Le origini dell’Ambra: il pianto delle Eliadi

Un colore brillante e luminoso, un intenso profumo, che si sprigiona con lo sfregamento e a contatto con il fuoco, e l’estrema modellabilità sono peculiarità che hanno reso l’ambra una resina particolarmente ricercata fin dalle epoche più antiche. La sua conformazione ha fatto si che le fosse sempre attribuito un grande significato, giudicandola non solo un importante segno di prestigio e di ricchezza, ma anche depositaria di importanti proprietà magiche e terapeutiche.

Queste sue caratteristiche affascinarono gli antichi a tal punto che ne riconobbero le origini nel mito, scrive Euripide (Hipp. 736-737):

“… entro caverne vorrei erme trovarmi, e che un dio, piumato uccello, mi ponesse / fra gli stormi che volano, e librarmi sull’onda che / fluttua lungo la costa Adriatica, sopra il Po. / Entro lividi gorghi, là stillano raggi di lacrime / chiari d’ambra, le Eliadi: per la pietà/ di Fetonte si struggono…” (traduzione di F.M. Pontani)

 

In una tradizione, Fetonte, figlio del Sole e dell’Oceanina Climene, desideroso di provare la sua discendenza divina, chiese al padre di poter guidare il carro del Sole. Apollo diede questa opportunità al figlio, il quale però non riuscì a governare tale potere, perse infatti il controllo del carro provocando numerosi disastri sulla terra. Questo scatenò l’ira di Zeus che scagliando un fulmine contro Fetonte ne procurò la morte. Il corpo cadde nel fiume Eridano e poco dopo fu trovato dalla madre e dalle sorelle, le Eliadi, che lo piansero senza sosta. La loro disperazione le fece trasformare in pioppi e dalle lacrime che versarono si originarono gocce d’ambra.

Ovidio in un passo delle Metamorfosi racconta il momento della trasformazione delle Eliadi (Met. II, 346-367):

“… e quis Phaethusa, sororum / maxima, cum vellet terra procumbere, questa est / deriguisse pedes; ad quam conata venire / candida Lampetie subita radice retenta est; / tertia cum crinem manibus laniare pararet, / avellit frondes; haec stipite crura teneri, / illa dolet fieri longos sua bracchia ramos; / dumque ea mirantur, conplectitur inguina cortex / perque gradus uterum pectusque umerosque manusque / ambit et exstabant tantum ora vocantia matrem. / Quid faciat mater, nisi, quo trahit inpetus illam, / huc eat atque illuc et, dum licet, oscula iungat? / Non satis est: truncis avellere corpora temptat / et teneros manibus ramos abrumpit; at inde / sanguineae manant tamquam de vulnere guttae. / “parce, precor, mater” quaecumque est saucia, clamat, / “parce, precor! Nostrum laceratur in arbore corpus. / Imaque vale” – cortex in verba novissima venit. / Inde fluunt lacrimae, stillataque sole rigescunt / De ramis electra novis, quae lucidus amnis / Excipit et nuribus mittit gestanda Latinis.”

“Poi ad un tratto Fetusa, la maggiore delle sorelle, all’atto di prosternarsi, lamenta una rigidità ai piedi; la splendente Lampezia, tentando di venirle in aiuto, è trattenuta da improvvise radici; una terza, volendo strapparsi i capelli, si trova in mano delle fronde; un’altra ancora s’accorge con dolore che le sue gambe sono inceppate dal legno; un’altra che le sue braccia si convertono in rami. Mentre considerano costernate questi fatti, ecco che la corteccia fascia loro l’inguine e poi a poco a poco il ventre, il petto, le spalle e le mani: resta libero solo il viso con la bocca che invoca la madre. Che cosa può fare costei se non slanciarsi da una parte e dall’altra per baciarle, finché è possibile? Ma non le basta: tenta di strappare i corpi dai tronchi e spezza con le mani i teneri rami: ma ne sgorgano, come da una viva lacerazione, gocce di sangue. Le fanciulle ferite esclamano: “fermati e risparmiaci, madre, ti preghiamo! È il nostro corpo che strazi, spezzando l’albero! Addio, ormai!”.  E la corteccia copre le bocche che pronunciano queste ultime parole. Da essa continuano a stillare lacrime che il sole rapprende in gocce d’ambra appese ai rami: quando queste cadono nell’acqua, vengono accolte e traportate dal fiume trasparente che le consegna alle donne latine, da portare come ornamento” (traduzione di G. Faranda Villa).

 

Nel corso della Storia, il mito di Fetonte e delle Eliadi è stato anche ampiamente rappresentato: la raffigurazione più antica sembra essere, allo stato attuale delle ricerche, una gemma datata tra il IV e III secolo a. C., conservata a Copenaghen, sulla quale è riprodotto il momento della caduta di Fetonte. Ma il mito trova spazio anche nell’arte più recente, come ad esempio, nell’opera di Giovanni Antonio Burrini (Bologna, 25 aprile 1656 – 5 gennaio 1727), “Le Eliadi raccolgono il corpo di Fetonte” del 1690 che si trova a Bologna a Palazzo Alamandini Bolognetti Pallavicini, che potete ammirare nella foto di copertina dell’articolo.

Bibliografia

🏺 Ovidio – Metamorfosi
🏺 Euripide – Ippolito
📖 FORTE M. – Il dono delle Eliadi. Ambre e oreficerie dei principi etruschi di Verucchio – Catalogo della mostra (Verucchio 16 luglio -15 ottobre 1994) – 1994 – Bologna.
📖 NAVA M.L., SALERNO A. – Ambre, trasparenze dall’antico – Catalogo della mostra (Napoli 26 marzo – 10 settembre 2007) – 2007 – Napoli.
📸 Ph. Costantino Ferlauto – FORTE M. – Il dono delle Eliadi. Ambre e oreficerie dei principi etruschi di Verucchio – Catalogo della mostra (Verucchio 16 luglio -15 ottobre 1994) – 1994 – Bologna – figura 30, p. 73

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