L’evoluzione dei porti

Un cambiamento nella realizzazione dei porti si nota con il progresso delle tecniche costruttive romane. Rispetto ai porti greci, i porti romani si distinguevano sia per quanto riguarda l’aspetto estetico, sia per la tecnica costruttiva. I romani, infatti, utilizzavano colate di cemento idraulico e blocchi di calcestruzzo prefabbricati per realizzare le banchine, costruivano moli ad arcate o a gettata unica per sopperire alla pericolosità delle tempeste, permettendo il riflusso delle acque nel porto.

Gli ingegneri romani acquisirono, inoltre, dimestichezza anche nell’apertura di nuovi canali, in modo da permettere collegamenti tra i porti e i fiumi: si pensi al porto di Ravenna che collegava la città al delta del Po. Potevano creare una via d’accesso al porto oppure potevano servire come vie d’acqua nelle regioni interne.

Con il sistema dei canali, i Romani riuscirono anche a collegare zone lagunari o lacustri al mare. Il lago d’Averno, situato in prossimità di Pozzuoli, per esempio, fu fatto collegare da Marco Vispasiano Agrippa (63-12 a.C.) al lago Lucrino per creare un porto interno, inoltre, fece comunicare quest’ultimo al mare per ottenere un porto esterno.

I romani furono anche i primi a realizzare bacini per la raccolta di acqua potabile e per l’allevamento ittico in prossimità della zona portuale.

Per quanto riguarda i porti fluviali, questi prevedevano solo delle banchine disposte lungo agli argini del fiume. Le banchine potevano essere realizzate in pietra o in legno, con un impalcatura di travi. Diversamente dai moli marittimi, i porti fluviali non prevedevano dei magazzini.

Un altro elemento legato all’immaginario dei porti è il faro. L’introduzione dell’utilizzo del faro luminoso è attestata a partire dal I secolo a.C. Il suo precursore risale alla torre di circa 135 metri di età ellenistica, che si ergeva sull’isolotto antistante Alessandria, Faro, del quale i Greci e i Romani utilizzarono l’epiteto per designare tutti gli altri fari.

In realtà, questa torre serviva solo come punto di riferimento per le navi in transito. Solo in epoca imperiale, sembra che i fari fossero riconoscibili a una distanza di 20 miglia marine mediante l’accensione di un fuoco di segnalamento con lo scopo di indicare la prossimità alla costa.

Bibliografia

📖 Città e porti dall’Antichità al Medioevo – A. Augenti – Carocci Editore – 2013
📖 La navigazione nel mondo antico – O. Hockmann – Garzanti – 1988
📖 Archeologia Subacquea – C. Moccheggiani Carpano- Fratelli Palombi Editori – 1986
📖 Culture marinare nel Mediterraneo centrale e occidentale fra il XVII e il XV secolo – Claudio Giardino – Bagatto Libri – 1999

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