Aneddoti gastronomici della Roma Imperiale

Le principali notizie, sull’alimentazione e sulle abitudini alimentari dell’Antica Roma, giungono a noi grazie alle testimonianze lasciateci da scrittori, poeti e storici latini. Non sono da tralasciare anche i trattati agronomi: accanto a nozioni agricole e zootecniche, nelle opere di autori come Catone il Censore troviamo anche svariate ricette di cucina. Egli è noto per l’esattezza con cui andava specificando ingredienti, dosi e metodi di cottura, indicazioni assenti in altri autori, come Apicio.

Successivamente anche i poeti iniziarono a riportare, nei loro componimenti, elementi della vita conviviale dei loro contemporanei.

Petronio, nel suo Satyricon, dedica molto spazio al ricco quanto ridicolo banchetto di Trimalcione, di cui riportiamo solo uno breve stralcio, dedicato all’inizio della cena:

“Tuttavia, fu portato un antipasto molto raffinato; infatti ormai tutti eravamo sdraiati, eccetto il solo Trimlachione, a cui, secondo un costume insolito, era riservato il primo posto. Del resto nell’antipasto era posto un asinello di bronzo corinzio con una bisaccia a due tasche, che aveva olive in una parte chiare, nell’altra scure. Coprivano l’asinello due piatti, sui cui orli era iscritto il nome di Trimalchione e la caratura dell’argento. Piccole impalcature inoltre saldate sostenevano ghiri cosparsi di miele e polvere di papavero. Ci furono anche salsicce scoppiettanti poste sopra una graticola d’argento e sotto la griglia prugne siriane con chicchi di melograno.” (Petronio, Satyricon, 31)

Giovenale, in una sua Satira, racconta la storia di un rombo dalle dimensioni inusitate, che un pescatore aveva regalato all’imperatore Domiziano.

“Fu preso, e tutta empì la rete un rombo / Maravigliosamente bello e grosso; […] / Una tal maraviglia è destinata, / Dal padron della barca e della rete, / Al Pontefice Massimo.” (Giovenale, Satire, IV)

Egli, non avendo a disposizione una pentola adatta alla cottura del pesce, convocò a villa Albana una sessione straordinaria del Senato: la seduta sancì che si sarebbe prodotto un tegame su misura.

Non solo i poeti, ma anche gli storici ci parlano di cibo, in particolare delle preferenze gastronomiche dei personaggi più in vista della società.

Elio Sparziano fu autore della Historia Augusta, una raccolta di biografie imperiali del periodo 117-284 d.C. In questa opera, emerge che il piatto preferito dell’Imperatore Adriano fosse il tetrafarmacum, un involucro di pasta dolce ripieno di un trito ti carni di selvaggina miste, come lepre e fagiano.

Abbiamo indiscrezioni anche sui gusti dell’Imperatore Tiberio: questa volta è Plinio il Vecchio ad essercene testimone, nella sua opera omnia Naturalis Historia.

“Il cetriolo è del genere dei cartilaginosi e fuori del terreno, ricercato con incredibile piacere dal principe Tiberio. Non gli capitò infatti alcun giorno senza, grazie a quelli che rinnovavano i loro giardini pensili, che spingevano al sole su macchinari con ruote e nei giorni invernali di nuovo dentro ripari di vetri. Anzi fu scritto presso gli antichi autori della Grecia necessitare di essere seminati anche con il loro seme macerato nel latte mielato per due giorni, affinché diventassero più dolci.” (Plinio, Naturalis Historia, libro 19, 64)

Incline a gusti sobri e semplici, egli adorava anche le pastinache, al punto da farle importare dalla Germania dove ne cresceva una qualità migliore.

Bibliografia

📖 Panem et Circenses: Cibo, cultura e società nella Roma Antica, Alberto Jori, Nuova Ipsa Editore, 2016
📖 Mense e cibi della Roma Antica, Ilaria Gozzini Giacosa, Piemme, 1995
📖 L’alimentazione e la cucina a Roma, J. André, Les Belles Lettres, 1981
📖 Archeo, Dossier: Cibi e Banchetti nell’Antica Roma, E.S.P. Ricotti, n.46, Istituto Geografco De Agostini, 1988

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