La diffusione del cristianesimo

Per comprendere le motivazioni che favorirono la diffusione del cristianesimo occorre fare un passo indietro, per inquadrare la situazione dell’Impero Romano alle soglie del III secolo d.C.

Le provincie occidentali, in particolare, vivevano un clima di crescente instabilità che investiva la quasi totalità degli ambiti della vita collettiva: alle lotte intestine per la conquista del potere, si aggiungevano tensioni derivanti da una mancata integrazione delle periferie, per non parlare di una lampante crisi economica e del dissesto finanziario: proteggere i confini dalle stirpi barbare e dai persiani era diventato un costo troppo oneroso, che peraltro non garantiva nemmeno i risultati sperati.

Andava quindi diffondendosi, fra tutti gli strati di popolazione, uno stato di malessere, di pericolo e di incertezza per il futuro. Fu proprio questo sentimento comune che spinse la massa ad accostarsi a nuovi culti, che maggiormente andavano rispondendo al bisogno di conforto e di rassicurazioni.

La religione tradizionale, incardinata sul pantheon di divinità di derivazione greca, aderiva ad un assetto omogeneo che risultava ormai superato: l’Impero si presentava ora come una somma di pluralità etniche e culturali, la cui integrazione era avvenuta solo parzialmente.

I culti a matrice orientale, in particolare quelli a carattere salvifico, avevano incontrato queste esigenze spirituali, diventandone la risposta. Fenomeni come il mitraismo, il culto del Sole e il cristianesimo trovarono terreno fertile, per diffondersi piuttosto rapidamente.

Il particolare il cristianesimo, originatosi in Palestina negli strati sociali più umili, riuscì seppur lentamente a penetrare in Occidente, nonostante le politiche persecutorie poste in atto da Imperatori quali Decio (249-251) e Diocleziano (284-305). Alcuni aspetti del cristianesimo erano infatti ritenuti incompatibili con l’equilibrio dell’Impero, primo fra tutti il rifiuto categorico a riconoscere il carattere divino del princeps, oltre all’indisponibilità di compromessi con altre fedi.

Il credo cristiano conquistò il favore delle élite urbane, culturalmente aperti e capaci di comprenderne contenuti dottrinali e teologici, mentre incontrò resistenza nelle campagne, dove erano forti le pratiche pagane. È interessante osservare l’etimologia dell’aggettivo pagano : esso deriva dal latino pagus, ovvero villaggio rurale.

Al fine di integrare anche questa fetta di popolazione restia, nelle campagne sorsero numerose pievi rurali, nelle quali veniva celebrata la liturgia, diffusa la Parola di Dio e dove si poteva ricevere il battesimo, come atto di conversione al nuovo credo.

Il successo del cristianesimo fu talmente repentino e incisivo che da culto perseguitato divenne religione ufficiale dell’Impero Romano: luoghi di culto e festività pagane vennero riadattati in chiave cristiana, al fine di rendere lieve il passaggio da un culto all’altro.

Volgendo lo sguardo alle tappe ufficiali della diffusione del cristianesimo occorre soffermarsi su alcuni Editti imperiali:

  • Editto di Milano (313 d.C.): l’imperatore Costantino concede ai cristiani la libertà di culto, analogamente alle altre credenze religiose ammesse nell’Impero. Si passa quindi da uno stato di persecuzione ad uno stato di tolleranza.
  • Editto di Tessalonica (380 d.C.): l’imperatore Teodosio proclamò la religione cristiana come unica religione ammessa, mettendo al bando tutti gli altri culti, da quel momento perseguitati. Ciò favorì la crescente censura di dottrine e culture altre, ponendo la Chiesa cristiana in una condizione di assoluto privilegio, anche sul piano politico ed economico.

A partire da questo momento, le sorti dello stato e della religione finirono per sovrapporsi: la prosperità dell’Impero si traduceva nel successo della fede cristiana. La comunità cristiana coincideva con i sudditi dell’impero universale cristiano.

Bibliografia

📖 La Chiesa nel Medioevo – C. Azzara e A.M. Rapetti – Il Mulino – 2009
📖 Manuale di Storia Medievale – A. Zorzi – Utet – 2016

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