Hagia Sophia e l’utilizzo politico dei simboli religiosi

Da sempre, nel corso della storia umana, politica e religione hanno formato un connubio inscindibile che, per forza di cose, ha subito modifiche e assestamenti in base al contesto storico e sociale umano. È infatti comunemente accettato che, in linea di massima, ogni religione storicamente abbia dovuto correlare la propria diffusione al successo di un regime politico; il cristianesimo in particolare dovette collegarsi all’impero romano per ottenere l’appoggio politico necessario per affermarsi e ampliare la propria connessione col tessuto sociale dei territori in cui portava la parola del Vangelo. Il cristianesimo dopo un primo periodo di persecuzioni subite fino a Diocleziano (244-313), riuscì a porsi come il diretto successore politico di Roma e acquisire credibilità e potere di fronte ai neonati Stati nazionali europei. La nuova religione, dotatasi di una solida struttura amministrativa e gerarchica ereditata dal sistema romano, poté portare a termine tale operazione approfittando anche delle trasformazioni istituzionali legate al graduale collasso dell’Impero d’Occidente, sia attraverso l’evangelizzazione missionaria con cui i vittoriosi barbari (Franchi, Visigoti, Sassoni), di solito ariani, vennero integrati all’interno del nascente mondo medievale cattolico e bizantino ortodosso. Al netto del fatto che vi furono certamente altri aspetti in gioco oltre a quello religioso, credo che oramai nessuno possa sminuire o ridimensionare la funzione fondamentale svolta dal cristianesimo in questa età di transizione nota come periodo tardo antico. Facendo però un passo indietro, possiamo affermare come questa credibilità politica e sociale fu acquisita dal cristianesimo in tutta Europa anche attraverso l’utilizzo di simboli religiosi; nel mondo greco romano tale simbologia fu espressa attraverso l’architettura religiosa. Il tutto iniziò con il progetto di Costantino il Grande (274-337) impostato facendo sì che il suo ruolo di pacificatore dell’impero dopo anni di instabilità politica venisse certificato anche in campo religioso. Se Nicea infatti era stata la sua vittoria in senso teologico e dottrinale, dal punto di vista urbanistico Costantinopoli (la Nuova Roma) doveva distanziarsi dalle recenti e tribolate vicissitudini politiche che avevano investito l’Urbe e celebrare di fatto la restaurazione dell’unità politica e culturale dell’Impero. La nuova città di Bisanzio, ricostruita su sette colli come la Città Eterna, doveva rappresentare la grandezza e il successo dell’azione costantiniana a trecentosessanta gradi. Per questo motivo Costantino progettò la costruzione di diverse chiese, la cui edificazione doveva riflettere la rinnovata unità dell’Impero. Questa celebrazione fu ovviamente sottolineata da una poderosa attività architettonica non soltanto religiosa e di risistemazione urbanistica della nuova capitale, con particolare attenzione agli edifici pubblici e alle necessità dei cittadini, dall’aspetto ludico all’approvvigionamento idrico.

 

Le fonti documentarie, in particolare la Vita di Costantino di Eusebio di Cesarea, avevano attribuito al nuovo imperatore un forte interesse per l’edificazione di nuovi luoghi di culto in favore dei cristiani, in particolare la Chiesa dei Santi Apostoli, dotata di un soffitto ricoperto in oro per celebrare appunto la santità degli Apostoli e il ruolo salvifico di Gesù Cristo. Costantino ne fu talmente soddisfatto che, stando a quanto attestato in Eusebio, ne fece il suo mausoleo. Sempre secondo la rilettura dello storico di Cesarea, Bisanzio divenne così non solo la nuova Roma ma, ancor più importante, la nuova Gerusalemme terrena grazie al profondo rinnovamento religioso operato dal sovrano. Sempre al fondatore di Costantinopoli furono attribuiti altri santuari, come le antiche basiliche di Ἁγία Eἰρήνη (che in greco significa sostanzialmente pace di Dio), di Ἁγία Δύναμις (che celebrava la “forza” di Dio) e infine proprio della nostra Ἁγία Σοφία (la Sapienza Santa, cioè di Dio, in reco θεία Σοφία). Prima di affrontare le criticità contemporanee che hanno investito questa chiesa, è utile fornire un profilo storico per spiegarne la valenza simbolica acquisita nel corso del tempo. La cosiddetta “Grande Chiesa”, come viene nominata in alcune fonti, fu pensata da Costantino ma inaugurata dal figlio Costanzo nel 360. La sua consacrazione venne celebrata, ironia della sorte, dal vescovo ariano Eudosso di Antiochia e i primi ornamenti e corredi sacri furono forniti dalla famiglia imperiale stessa. La storia del primo edificio, edificato in forma basilicale (δρομικός, cioè di forma più lunga che larga) con un tetto in legno, fu costellata da diversi episodi disastrosi come incendi e devastazioni che misero a dura prova la sua sopravvivenza. Le forti tensioni religiose che hanno pervaso il cristianesimo tra IV e V secolo, in particolare una rivolta dei sostenitori dell’arianesimo, provocarono nel 381 il primo incendio che ovviamente distrusse la copertura in legno. Sebbene le riparazioni furono immediate, in seguito all’esilio comminato al famoso vescovo di Costantinopoli Giovanni Crisostomo, entrato in contrasto con la moglie dell’imperatore Arcadio (377-408), la chiesa fu parzialmente distrutta dai moti provocati dai sostenitori del prelato. Arcadio stesso, forse per rimediare a quanto indirettamente causato, si prodigò per eseguire il ripristino della struttura che fu inaugurata però soltanto dal figlio Teodosio II nel 416.

