L’orzo e la pecora: il Neolitico economico mesopotamico

L’ossatura portante dell’intero sistema economico del tempo era basata sostanzialmente su due elementi: l’orzo e la pecora.

L’orzo era l’elemento di base nella dieta basso-mesopotamica e occupava circa il 90% della superficie agricola messa a coltura nei territori meridionali. La sua diffusione era favorita sia dalla rapidità dei tempi di maturazione, sia dalla resistenza di questo cereale rispetto all’iper-irrigazione che alle cavallette. La scarsità di precipitazioni faceva ristagnare sulla superficie del suolo i sali contenuti nell’acqua dei canali d’irrigazione, il cui accumulo rendeva impraticabile la coltivazione. Furono queste eccedenze agricole le fondamenta per il processo di prima urbanizzazione.

Per quanto riguarda, invece, i prodotti collaterali all’allevamento era comune la ripartizione di razioni di lana, di tessuti o di abiti già confezionati, ai dipendenti del tempio e del palazzo. La produzione di filati manteneva un costo conveniente se calibrata su grossi quantitativi e avrebbe reso, più tardi, questo prodotto adatto al commercio e all’esportazione.

Il ciclo della lana si strutturava in una sequenza di tre fasi:

  • l’allevamento;
  • la tosatura;
  • la filatura/tessitura.

Per quanto concerne l’allevamento, l’amministrazione centrale affidava le sue greggi a pastori (in una proporzione di 1 a 150 circa) che si distribuivano sul territorio per sfruttarne i pascoli secondo gli andamenti stagionali. La gestione della transumanza era diversa nelle varie regioni secondo la conformazione che presentava il territorio: nella steppa siro-arabica beneficiavano delle germogliature dei pascoli delle steppe seguendo ritmi “orizzontali”, mentre sui monti Zagros erano costretti, per ovvie ragioni, a ritmi di tipo verticale per raggiungere i pascoli pedemontani e montani. Questa dispersione, che sicuramente giovava ai caprovini, rendeva miope l’amministrazione centrale la quale non era in grado di monitorare i tassi di accrescimento e di produttività delle singole greggi. I pastori venivano quindi sottoposti a controlli annuali, durante i quali l’amministrazione esigeva un nuovo nato ogni due pecore femmine adulte presenti nel gregge. Non veniva tenuto conto dei decessi naturali, era invece detratto dal computo il numero di capi abbattuti per usi cerimoniali, come sacrifici e banchetti.

La tosatura era un’attività che si concentrava in un ristretto lasso di tempo ma che richiedeva una quantità di manodopera tale da giustificare il ricorso al lavoro coatto. In questa fase viene sicuramente realizzato un ricavo di eccedenza, proprio grazie al basso costo dei braccianti. Prevalentemente, nel III millennio, veniva utilizzata la tecnica della cosiddetta pettinatura e strappo.

La filatura e la tessitura erano sicuramente le fasi di lavorazione più impegnative a livello economico, perciò veniva fatto ricorso al lavoro schiavile di manodopera femminile e minorile: le razioni alimentari erano rapportate al peso corporeo, dunque minori per donne e bambini. Venendo svolto in edifici adibiti a laboratori tessili, il rendimento lavorativo era tenuto sotto controllo dai sorveglianti.

Bibliografia

📖 Antico Oriente. Storia, società, economia – Mario Liverani – Laterza – 2011
📖 Uruk la prima città – Mario Liverani – Economica Laterza – 2017
📖 Storia Economica del Mondo Antico – Fritz M. Heichelheim – Universale Laterza – 1979
📖 Il vicino Oriente antico. Dalle origini ad Alessandro Magno – Lucio Milano – Enyclomedia Publishers – 2012

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