Lucilio, la lingua tagliente della satira

Gaio Lucilio, appartenente ad una ricca famiglia romana di ordine equestre, è il primo poeta latino di condizione elevata di cui siamo a conoscenza. Nacque a Sessa Aurunca (tra Lazio e Campania), probabilmente nel 167 a.C., data che si armonizza con alcune testimonianze offerte da Orazio. Morì senex, cioè dopo i sessant’anni, nel 103 o 102 a.C., come afferma San Girolamo.

Sappiamo che si arruolò nell’esercito per combattere la guerra contro Numanzia, antica roccaforte celtiberica, che fu conquistata dai Romani solo dopo un lungo assedio portato avanti da Scipione Emiliano. Tra Lucilio e Scipione c’era un rapporto di intensa amicizia, come ci racconta Orazio in un passo delle Satire (Serm., II, 1, 71 ss.).

La formazione culturale di Lucilio era alimentata dalla letteratura e filosofia greca, compresa quella meno nota ai suoi contemporanei. Egli conosceva Omero (di cui tentò anche una traduzione), Archiloco, Euripide, Platone, Callimaco e così via. L’intimità con la cerchia scipionica permetteva sicuramente al poeta di ricevere tutti gli stimoli culturali di cui aveva bisogno.

L’opera più famosa di Lucilio rimane certamente il Corpus delle Satire, trenta libri di componimenti databili in un lasso di tempo che va dal 128 a.C. al 124 a.C., o più tardi.

 

OPERE

Delle Satire di Lucilio, opera per la quale Quintiliano affermò “Satura quidem tota nostra est” (“Certamente la satira è cosa tutta nostra”) (Inst. or., X, 1, 93), ci rimangono circa 1300 versi. Il corpus fu diviso in trenta libri, che non riflettono una scansione cronologica, ma bensì una divisione per varietà di metri: i primi 21 libri sono in esametri, i restanti anche in settenari trocaici, senari giambici e distici elegiaci. Come cronologia andiamo da una datazione successiva al 129 per i libri XXVI-XXX, ad una data successiva al 125-124 per i libri I-XXI. Per i rimanenti libri si ipotizza comunque una datazione successiva all’episodio della guerra di Numanzia.

Nei suoi componimenti Lucilio parla di diverse tematiche, quali l’amore per cortigiane e giovinetti, banchetti e situazioni mondane che gli permettono di scagliare invettive cocenti contro il vizio, e anche alcuni dei suoi viaggi, come quello che lo portò in Sicilia (modello per Orazio e il suo viaggio a Brindisi, Serm., I, 5).

Più di una volta allude a fatti storici, che possano avere attinenza con la contemporaneità, dimostrando di non aver paura nel prendere posizione sulle questioni di attualità. Non si tira indietro dal colpire nemici politici o poeti tragici (come Pacuvio e Accio), ai quali rimprovera i toni magniloquenti, i personaggi troppo squallidi e cenciosi e la ricerca sistematica del tono patetico.

In qualche frammento (frr. 628-629 Marx) Lucilio appare diffidente anche nei confronti della filosofia, rifiutata in quanto falso farmaco, che promette all’uomo la beatitudine, quando invece egli dovrebbe battersi per ciò che crede e per la verità.

Questioni realistiche come queste necessitano di un linguaggio altrettanto concreto, che abbraccia quindi la lingua parlata dalla popolazione cittadina e rifiuta i prestiti dal greco. Lo stile è semplice e chiaro (gli antichi lo avrebbero definito col termine di gracilitas), anche se non mancano, soprattutto a scopo parodico, alcune forme elevate e complesse appartenenti al genere letterario.

Bibliografia

📖 F. Marx, Lucilii carminum reliquiae, 2 voll., Leipzig, Teubner, 1905
📖 W. Krenkel, Lucilius, Satiren, Lateinisch und deutsch, Brill, Berlino 1970.
📖 M. Citroni, Musa pedestre in AA.VV., Lo spazio letterario di Roma antica, vol. I, Roma, 1989, pp. 311-335
📖 N. Terzaghi, Lucilio, Torino, 1974
📖 I. Mariotti, Studi luciliani, Firenze, 1960
📖 C. Carini e M. Pezzati, Selecta: storia e antologia della letteratura latina, Casa editrice G. D’Anna, Firenze 2005

Ti è piaciuto l'articolo?

Share on facebook
Share on twitter
Share on email

vuoi approfondire l'argomento?

POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE: