Messianismo e letteratura apocalittica nel periodo tannaitico

In questa seconda puntata, sempre di carattere introduttivo cercheremo di spiegare cosa s’intendeva nel giudaismo del Secondo Tempio che cosa si intende per Messia. Dal punto di vista filologico il termine ebraico è Mašīaḥ, che significa unto ed è il corrispettivo del greco χριστός, ovvero Cristo. Questa attribuzione aveva indicato in Israele l’usanza di ungere con l’olio sacro il re designato a governare il popolo ebraico in nome del Signore e, di conseguenza, aveva assunto tratti regali. La frammentazione politica che colpì Israele nelle varie fasi della sua storia e, in particolare, in questo periodo che è oggetto del nostro seminario, attribuì dunque all’avvento del Messia il ritorno ad un’autonomia politica di Israele.  L’attesa spasmodica di un liberatore politico ma anche religioso (il Tempio era già stato oggetto di profanazioni da parte di influenze ellenistiche) fece fiorire in Israele diversi Messia, di cui ovviamente Gesù di Nazareth rappresenta solo il profilo di punta tra altri meno conosciuti. Muovendoci dunque attraverso le fonti, in particolare Mosè Maimonide (1135-1204), tracceremo un identikit del venturo Messia secondo la tradizione rabbinica ricordando tutte le clausole che egli avrebbe dovuto soddisfare per essere riconosciuto come tale da tutto il popolo ebraico. Questo clima di tensione messianica nel giudaismo del Secondo Tempio è dunque testimoniato dal fiorire della cosiddetta letteratura apocalittica (dal greco ἀποκαλύπτω, scoprire) ovvero testi che facevano trasparire con evidenza l’attesa di un salvatore che appunto si rivelasse e facesse iniziare un nuovo periodo di prosperità per Israele. Questo tipo di letteratura, com’è noto, si svilupperà poi con accezione diversa anche nella letteratura cristiana con diverse apocalissi canoniche e apocrife.

Uno dei punti cruciali della nostra serie di incontri diventa necessariamente l’identificazione di Gesù nel Messia che rappresenta storicamente la consumazione della frattura tra cristianesimo e ebraismo. Per capire con esattezza le ragioni per cui Israele non riconobbe Gesù come Messia, il professore ci guiderà attraverso una serie di considerazioni che emergono dalla lettura di testi scritturistici ed esegetici ebraici. Per l’ebraismo rabbinico infatti, i requisiti per un vero e proprio Messia sono diversi e afferenti a svariati aspetti: deve provenire dalla casa di Davide, deve essere esperto nella conoscenza della Torah e rispettarne i principi scritti e orali e convincere tutto Israele a fare altrettanto. Infine il Messia designato, nell’ottica ebraica, deve combattere le battaglie in difesa di Israele assumendo dunque una precisa accezione militare e politica. Il compito del Messia è inoltre legato ovviamente al fulcro della religione ebraica, ovvero quello di ricostruire il Tempio e ripristinare il servizio templare, dopo aver radunato le dieci tribù di Israele dopo l’esilio assiro. Sempre Maimonide citò poi delle altre caratteristiche peculiari messianiche, molto interessanti per quello che riguarda il nostro seminario; egli ribadì il fatto che il venturo Messia non fosse tenuto ad avere poteri sovrannaturali, innovare i precetti halakhici e, in particolare, a resuscitare sé stesso e gli altri dai morti. Ovviamente il rabbino aveva ben presente il Gesù dei Vangeli ed è possibile leggere queste indicazioni poi riferite a lui. Per accrescere le argomentazioni della sua tesi Maimonide criticò l’errore che un altro maestro rabbinico come Rabbì Akiva (40-137) fece riconoscendo come Messia Bar Kochba (un altro presunto messia del II secolo che guidò le rivolte antiromane in Israele), morto appunto per mano romana. La morte di quest’ultimo fu proprio uno dei tratti che fece capire a tutti che nemmeno lui era il Messia in quanto per questa figura non era prevista una morte terrena che quindi, a tutti gli effetti, faceva revocare il riconoscimento divino.

Le divergenze interpretative si consumarono poi anche su aspetti filologici legati a diversi passi di Isaia, in particolare quelli legati all’idea che il Messia avrebbe dovuto nascere da una vergine, come ha da sempre interpretato l’esegesi cristiana ma anche alla natura del personaggio che si aspettava arrivasse. Inoltre, quando sarebbe stato, secondo la tradizione, l’arrivo del Messia? L’ebraismo non ha ovviamente previsto una modalità precisa ma, come vedremo insieme al professor Di Taranto, vi sono nell’Ebraismo alcune interpretazioni criptiche e ovviamente variamente interpretabili. L’ultimo tema da affrontare è quello legato alla morte e passione del presunto Messia, analizzando nelle fonti ebraiche dei casi di martirio, con particolare riferimento alla morte di un rabbino quasi coevo rispetto a Gesù come Rabbì Akiva.

Bibliografia

💻 independent.academia.edu/MattiaDiTaranto

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