 

L’evento che però senz’altro incise di più nella storia di Santa Sofia fu la rivolta di Nika (532), che Procopio di Cesarea descrisse come una rivolta di stampo popolare (Procop., de Bello Persico, I, 24) che provocò l’incendio e la distruzione dei Bagni di Zeusippo, parte del palazzo imperiale e proprio della Grande Chiesa. A Bisanzio, come tramandò il funzionario imperiale, esisteva una sorta di rivalità di contrada tra le fazioni degli Azzurri e dei Verdi che si consumava non solo in ambito sportivo ma anche in quello politico e religioso. Il loro peso politico era importante, tanto da essere considerati legittimi interlocutori presso la corte imperiale che decideva, a seconda della convenienza del momento, di appoggiare una fazione o l’altra. Gli Azzurri erano esponenti dei ceti aristocratici e dei grandi latifondisti provenienti da famiglie senatorie, sostenitori dell’ortodossia e conservatori; i Verdi invece rappresentavano la borghesia e in generale famiglie di homines novi provenienti dalle aree periferiche dell’impero, sostenendo le nuove correnti monofisite. Gli scontri fra queste bande furono sempre molto accesi ma nel 532, per scongiurare la condanna a morte di alcuni contradaioli, Azzurri e Verdi stipularono una tregua per liberare i compagni dalle guardie imperiali. Al grido di “Nika, Nika” che in greco significa “vinci”, la città fu messa a fuoco causando una distruzione paragonabile ad un saccheggio nemico. Tutto questo accadde durante il governo di uno dei più considerati imperatori romani d’Oriente, cioè Giustiniano (482-565) che, una volta domata la rivolta e ristabilito l’ordine impose la ricostruzione della basilica di Santa Sofia secondo la struttura che possiamo osservare ancora oggi. La costruzione del nuovo complesso, affidata agli architetti Isidoro di Mileto e Antemio di Tralles impiegò, secondo la descrizione di Procopio di Cesarea (pervenutaci grazie al suo De Aedificiis), più di diecimila operai giunti da tutte le parti dell’impero per una durata totale di cinque anni. Il nuovo edificio, di forma rettangolare e sormontato da una cupola sorretta da quattro archi e alta circa sessanta metri, fu costruito in grande stile prelevando colonne anche dagli ex templi pagani come quello dedicato alla divinità solare ad Heliopolis. La rinata Chiesa di Santa Sofia mirò dunque, nei piani del nuovo Costantino (lo zio di Giustiniano era originario di Naisso come il fondatore della città), a fare a pari con la restaurazione politica dell’impero che Giustiniano stava cercando di mettere in atto con la riconquista della penisola italica sotto l’egida romana. Tuttavia le sfortune non furono terminate e, dopo la solenne consacrazione del 537, un terremoto (558) provocò diversi danni ad alcune parti della chiesa, in particolare alla zona del ciborium e dell’ambone, causandone la chiusura. Sempre Giustiniano si incaricò delle riparazioni e venne celebrata in pompa magna una nuova consacrazione il 23 dicembre del 563 dopo la restaurazione da parte di Isidoro il Giovane, nipote dell’architetto che aveva curato la prima ristrutturazione giustinianea. Nel corso della storia e con il passaggio al periodo medievale, Santa Sofia divenne non più solo il simbolo di una rinnovata romanità com’era stata sino a quel momento, ma anche un luogo emblematico e nello stesso tempo divisivo per le cristianità orientali e occidentali.

