Callimaco, il poeta raffinato

Callimaco nacque poco prima del 300 a.C. a Cirene, colonia dorica di Tera, dalla quale si distaccò solo per un viaggio in Alessandria d’Egitto, dove svolse probabilmente il lavoro di maestro di scuola. La sua famiglia era nobile, ma impoverita: il nonno era stato navarco e stratega, mentre il bisavolo sembra sia stato colui che riscattò Platone dalla schiavitù.

Ad Alessandria Callimaco si fece conoscere per le sue abili arti di poeta, erudito e filologo, cosa che gli valse la stima di Tolomeo II Filadelfo, il quale lo chiamò a lavorare nella famosa biblioteca alessandrina, che sorgeva accanto al Museo, luogo di studio dedicato alle Muse. Qui Callimaco compose i Pinakes (“Tavole”) in 120 libri, un’imponente opera di catalogazione di tutte le opere in lingua greca fino ad allora scritte e conservate nella biblioteca.

La fama di Callimaco crebbe ancora quando salì al trono Tolomeo III Evergete, sposo di Berenice. Per la nuova regina il poeta compose due epinici, la Vittoria di Berenice e la Chioma di Berenice, che faranno poi da modello per il latino Catullo. La morte del poeta è da datarsi intorno al 240 a.C.

 

OPERE
Callimaco fu un autore estremamente prolifico: il lessico bizantino della Suda (X d.C. circa) gli attribuisce ben ottocento titoli tra poesia e prosa. Purtroppo nulla ci rimane della produzione in prosa, mentre i ritrovamenti papiracei hanno contribuito ad accrescere ciò che già conoscevamo della produzione in poesia, restituendoci i sei Inni e una sessantina di epigrammi tramandati dall’Antologia Palatina, fondamentale opera di tradizione manoscritta bizantina.

Perduti sono quindi i famosissimi Pinakes, incredibile inventario di tutta la letteratura in lingua greca fino ad allora conosciuta, divisa in sezioni (una per ogni genere letterario) e contenente un elenco degli autori in ordine alfabetico, dei quali venivano anche fornite brevi informazioni biografiche. Tra le altre opere erudite di Callimaco, di cui conosciamo solo il titolo e il contenuto a grandi linee, possiamo citare scritti di natura storico-geografica, come I fiumi del mondo abitato o Le fondazioni di isole e città, il quale includeva anche la storia dei cambiamenti subìti nel tempo dai vari luoghi via via descritti dall’autore.

La poesia di Callimaco è una poesia dotta, ricercata e curata, che rifiuta però i toni falsamente magniloquenti, tipici del genere epico, perché “tuonare è compito di Zeus”, come Callimaco stesso dichiara nel prologo degli Aitia (1,20), brano che non a caso gli studiosi considerano il manifesto vero e proprio della poetica dell’autore. È qui che infatti il poeta dichiara di aver ricevuto il compito di far poesia dallo stesso Apollo, protettore di tutti i cantori, il quale gli ha indicato con precisione anche i temi da trattare: “dove non passano carri pesanti/là cammina. Che non dietro le impronte degli altri/(tu spinga il cocchio,) né per la via larga, ma per sentieri/(non calpestati)” (Aitia, 1, 25-28).

Gli Aitia, suddivisi in quattro libri,  contengono quindi, oltre alle famosissime elegie scritte per Berenice, sposa di Tolomeo III, molti miti poco conosciuti e spesso rivisti in chiave eziologica, come la storia d’amore tra Aconzio e Cidippe, o i riti sacrificali dell’isola di Paro.

I sei Inni sono ognuno dedicato ad una differente divinità, da Zeus ad Apollo, a Demetra, Atena e Artemide. Fa per così dire eccezione l’inno IV, dedicato all’isola di Delo e al racconto della maledizione scagliata da Era contro Latona, colpevole di aver concepito due figli con Zeus e per questo rifiutata, nel momento del parto, da isole e città, ad eccezione di Delo, dove finalmente vengono alla luce Apollo ed Artemide. Gli Inni sono tutti composti in dialetto ionico e in esametri, ad eccezione del V (Per i lavacri di Pallade), scritto in distici elegiaci e in dialetto dorico, e del VI (A Demetra), anch’esso in dialetto dorico. Come negli Aitia, anche qui Callimaco ama andare alla ricerca di miti marginali e narrare l’eziologia di riti, feste ed eventi particolari. Ciò accade, ad esempio, nel già citato Inno V, dove il poeta descrive la processione con la quale la statua di Atena veniva portata a bagnarsi nelle acque del fiume argivo Inaco: uno sguardo illecito alla nudità della dea avrebbe portato alla cecità, come infatti successe a Tiresia, figlio della ninfa Cariclo, che, secondo il mito, osò guardare Atena mentre faceva il bagno e per questo diventò cieco, ma acquisì, per benevolenza della dea stessa, l’arte della profezia, resa immortale da Omero.

I Giambi composti da Callimaco sono invece tredici, di metri vari, ma di prevalente struttura giambica. Alcuni ci sono arrivati in natura frammentata, mentre di altri perduti conosciamo il contenuto grazie al Papiro Milanese (Pap. Mil. Vogl.,1,18). Nel primo, con il ruolo di pacificatore tra i dotti invidiosi di Alessandria, compare il poeta giambico Ipponatte, a cui Callimaco chiaramente si ispira, ma più nei contenuti e nella forma, che nel tono fortemente polemico, qui totalmente assente. Tra favole, miti e racconti eziologici, il poeta di Cirene arrivava infine, nel Giambo XIII, a difendersi dall’accusa di polueidèia, cioè di coltivare parecchi generi letterari, senza specializzarsi in nessuno.

Concludiamo il nostro excursus su Callimaco con gli Epigrammi, brevi componimenti tramandati dall’Antologia Palatina (XI d.C.). I temi qui più frequenti sono l’amore pederotico ed i principi fondamentali della poetica callimachea: brevità, poikilìa (“varietà”) e leptòtes (“eleganza”). Non mancano anche piccoli epitaffi composti per se stesso (A.P., 7, 415) , per amici deceduti (A.P., 7, 271) o per i propri familiari (A.P., 7, 525): qui il poeta di Cirene dimostra tutta la sua abilità nel concentrare in pochi versi i sentimenti più profondi e le immagini più struggenti.

Bibliografia

📖 Callimaco, Epigrammi, trad. di G. Zanetto, Milano, 1992
📖 Callimaco, Aitia, Giambi e altri frammenti, II, trad. e note a cura di G. B. D’Alessio, Milano, 1996
📖 G. Benedetto, L’invettiva e il sogno, Firenze, 1993
📖 N. Marinone, Berenice da Callimaco a Catullo, Roma, 1984
📖 M. Fantuzzi, R. Hunter, Muse e modelli. La poesia ellenistica da Alessandro Magno ad Augusto, cap. VII, Editori Laterza, 2002
📖 E. Degani, L’epigramma, in Lo spazio letterario della Grecia antica, vol. 1, pag. 212-215.

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