Le navi di Nemi

Nel 1929 sono state recuperate nel lago vulcanico di Nemi, in prossimità di Roma, due grandi navi appartenenti a Caligola (12 – 41 d. C.), adoperate dall’imperatore come dimore galleggianti. Al momento del recupero, i relitti conservavano gran parte dello scafo: la nave più grande misurava 73×24 metri e la più piccola 71,30×20 metri.

Furono trovate tracce visibili delle murature, dei pavimenti in marmo, resti di mosaico e lussuosi rivestimenti utilizzati per adornare le stanze. La regalità delle navi era evidenziata dall’utilizzo di tegole in bronzo dorato per ricoprire gli ambienti, impiegato anche per le balaustre e gli anelli di ormeggio che riproducevano le fattezze delle teste di leone e di lupo.

La storia delle navi di Nemi è caratterizzata da vari tentativi di recupero, poiché la presenza delle imbarcazioni era nota da secoli ed era supportata da ritrovamenti casuali. Il primo recupero fu pianificato, su proposta del cardinale Prospero Colonna, da Leon Battista Alberti (1404 – 1472) nel 1446, il quale utilizzò decine di uncini fissati nello scafo di una delle due imbarcazioni, tentando il sollevamento di quest’ultima con delle corde. Purtroppo, questo tentativo portò alla parziale distruzione della poppa e i resti recuperati furono donati a Papa Nicolò V.

L’architetto meccanico Francesco De Marchi (1504 – 1576), invece, nel 1535 con un rudimentale scafandro, formato da un contenitore cilindrico munito di un oblò che proteggeva l’operatore fino alla vita, permettendo il libero movimento delle braccia e delle gambe, effettuò delle immersioni per costatare lo stato di conservazione delle navi.

Queste descrizioni furono poi utilizzate dal cavalier Annesio Fusconi per tentare il recupero nel 1827. Il Fusconi, utilizzando travi e botti, assemblò una zattera fornita di un cassone stagno dal quale furono recuperati reperti archeologici e fasciame, in seguito impiegato per realizzare tabacchiere e bastoni da passeggio.

Nel 1895 s’iniziò una campagna di recupero di oggetti e rivestimenti in bronzo per opera dell’antiquario Eliseo Borghi, su commissione del principe Corsini, che per primo usufruì dell’aiuto di un palombaro. I recuperi danneggiarono così tanto le imbarcazioni che costrinsero il Ministero della Pubblica Istruzione all’acquisizione di tutti i reperti e proibì ulteriori operazioni di recupero mediante iniziative private.

L’anno successivo, il Ministero della Marina, designò l’ingegnere del genio navale Vittorio Malfatti per un’indagine minuziosa sullo stato delle imbarcazioni e la redazione di un programma finalizzato al recupero. Malfatti per primo ipotizzò di abbassare il livello delle acque per il recupero delle navi creando un nuovo cunicolo, 22 metri più in basso rispetto all’antico emissario, verso la Valle di Ariccia.

Nel 1926, finalmente, fu nominata una commissione di archeologi e tecnici, presieduta dal senator Corrado Ricci, che avrebbe pianificato il modo migliore per riportare alla luce le imbarcazioni. In quest’operazione di recupero (1928 – 1932), capitanata dall’ingegnere Guido Ucelli, fu necessario ristrutturare il vecchio emissario del lago di Nemi per consentire la defluizione delle acque del lago, ottenendo un abbassamento del livello delle acque necessario per il recupero delle navi.

La travagliata storia delle navi di Nemi si concluse, tra la notte del 31 maggio e il 1 giugno 1944, col divampare di un incendio nel museo, costruito ad hoc tra il 1933 e il 1939 per la preservazione dei due scafi.

Bibliografia

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