 

Allo stesso modo di quanto accade oggi, il contatto tra religioni e culture diverse soggetto a pregiudiziali, provocò risvolti negativi e in tal senso gli storici hanno interpretato la trasformazione di Santa Sofia imposta dall’azione politica di Leone III Isaurico (675-741). Influenzato infatti dalle istanze religiose provenienti dal mondo arabo e ebraico, sotto il regno di Leone si amplificò e si inasprì il dibattito iconoclasta; tutte le immagini dei santi, da sempre venerati nella Chiesa d’Oriente comprese quelle contenute a Santa Sofia, vennero velate. Quest’azione religiosa ebbe effetti strettamente politici, minando il consenso dell’imperatore a cui venne affibbiato il soprannome di σαρακηνόφρων, amico degli arabi. Dobbiamo quindi registrare storicamente come anche nel secolo VIII le scelte religiose erano strettamente correlate a quelle politiche tanto da alterare la realtà; a conferma di quanto fosse imparziale questo giudizio, cioè di essere passato alla storia per essere stato un iconoclasta filo-arabo, dobbiamo ricordare che Leone nel 717 respinse vittoriosamente l’assedio arabo di Costantinopoli.

 

Tuttavia il mondo nel frattempo cambiò e l’impero d’Oriente dovette aver a che fare con nuovi interlocutori, ideologicamente fratelli in quanto figli delle macerie dell’Impero d’Occidente ma, come vedremo, portatori di futuri problemi; era il caso delle nascenti città stato italiane, tra tutte Venezia, e dei neonati Stati nazionali europei. Con l’avvicinarsi del pericolo arabo, Costantinopoli e Santa Sofia divennero i simboli di una cristianità da salvare e, diciamolo chiaramente, dietro la quale nascondere interessi economici e politici. Venezia in particolare instaurò rapporti cordiali e anche familiari con Costantinopoli e in tal senso si deve interpretare il dono che il doge Orso Partecipazio (865) fece all’imperatore bizantino Michele III (chiamato poco carinamente “l’Ubriacone”), il quale inviò delle campane in dono per Santa Sofia per le quali venne fatto costruire un campanile apposito.

 

Altre calamità naturali colpirono il grandioso edificio sacro, come un incendio nel 912 e un terremoto nel 974, e solo l’intervento di Basilio II nel 980 riuscì a rimettere in sesto l’edificio. La chiesa di Santa Sofia acquisì durante l’epoca delle crociate sempre più valore politico, ospitando l’incoronazione imperiale bizantina. Nel 1201, Giovanni Comneno il Grasso, per avvalorare la sua candidatura a nuovo imperatore, penetrò nella basilica per auto incoronarsi; la sua usurpazione durò però pochissimo in quanto Alessio III inviò la guardia imperiale che riuscì a giustiziare Giovanni e disperdere i suoi seguaci. Giunti a questo punto della storia, i lettori penseranno che il pericolo per la già martoriata chiesa di Santa Sofia provenisse dall’esterno, dagli arrembanti arabi o magari dai vicini Bulgari. In realtà i problemi che la investirono e depauperarono il patrimonio di Ἁγία Σοφία dipesero principalmente dai crociati e dalle difficoltà economiche che si acuirono nell’impero d’Oriente a partire dal XIII secolo. In riferimento a quest’ultimo aspetto, l’imperatore Alessio IV (1182-1204) dovette vendere ai Veneziani i candelabri e le corone d’oro custodite nella basilica in cambio dell’aiuto ricevuto per ascendere al trono. Proprio dai Crociati (chiamati Latini) arrivò un duro colpo a Santa Sofia durante l’assedio di Costantinopoli del 1204, quando i “soldati di Cristo” misero a ferro e fuoco la capitale bizantina senza risparmiare la basilica da cui trafugarono i vasi sacri, i rivestimenti in argento dell’ambone e gli ornamenti dell’altare. Il controllo latino di Santa Sofia (1204-1263) produsse parecchi cambiamenti per adattare la basilica secondo il rito romano cattolico, in particolare sappiamo che furono rimosse alcune colonne di marmo per disporre all’interno l’altare della martire protocristiana Sofia, ponendo così il fondamento storico dell’equivoco secondo cui la chiesa era dedicata alla martire e non alla Sapienza divina. Ritornata poi sotto il controllo bizantino, la basilica fu ulteriormente rimaneggiata dal crollo di una porzione di cupola e di un portico (1346) e solo l’intervento della regina Anna di Savoia e della popolazione riuscì a coagulare gli sforzi necessari per pagare le riparazioni. Le difficoltà economiche di Costantinopoli erano sempre più evidenti e sono documentate da pellegrini di passaggio tra il 1350 e il 1400 che constatavano il deterioramento ormai irreversibile di molte parti dell’edificio. L’agonia dell’impero romano d’Oriente era ormai inevitabile, senza più risorse economiche e militari, pressato da una parte dalle mire latine al trono che fu di Costantino il Grande e dall’altra dalle truppe ottomane.

