti erano impermeabilizzati, calafataggio delle assi realizzati con catrame ottenuto dalla distillazione del legno di Pinaceae esposto a un forte riscaldamento in ambiente riducente (privo di ossigeno) e pittura (trattamenti di finitura).

L’antico corso d’acqua presentava in età arcaica una palizzata, formata da 28 tronchi di leccio, olmo, frassino e quercia, per il contenimento della darsena mentre all’età repubblicana corrisponde una struttura di grosse pietre calcaree, indentificata come una banchina.

Alla prima alluvione (Fase II – 200-175 a. C.) risale il relitto ellenistico, una nave da carico di medie dimensioni (14 x 4,5 metri). Il fasciame è ricavato da quercia, come i madieri anche se realizzati all’estremità in olmo o frassino. Sono state utilizzate biette e cavicchi per la giunzione delle pareti. Sono state recuperate circa 300 anfore greco-italiche e un corredo di bordo di origine ispanica.

Nell’alluvione della prima metà del I a. C., corrispondente alla fase III, il rinvenimento di un carico di dolia fa ipotizzare la presenza di un relitto “M” nell’estrema area di scavo. Alla fase IV, corrispondente all’alluvione augustea, appartengono le navi: C, B, G ed E.

L’imbarcazione “C”, una grossa barca fluviale veloce, si contraddistingue per l’ iscrizione in caratteri greci AlK[e]do. Il termine è la trascrizione in alfabeto greco della parola latina Alcedo, ovvero Martin Pescatore. La nave, di oltre 12 metri, è stata ritrovata con ancora la cima d’ormeggio fissata alla bitta. La nave era a remi da diporto, data la presenza di sei banchi destinati ai vogatori, una serie di chiodi in bronzo fissava il cuoio per proteggere i bordi o per parare gli spruzzi d’acqua, la cui peculiarità è la forma di nave da guerra con la prua a tagliamare rivestita in metallo, mentre due cinghie parallele rinforzavano lo scafo.

Realizzata con la tecnica a guscio, nell’opera viva sono presenti tracce di colore bianco (cerussite) e rosso (ematite) mentre il bianco dello scavo conserva tracce di caolinite e calcite. Questi pigmenti sono stati dissolti in cera d’api e resina da Pinaceae. Per quanto riguarda le qualità del legno è stato usato per il fasciame il pino domestico, mentre le
ordinate sono in leccio, olmo, ontano, fico, frassino e pino domestico, la chiglia è in leccio. Realizzata con la tecnica a mortase e tenoni, presentava il calafataggio tra gli elementi costitutivi del fasciame e, ovviamente, dello scavo.

La nave onoraria “B”, ritrovata poggiata su un fianco, ha restituito parte del carico costituito da Dressel 6 e Lamboglia 2, utilizzate inaspettatamente per il trasporto di frutta secca, olive e sabbia campana, e non per il consuetudinario trasporto del vino. All’interno sono stati trovate ossa umane e lo scheletro di un cane. Si pensa, grazie alle analisi effettuate sulle ossa, che lo scheletro appartenesse a un uomo di 40-45 anni, rende probabile l’ipotesi che si trattasse di un marinaio, per la robustezza degli arti superiori dato dal sollevamento, carico e scarico
delle merci e l’usura dei denti per la lavorazione delle corde. Le analisi paleo-nutrizionali, inoltre, hanno ipotizzato una dieta a base di garum, frutta e verdura essiccata, carne salata.

Il relitto “G” è un barcone fluviale, lungo 9 metri, a fondo piatto con prua rilevata. Adagiata su un fianco è la nave onoraria “E” che trasportava anfore ispaniche (Dressel 2 e 4 e dolia) e presenta tracce di verniciatura bianca sul fasciame. A questa imbarcazione appartiene la grande ancora lignea esposta al Museo delle Navi antiche di Pisa.

A una successiva alluvione, corrispondente alla fase V circa I-II d. C., appartiene il barchino fluviale “P” che presenta il fondo piatto, tipico di questa tipologia di imbarcazione, probabilmente affondato in seguito ad abbandono, essendo privo di oggetti.

Le navi recuperate sono esposte negli Arsenali Medicei, voluti da Cosimo I (1537-1574).

Bibliografia

📖 E. Remotti, Il Bagaglio di un Marinaio – Aracne Editrice – 2012
📖 CAMILLI A. e SETARI E. – Le navi antiche di Pisa: Guida Archeologica – Mondadori Electa – 2005
📖 BURRESI M. e ZAMPIERI A. – Pisa allo specchio I musei e le collezioni pisane – Edizioni ETS – 2012
📖 BELTRAME C. – Le navi di Pisa Una questione ancora “pendente” – in L’Archeologo subacqueo – Quadrimestrale di archeologia subacquea e navale, anno XVIII, Settembre – Dicembre 2012

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