Livio Andronico, il traduttore dell’Odissea

Un lungo passo del Brutus di Cicerone (Brut., 71-73) presenta Livio Andronico come l’iniziatore della letteratura latina. Non sono certe le circostanze nelle quali il letterato, nativo di Taranto, sia giunto a Roma. Probabilmente, nel 249 a.C., il padre di Livio Salinatore, il futuro vincitore di Asdrubale nella Battaglia del Metauro (207 a.C.), scontro decisivo per l’esito della seconda guerra punica, fece parte della delegazione di decemviri inviati a Taranto per garantire protezione alla città.

Andronico, giovane schiavo addetto ai riti sacri, sarebbe entrato a far parte della gens Livia (come indica il suo praenomen) proprio in quella circostanza. Prima di essere affrancato, Andronico svolse la funzione di precettore dei giovani aristocratici, come era consuetudine all’epoca.

In occasione dei Ludi Romani del 240, gli fu affidato l’incarico di celebrare, con la rappresentazione di una cothurnata (e poi di una palliata), i festeggiamenti per la recente vittoria nella prima guerra punica. È l’anno in cui, secondo la testimonianza di Cicerone, ebbe inizio la letteratura latina.

Nel 207, invece, quando la discesa di Asdrubale in Italia rischiava di compromettere il destino trionfale di Roma, compose un carme propiziatorio in onore di Giunone Regina. Il partenio fu eseguito da ventisette fanciulle, divise in tre cori. La vittoria del Metauro consacrò ufficialmente Andronico come benefattore dello stato. Gli fu infatti concesso di abitare presso il tempio di Minerva sull’Aventino e divenne capo della corporazione degli scrittori e degli attori (magister collegii scribarum histrionumque).

La data della morte è presumibilmente da collocarsi intorno al 200 a.C.

OPERE

L’opera che ha sicuramente consacrato alla memoria dei posteri Livio Andronico è stata l’Odusìa, la traduzione in latino, assolutamente pionieristica, dell’Odissea di Omero. Si tratta di una traduzione, che gli studiosi hanno definito sia artistica, che esegetica. Artistica perché l’autore pone molta attenzione a rendere le suggestioni stilistiche, musicali e lessicali del testo greco. Esegetica perché ogni volta che il testo omerico presenta elementi complessi da tradurre, Livio Andronico si mette ad indagare nel patrimonio etico, religioso e lessicale di entrambe le lingue per scoprire somiglianze e analogie. Il risultato non è quindi una traduzione letterale, ma un riadattamento di grande sforzo interpretativo, che tenta per la prima volta nella storia di barbare vortere, cioè di tradurre in lingua straniera un testo, dando grande impulso al processo di ellenizzazione della letteratura latina.

La maggior parte dei frammenti tramandati e giunti fino a noi è scritta in metri saturni, ma ve ne sono alcuni anche in esametri dattilici. Ciò ha fatto pensare ad una duplice stesura dell’opera: una prima in saturni e una successiva (forse dello stesso Livio o di un imitatore più tardo) in esametri. A questa duplicità si riferirebbe anche il grammatico Festo (III d.C.) con l’espressione Odusìa vetus, indizio della probabile esistenza di un’Odusìa nova.
Cosa spinse Livio Andronico a preferire l’Odissea all’Iliade? Probabilmente l’interesse riscoperto verso i viaggi, che la fine della prima guerra punica aveva causato, oppure la grande popolarità del personaggio Odisseo, il quale presentava diverse somiglianze con Enea. Come l’amatissimo eroe troiano, anche Odisseo (divenuto Ulisse nella traduzione latina) aveva affrontato per terra e per mare diverse avventure con lo scopo di tornare alla propria patria.

Di Livio Andronico ci sono giunti anche una cinquantina di versi teatrali, otto titoli di tragedie (Achilles, Aegisthus, Aiax mastigophorus, Equos Troianus, Hermiona, Andromeda, Danae, Tereus) e tre titoli di commedie (Lydius, Vargus e Gladiolus). Questi ultimi sono però attestati anche con titoli notevolmente diversi (Ludius, Verpus ecc…), il che ha fatto pensare a trame completamente differenti.

Sappiamo dallo storico Tito Livio (Ab Urbe condita, VII,2) che Andronico non si limitasse a scrivere i testi, adattando liberamente i modelli greci alla scena latina, ma si impegnasse anche come attore e cantore. È infatti proprio Tito Livio a narrarci il divertente aneddoto, secondo il quale un giorno Andronico non poté effettuare il bis per il suo pubblico, perché rimasto afono.
Le tragedie richiamano chiaramente miti dai risvolti romanzeschi (come quello di Danae, abbandonata in mezzo al mare perché muoia insieme al figlio Perseo), ma soprattutto eventi del ciclo troiano e delle opere di Eschilo, Sofocle e Euripide. Quest’ultimo è il modello preferito da Andronico soprattutto per la resa delle scene patetiche e melodrammatiche.
Le commedie rientrano nel genere della palliata e mostrano, nelle situazioni e nei personaggi in particolare, affinità con le opere della Commedia Nuova di età ellenistica, che ritroveremo anche nella produzione del commediografo Plauto.

Bibliografia

📖 Flores, L’Odissea di Omero e la traduzione di Livio Andronico, in Lexis, 1989, pp. 65-75
📖 Mariotti, Livio Andronico e la traduzione artistica, Urbino, 1952
📖 Traina, Vortit Barbare. Le traduzioni poetiche da Livio Andronico a Cicerone, Roma, 1974
📖 Traglia, Poeti latini arcaici, Torino, 1986

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