 

La caduta di Costantinopoli era dunque ormai solo questione di tempo e non solo avrebbe segnato la fine dell’ultimo erede dell’impero Romano, ma avrebbe ugualmente sancito il definitivo avanzamento degli Ottomani a discapito delle pretese europee sulla Palestina. Come la scoperta dell’America, questo tonfo segnò la fine di un’epoca e l’inizio di un nuovo baricentro politico ed economico per tutta l’Europa. Ma mentre Costantinopoli e il suo ultimo imperatore Costantino XI Paleologo strizzavano l’occhio verso Occidente pensando che la possibilità di ricomporre lo scisma avrebbe cambiato le sorti del suo impero, in città molti funzionari greci preferivano “il turbante turco alla mitra latina”. Tra calcoli politici e inimicizie religiose tra cristiani, i Turchi arrivarono ben presto sotto le mura e dopo un assedio durato due mesi presero la città nel maggio del 1453. I 6773 difensori, bizantini e latini supportati solo da poche centinaia di mercenari genovesi guidati dal capitano Giustiniani Longo, furono abbandonati dai “fratelli nella fede” europei e dovettero cedere al sultano Mehmet II che entrò a Santa Sofia il 29 maggio del 1453, trasformandola in moschea. Nonostante il riavvicinamento politico che il Paleologo aveva in qualche modo avviato qualche mese prima della disfatta (esattamente il 12 dicembre del 1452) sperando nell’aiuto cattolico, facendo celebrare la messa con rito romano al cardinale Isidoro dall’altare della basilica costantinopolitana, la città fu lasciata al suo destino. L’utilizzo di Santa Sofia al fine di ricevere supporto militare operato da Costantino non fu dunque risolutivo ma ebbe, come già detto, parecchia rilevanza politica, in quanto risultò frutto di un’evidente scelta di campo della casata dei Paleologi che non fu accolta con favore unanime dalla classe dirigete costantinopolitana. Pensare quindi a quella messa che avrebbe potuto potenzialmente fornire a Costantinopoli gli aiuti necessari per salvarsi e paragonarla alla triste e rassegnata celebrazione solenne della sera del 28 maggio (l’ultimo rito cristiano dopo la conquista araba), fa quantomeno riflettere sui corsi e ricorsi della Storia. L’ormai ex basilica simbolo della romanità d’Oriente subì l’arrivo dei Turchi che si adoperarono immediatamente per ricoprire sotto strati di intonaco i mosaici interni, raffiguranti Cristo Pantocratore. A nulla erano valse le processioni delle sacre immagini della vergine, a nulla erano servite le promesse di aiuto del Papa e dei sovrani europei: Costantinopoli, la città delle mura imprendibili, era caduta in mano turca sotto i colpi dei cannoni di Mehmet II.

 

