L’epopea di Gilgamesh: alla ricerca dell’immortalità

Protagonista del più antico poema della Storia, è Gilgamesh, giovane re alla ricerca dell’immortalità.

Composto di 12 tavole, ognuna di esse organizzata su tre colonne per lato, si stima che l’opera completa si sviluppi su circa 3000 righe, di cui solo 2000 sono giunte fino a noi.

Attribuito a Sinleqiunnini, sacerdote esorcista e scriba vissuto a cavallo fra il XIII e il XII secolo, narra simbolicamente delle fasi vissute dall’umanità, dallo stato selvaggio fino al vivere civile.

L’opera è preceduta da un prologo, nel quale l’autore illustra le origini di Gilgamesh: figlio di un semidio Lugalbanda e della dea Rimat-Ninsun, è per due terzi dio e per un terzo uomo.

Questa sua parte umana lo rende mortale: il desiderio di sottrarre sé stesso e l’umanità al fatale destino lo spinge ad intraprendere il viaggio alla ricerca vana dell’immortalità.

La prima parte, contenuta nelle tavole I-VIII, inizia con la descrizione del re adolescente, violento e dispotico che richiama costantemente alla guerra il suo popolo per mezzo del suono del suo tamburo (pukku). Gli dei, ascoltando le preghiere del suo popolo, forgiano nell’argilla Enkidu, un essere fortissimo e selvaggio che possa contrastare il giovane re.

Dopo un primo scontro, fra i due nasce un’affinità e iniziano a peregrinare senza meta. Insieme affrontano prove avventurose, come l’uccisione di Khubaba, mostro sacro simbolo del male.

La dea Ishtar rimane sedotta dall’eroismo del giovane, il quale la rifiuta. È a questo punto che viene introdotto il tema dominante del poema: la paura della morte. Gilgamesh rifiuta l’amore della dea perché ella uccide i suoi amanti.

La dea, offesa dal rifiuto, riversa su Uruk la sua collera mandando il Toro celeste della siccità. I due compagni di avventura affrontano il toro e lo neutralizzano, salvando il popolo da morte certa. Enkidu compie un errore che gli sarà fatale: insulta la dea gettandole addosso un pezzo del corpo del toro.

Dopo lunga e tormentata agonia, Enkidu muore, lasciando Gilgamesh affranto.

La seconda parte dell’opera, raccolta nelle tavole IX-XII, è completamente dedicata alla ricerca dell’immortalità da parte del nostro protagonista. Il viaggio di Gilgamesh può assumere una duplice lettura:

  • come un percorso di maturazione verso la saggezza tipica dell’età adulta;
  • come la purificazione degli errori e dalle colpe che hanno macchiato la sua giovinezza.

Dopo numerose peripezie, Gilgamesh raggiunge il saggio Utanapishtim, l’unico uomo sopravvissuto al diluvio universale, premiato per questo dagli dei con il dono dell’immortalità.

Esortato dal protagonista, Utanapishtim dichiara che se il giovane fosse riuscito a star sveglio per sette giorni e sette notti avrebbe ottenuto la vita eterna. Stremato dal viaggio, Gilgamesh si addormenta profondamente. La moglie di Utanapishtim convince il consorte a svelare al giovane una ulteriore possibilità: l’esistenza di una pianta profumata sui fondali marini. L’eroe, liberatosi del suo tamburo, si getta in acqua e coglie la pianta. Insieme ad un nuovo compagno di viaggio, Urshanabi, intraprende la strada verso casa. Durante una sosta sventurata, un serpente divora la pianta privando definitivamente Gilgamesh di scampare al destino umano.

Il re, rientrando in città, difronte alle mura che aveva costruito lui stesso, capisce che il senso della vita non è rincorrere una felicità impossibile, piuttosto governare saggiamente la città.

Bibliografia

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