Lo scavo delle navi romane di Pisa

A poca distanza da piazza dei Miracoli, nel 1998 si intrapresero i lavori di ampliamento dello scalo nell’area del complesso ferroviario di Pisa – San Rossore, per la costruzione del centro di controllo dei treni ad Alta Velocità. Con l’inizio dei lavori, riaffiorarono resti di imbarcazioni antiche e si decise di procedere con esplorazione sistematica estensiva.

Quando si realizzò l’importanza del giacimento, nel dicembre 1999, la Soprintendenza dei Beni Archeologici della Toscana assunse la responsabilità dell’area. La ricerca si effettuò utilizzando i principi stratigrafici su un’area di 3500 mq sui complessivi 10000 mq, seguiti a una quota compresa tra  i -5,50 e i -9 metri.

Attraverso lo scavo archeologico e la varietà di competenza dei tecnici che ha eseguito indagini in studi geo-pedologici, di archeobotanicabioarcheologia, è stato possibile conseguire la ricostruzione del paesaggio della piana pisana e la sua evoluzione nel tempo.

Lo studio paleoambientale dell’area ha evidenziato la possibilità che ci siano stati almeno 8 alluvioni tra il II secolo a. C. e l’età tardo-antica (V d. C.). Le indagini archeologiche hanno individuato il punto di incrocio di un canale della centuriazione, l’antico Auser romano, con il fiume Sarchio. Le prime testimonianze archeologiche, infatti, riguardano la parte terminale di due capanne (Fase I – VI e V secolo a. C.). Delle 12 imbarcazioni dissotterrate, 4 sono naufragate contemporaneamente e appartengono alla prima età imperiale(C, B, G e E).

Lo scavo delle imbarcazioni si è svolto per piccole sezioni, documentando ogni parte e ricoprendo il legno con un sottile strato di vetroresina per ripararlo dalla luce e conferendo al legno anaerobicità, mentre l’umidità era controllata con un sistema di irrigazione temporizzata. L’ambiente umido dato dalla formazione alluvionale della piana pisana, ha permesso di conservare reperti organici come nasse da pesca, corde, ceste in vimini e molti degli
accessori personali utilizzati dai marinai come copricapi, sandali in legno, grembiuli in cuoio. Questi oggetti, durante il processo di restauro, sono stati racchiusi in vetroresina in due tempi, utilizzando una doppia valva sigillata, nel mezzo del quale è stato inserito un tubo di plastica flessibile per indirizzare l’irrorazione dell’oggetto.

Le imbarcazioni integre sono state restaurate secondo la tecnica a guscio chiuso. Questa metodologia consiste nel impregnazione dello scafo di vetroresina rinforzata ottenendo un guscio stagno. Nel giacimento, mediante la realizzazione di una struttura in ferro zincato per supportare lo scafo, quest’ultimo è stato sospeso con delle fasce in nylon, inglobate in una successione di strati di vetroresina e schiuma di politene in fogli, costituendo un rivestimento di sostegno, fornito di un sistema di drenaggio e scarico sul fondo. Realizzato l’involucro, viene ancorato all’intelaiatura, divenendo un contenitore sicuro e stabile, che permette lo spostamento del relitto al laboratorio di restauro.

Prima del recupero sono state eseguite scansioni con CAD 3D, per mappare gli elementi in dettagli e il fotomosaico, per l’esecuzioni di modelli realistici virtuali. Per la datazione degli scafi è stato utilizzato il metodo della dendrocronologia, studio basato sugli anelli di accrescimento del reperto ligneo, e del Carbonio 14, basato sulla radioattività di un isotopo di carbonio, utilizzando la tecnica del Wiggle-Matching per confrontare e bilanciare i risultati ottenuti dalle due differenti tipologie.

Data la straordinarietà del sito, alcune scelte sono state criticate. Ne riportiamo alcune:

  • l’assenza di archeologi navali;
  • l’assenza di un laboratorio di documentazione del legno prima del restauro;
  • il prorogarsi degli interventi lasciando le navi in situ parzialmente scavate, senza le dovute precauzioni;
  • il ricorso a metodi sperimentali non testati della conservazione come la tecnica “a guscio chiuso”, sconsigliabile in quanto non è possibile monitorare costantemente nel processo di restauro, ostacolando il lavoro dei disegnatori e delle analisi degli archeologi, invece dell’uso dei polietilenglicoli (PEG), sostanza simile alla cera solubile in acqua, nonché trattamento reversibile.

Bibliografia

📖 CAMILLI A., SETARI E. – Le navi antiche di Pisa Guida Archeologica – Mondadori Electa S.p.A. – 2005
📖 BURRESI M., ZAMPIERI A. – Pisa allo specchio I musei e le collezioni pisane – Edizioni ETS – 2012
📖 BELTRAME C. – Le navi di Pisa. Una questione ancora “pendente” – in L’Archeologo Subacqueo – Quadrimestrale di archeologia subacquea e navale – anno XVIII, n. 3 (54), Settembre – Dicembre 2012
📖 https://www.navidipisa.it

Ti è piaciuto l'articolo?

Share on facebook
Share on twitter
Share on email

vuoi approfondire l'argomento?