Dopo quel tragico evento, l’ex basilica imperiale rimase una moschea sino al 1953 quando Mustafa Kemal Atarurk, primo ministro turco, la trasformò in museo e tale è rimasta sino al 24 luglio 2020. In tale data infatti, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che da anni ha ormai inaugurato una politica di appoggio a istanze fondamentaliste e ultrareligiose, ha fatto approvare un decreto dal proprio parlamento con il quale convertiva nuovamente Santa Sofia a moschea, tra le reazioni stupite dei patriarchi ortodossi e del pontefice romano. Al lettore che ha avuto la bontà di seguirci sino a questo punto, striderà un po’ questo sdegno multilaterale, alla luce di quante dissacrazioni e di quanti furti sono stati perpetrati a Santa Sofia da gente di ogni provenienza e di ogni credo. Il gesto di Ali Erbaş (presidente del Direttorato per gli Affari Religiosi della Turchia) che entrando nella Chiesa ha pronunciato i primi 5 versi della Sura al-Baqara (la seconda Sura del Corano) brandendo la spada ottomana ha avuto certamente un forte impatto visivo presso il pubblico europeo. Erbas e Erdogan, assieme alle più grandi autorità politiche e religiose del mondo islamico, hanno varcato le soglie di Santa Sofia visitando anche la tomba del conquistatore di Costantinopoli Mehmet II, di cui Erdogan sembra voler raccogliere idealmente l’eredità morale. Nonostante Erbas abbia cercato di ridimensionare la “violenza simbolica” dell’uso della spada durante la cerimonia di dedicazione spiegando che l’arma sarebbe soltanto un simbolo di pace e che l’Islam “punta soltanto alla conquista dei cuori”, non si può non comprendere le reazioni che sono scaturite in tutto il mondo. In qualche modo, la spada ottomana brandita dall’erudito turco ha riportato tutti noi occidentali a quel giorno di maggio del 1453, quando Costantino XI, che ironia della sorte era omonimo dello stesso Costantino il Grande fondatore della città, pronunciò l’ultimo accorato discorso di commiato rivolto ai difensori della città. Alla stessa maniera però dobbiamo riflettere sul fatto che circa cinquecento anni dopo questo evento, la stessa spada fu brandita da Mussolini quando, nel 1937 gli fu appunto donata la “Spada dell’Islam” con il titolo di protettore dell’Islam, in seguito alla conquista della Libia.  In qualche modo dunque Erdogan e Mussolini hanno voluto, per ragioni ovviamente diverse, compiere delle azioni politicamente mirate a raccogliere l’eredità del califfato ottomano attraverso l’ostentazione di simboli religiosi. Tuttavia, mentre il gesto attuale di Erdogan è stato percepito e avvertito minacciosamente in tutto il mondo, l’atto di Mussolini è stato derubricato ad elemento propagandistico e di scarso significato politico. Sebbene sia chiaro  a chi scrive che tempi e modi dei due gesti siano molto diversi, l’utilizzo politico di simboli religiosi come la chiesa di Santa Sofia o la stessa arma che il dittatore italiano sfoggiava raggiante dal suo destriero, erano i medesimi. Senza la pretesa di ragionare al di fuori delle competenze di chi scrive, bisogna in questo caso sottolineare che, dal punto di vista antropologico, la percezione dell’utilizzo di un simbolo religioso è viziata dal punto di vista e dal vissuto di chi la osserva. Per questo è necessario in generale, secondo l’opinione di chi scrive, cercare di ragionare il più possibile poliedricamente specialmente quando si discute dell’uso politico di simboli religiosi.

 

In conclusione dunque, tornando al tema del nostro editoriale, abbiamo tentato di mostrare a Voi lettori come Santa Sofia fosse già stata profanata, resa merce di scambio, sottoposta a incuria e utilizzata come luogo di interessi politici molto prima di quanto ci si accorga oggi. La domanda che dobbiamo porci è dunque questa: siamo sicuri che il tradimento verso il monumento religioso consista esclusivamente nella sua conversione a moschea? L’opinione di chi scrive propende per il no, ribadendo certamente come il gesto di Erdogan fosse totalmente evitabile e premeditato per acquisire consenso politico presso le frange più estreme della destra ultra nazionalista turca. Sebbene il “novello califfo” abbia poi ribadito che Santa Sofia resterà aperta a ogni confessione religiosa, questo non ridimensiona in alcun modo l’oscurantismo politico riproposto sulla scena politica internazionale, specialmente se visto nell’ottica di un futuro ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Al contrario anzi, la Turchia si pone così nel solco di coloro che non rispettano la Storia e che utilizzano simboli religiosi per propaganda politica, i quali pullulano anche in Europa e persino nei democratici Stati Uniti. Dunque, Santa Sofia non merita di essere considerata patrimonio dell’Umanità soltanto perché rappresenta un simbolo religioso ecumenico o per le tante vittime che la sua difesa ha causato, ma lo merita in quanto testimone storico “vivente” di epoche così diverse e molto lontane da noi. Tutti noi ora restiamo in attesta con la speranza che presto Santa Sofia sia riconsegnata alla sua dimensione universale e che questa trasformazione in moschea non sia il pretesto per un altro, ennesimo, scontro di religione.

Bibliografia

🏺 EUSEBIO DI CESAREA, Vita di Costantino, Milano 2009.
🏺 PROCOPIO DI CESAREA, Le guerre, Persiana, Vandalica, Gotica, Torino 1977.
🏺 PROCOPIO DI CESAREA, Degli edifizi dell’imperatore Giustiniano, Tomo I, Milano 1828.
📖 R. JANIN, La géographie ecclésiastique de l’empire byzantin, Première partie, Tome III, Paris 1953. In particolare per le fonti come Paolo Silenziario, Zonara.
📖 G. OSTROGORSKY, Storia dell’Impero Bizantino, Torino 2014.
📖 G. RAVEGNANI, L’età di Giustiniano, Roma 2019.
📖 S. RUNCIMAN, Byzantine Civilizaztion, Firenze, Londra 1961.
📖 R. WINSTON, Hagia Sophia, a History, Londra 2017.

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