La nave di Gela

Nel 1988 due subacquei recuperarono un tripode in bronzo, quattro arule fittili e un frammento di una grande coppa a figure nere sul fondale marino antistante alla costa di contrada Bulala e consegnarono questi oggetti al Museo Archeologico.

Il rinvenimento fortuito di questi materiali, portò prima alla Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Agrigento e successivamente quella di Caltanissetta a intraprendere una serie di prospezioni archeologiche che portarono alla ritrovamento di un relitto a circa 800 metri dalla linea di costa a una profondità compresa tra i 5 e i 6 metri.

Le peculiarità della nave arcaica di Gela sono:

  • l’incredibile stato di conservazione, dovuto al fondale composto da sabbia, ghiaiate argilla, che ci ha permesso di arricchire le nozioni di architettura navale arcaica;
  • la sua cronologia che rimonta, infatti, tra il IV e il V secolo a. C., e per questo considerata l’imbarcazione più antica rinvenuta a oggi.

Lo scavo è stato iniziato seguendo la procedura del sistema di riquadri mobili per poi adottare la metodologia di rilevamento per coordinate cartesiane, fissando un asse longitudinale fisso utilizzando un cavo d’acciaio teso tra due pali infissi a una distanza di due metri dalle estremità del relitto.

L’imbarcazione è lunga 21 metri per una larghezza di 6,8 metri ed è denominata relitto Gela I in quanto nei pressi di quest’area sono stati rinvenuti altri due relitti. Il mercantile è stato realizzato con la tecnica a “guscio”, per definizione a struttura portante esterna, utilizzando tavole di diversa larghezza in pino chiaro. Sono stati rinvenuti 17 madieri fissati allo scafo utilizzati con lo scopo di irrobustirlo e non con funzione portante.

Il fasciame del veliero è stato assemblato dalle maestranze greche mediante l’uso delle cinture, ovvero legando le tavole tra di esse con corde vegetali, passanti nell’alloggiamento dei fori praticati obliquamente predisposti nel bordo interno, e unite attraverso delle sezioni lignee cilindriche, le caviglie, disposte in maniera regolare ogni 18 cm. Alle caviglie cilindriche si alternava il sistema di mortase e tenoni, come documentato nell’area della poppa.

Tracce di pece, a scopo impermeabilizzante dello scafo, sono state trovate sul rivestimento interno e in coincidenza con le giunture delle tavole, mentre si ipotizza che la parte esterna della carena fosse potete da lamine di
piombo.

Il carico della nave si stima non sia del tutto completo. L’ipotesi più accreditata è che il mercantile abbia scaricato parte delle merci nei porti durante la sua rotta, in quanto sono state rinvenute 6/7 tonnellate di pietre interpretate come la zavorra, utilizzata per sostituire il peso dei prodotti venduti. Fra i reperti rinvenuti sono ritenuti di particolare pregio:

  • un’oinochoe trilobata a figure nere di manifattura attica sulla quale è rappresentata una scena di gigantomachia;
  • tre askòi a figure rosse;
  • due askòi a ciambella, uno dei quali rinvenuto con un frammento di tappo di sughero per evitare la fuoriuscita del liquido contenuto;
  • frammenti di ceramica laconica;
  • una lekythos ariballica;
  • il manico terminante a testa di anatra di un colino bronzeo;
  • anfore chiote e anfore corinzie di tipo A e B;
  • otto cestini in fibre vegetali impermeabilizzati intensamente con pece con manici in legno.

Le merci, come sempre, ci offrono gli indizi per individuare il tipo di traffico commerciale, le rotte seguite, nonché informazioni sulla vita di bordo. La causa del naufragio è attribuita alle controverse condizioni meteorologiche che impedirono al mercantile di raggiungere Gela.

Attualmente, la nave è esposta nella Chiesa di San Giacomo presso i Musei San Domenico di Forlì. L’imbarcazione arcaica greca è il nucleo centrale dal quale si snoda il racconto della mostra Ulisse, l’arte il mito. Il mercantile è il filo conduttore che ci fa navigare tra la storia, l’arte e il mito viaggiando dall’Antichità fino al Novecento.

La tecnica di costruzione utilizzata per realizzare la nave di Gela, inoltre, è la stessa descritta da Omero nell’Iliade. L’autore commentava che ai natanti greco lasciati in secca per anni sulle spiagge di Troia, a causa del sole, si erano allentate le corde della chiglia, delle coste e delle tavole, unite per mezzo del sistema a cintura.

Bibliografia

📖 PANVINI R., La nave greca arcaica di Gela, Salvatore Sciascia Editore, 2001.
📖 VULLO D. (a cura di), La nave greca arcaica di Gela dallo scavo al recupero, Palermo, 2012.
📖 https://www.mostraulisse.it
📖 https://www.gelaleradicidelfuturo.com/blog/la-nave-greca-di-gela-sbarca-a-forli-anarrare-di-ulisse/
📖 https://studioesseci.net/mostre/ulisse-larte-e-il-mito/
📖 https://www.mostraulisse.it/it/news/la-nave-greca-arcaica-di-gela-la-piu-antica-nave-al-mondo-esposta-per-la-prima-volta-nella-chiesa-di-san-giacomo.html

Ti è piaciuto l'articolo?

Share on facebook
Share on twitter
Share on email

vuoi approfondire l'argomento?

POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE: