Le Terme di Caracalla

L’immenso complesso delle terme antoniniane fu fatto costruire dall’imperatore Caracalla sul Piccolo Aventino, vicino alla via Appia, tra il 212 e il 216 d.C.. Prime per imponenza, superate solamente dalle successive terme di Diocleziano, costituiscono un felice esempio di terme imperiali conservate eccezionalmente bene.

La pianta si ispira al modello delle terme di Traiano sull’Esquilino: un recinto quadrangolare ospita un giardino e un corpo centrale dove sono collocati servizi, palestre e i bagni veri e propri.

La parte esterna era munita di un portico del quale rimane poco da vedere, mentre diversi spazi comunicanti tra loro fanno pensare che fossero luoghi adibiti al commercio. La parte anteriore e parte dei lati corti erano quindi aperti verso l’esterno. Sui due lati corti si aprivano due aule semicircolari precedute da esedre. Queste erano collegate al giardino tramite un colonnato e comunicavano al contempo con altri ambienti di diversa dimensione.

La parte meridionale presentava sessantaquattro celle comunicanti disposte su due piani che formavano una grandissima cisterna per il contenimento dell’acqua. Davanti si apriva uno spazio quadrangolare, forse una sorta di stadio dove venivano messe in scena agoni teatrali e gare atletiche.

Aree verdi accompagnavano l’utente fino al corpo centrale, cuore dell’intero complesso termale.  Le sale da bagno si sviluppavano lungo l’asse centrale, mentre altre più piccole erano duplicate e disposte simmetricamente. Quattro ingressi garantivano l’accesso a una vasca grande (natatio) e, una volta entrati, l’utente era accolto in maniera grandiosa: quattro enormi colonne monolitiche in granito si disponevano a quadrato, mentre una controfacciata dotata di due file da tre nicchie sovrapposte custodivano statue di divinità care ai romani. L’ambiente sicuramente era riccamente decorato da grandi complessi scultorei: per avere una minima idea basti pensare che è qui che vennero rinvenuti il famoso Toro Farnese nonché l’Ercole Farnese. Proseguendo due grandi vestiboli conducevano verso gli spogliatoi e alle grandi biblioteche, tutto il percorso era lastricato da suntuosi mosaici, come quello con i ventiquattro atleti.

Due palestre si aprivano ai lati corti, avevano un giardino centrale coperto da volte sorrette da un portico a colonne giallo zafferano. Da qui si poteva accedere anche alle probabili saune.

Al termine della sequenza si accedeva al famoso e maestoso calidarium, cioè il bagno caldo; a pianta circolare e tutto finestrato; posto nella parte meridionale del complesso. Era dotato di molteplici vasche e circondato da otto poderosi pilastri che reggevano una cupola.

L’altra vasca principale detta frigidarium, quella fredda, si sviluppava parallela alla natatio. Era coperta da volte a crociera, sorretta da pilastri e colonne in granito. Era uno spazio di raccordo che metteva in comunicazione tutte le sale di questo corpo, si poteva inoltre collegare con l’ambiente deputato al mantenimento delle acque tiepide chiamato tepidarium.

Dai sotterranei, dove si gestivano tutti i forni per riscaldare le varie piscine e far salire l’aria calda nelle intercapedini dei muri (ipocausti), si poteva accedere a un grande mitreo che si collegava col portico in superficie.

Bibliografia

📖 L’architettura romana. Dagli inizi del III secolo a. C. alla fine dell’alto impero. I monumenti pubblici, P. Gross, Longanesi, Milano 2001

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