Le croste nere: il degrado per eccellenza dei marmi

Le croste nere sono forse il degrado delle pietre più fastidioso alla vista che affligge i nostri monumenti. Girando per il centro di una grande città è infatti alquanto comune imbattersi in chiese, palazzi o monumenti con superfici che da bianche sono diventate grigio/brune, o peggio, completamente nere.

Cominciamo a identificare l’ambiente di diffusione: le croste nere hanno bisogno di un’atmosfera inquinata, di zone non esposte direttamente al dilavamento della pioggia e di rocce carbonatiche.

In un’atmosfera inquinata vi sono disperse, a causa del nostro inquinamento, molte sostanze acide tra le quali: l’acido solforico, l’acido solforoso e l’anidride carbonica. In caso di pioggia l’acqua solubilizza queste sostanze creando una soluzione acida che interagisce con le superfici formate da composti basici (come lo è il carbonato di calcio che costituisce il marmo) e non soggette ad un dilavamento diretto dell’acqua.

Pensiamo per esempio ad una chiesa composta da marmo di Botticino. In caso di pioggia l’acqua bagnerà tutte le superfici esposte ma non raggiungerà direttamente i sottosquadri, i sottarchi o le parti più riparate dei capitelli. In queste zone l’umidità arriverà per i moti dell’aria o per il rimbalzo delle gocce di pioggia. L’acqua, resa acida dai composti visti prima, discioglierà i primi micron di spessore della superficie. Una volta che diminuirà l’umidità dell’aria, l’acqua tenderà ad evaporare costringendo i composti disciolti a cristallizzare. Dalla reazione tra gli acidi contenenti zolfo e il carbonato di calcio si sarà formato il gesso che, cristallizzando ingloberà il pulviscolo atmosferico acquistando così la peculiare colorazione nera. Essendo il gesso più poroso e fragile rispetto al carbonato di calcio, sarà molto più attaccabile nei successivi cicli umido/secco andando così ad alimentare il degrado.

Da questa breve descrizione si può evincere come la crosta nera non sia una patina superficiale di sporco bensì una vera e propria sostituzione di materiale. Le soluzioni di restauro attuabili sono perciò limitate. Le operazioni più efficienti in termini di qualità/prezzo (che sono perciò le più attuate) sono principalmente due:

  1. Impacchi di soluzioni desolfatanti: capaci di rimuovere il gesso e di disciogliere i materiali organici depositati (che contribuiscono all’annerimento della superficie):
  2. Idrosabbiature: che hanno il vantaggio di essere molto veloci, è anche vero però che se eseguite in modo maldestro o incompetente possono disgregare anche la superficie sotto la crosta nera e creare quindi un danno irreparabile.

Sono da segnalare anche altre due soluzioni.

Quella più economica in assoluto è la ridipintura delle croste, che non risolve il problema alla radice ma perlomeno riduce il disturbo visivo e la differenza di assorbimento del calore solare tra le parti chiare e le croste nere. Ciò è importante perché le parti scure assorbono più calore dalla luce solare e aumentando quindi maggiormente di volume rispetto alle parti chiare, creando tensioni che possono dare il via a spaccature nella pietra.

La soluzione più costosa è invece quella di usare degli appositi laser, che bruciano istantaneamente la crosta senza interagire minimamente con la superficie ancora intatta o con altri materiali contigui.

Sebbene vi siano ancora moltissime fonti di inquinamento, va anche detto che i livelli di pm10 (strettamente correlati alla formazione di croste nere) presenti oggi in molte città sono decisamente inferiori a quelli del dopoguerra.

A Milano, per esempio, i riscaldamenti delle case erano a legna, carbone o diesel che producevano livelli di pm10 circa 10 volte superiori a quelli di oggi e l’attuazione di restrizioni nel centro storico per le macchine a diesel ha diminuito del 36% la quantità nell’aria di prodotti da combustibili fossili.

Bibliografia

Potrai trovare la bibliografia relativa agli articoli di Restauro e Conservazione nella pagina della Rubrica, sotto l’elenco degli articoli consultabili.

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