“Non abbiamo più birra!”: l’alimentazione delle legioni

L’alimentazione ha da sempre ricoperto un ruolo fondamentale nella storia della specie umana, in ogni cultura, tempo e contesto. L’attività logistica del rifornimento alle truppe, specialmente durante le spedizioni militari, è sempre stata considerata essenziale fin dall’Antichità, poiché permetteva all’esercito di operare in autonomia, senza dover fare necessariamente affidamento esclusivo alle risorse del territorio invaso o occupato.

Ma cosa mangiavano e bevevano i soldati romani?

Innanzitutto bisogna precisare che l’alimentazione variò costantemente, a seconda del periodo preso in considerazione, dell’espansione dello stato romano, del grado del soldato e persino della località in cui si trovava ad operare.

Per quanto riguarda il periodo più arcaico disponiamo di pochissime fonti letterarie e ancor meno archeologiche. Durante il periodo monarchico e altorepubblicano lo stato romano si estendeva su un territorio molto limitato, e  si può ipotizzare che l’alimentazione non variasse particolarmente da quella quotidiana del cives.

In quel periodo i romani adottavano uno stile alimentare frugale, ovvero basato sui fruges, cioè i prodotti della terra, cereali e verdure. Il consumo di carne era estremamente raro e basato per lo più sul consumo di animali da cortile (si pensi che a Roma, fatta eccezione per particolari libagioni religiose, il consumo di carne bovina fu vietato fino al IV sec. a.C., dato che tali animali erano molto più utili come forza lavoro) e questo si ripercuoteva anche sull’alimentazione dei militari.

Le campagne militari erano stagionali, brevi, per permettere ai cittadini di tornare alle proprie mansioni (legate soprattutto all’agricoltura), anche perché sarebbe risultato estremamente complicato rifornire gli eserciti per un periodo prolungato. Quando ciò si rendeva necessario, a causa di trattative diplomatiche non ancora concluse, stando alle fonti (Livio, Ab urbe condita) era pratica comune concedere al nemico di parlamentare con il senato, a patto che esso rifornisse l’esercito romano di frumentum per un periodo ben definito di tempo (spesso sufficiente a coprire il periodo delle trattative e/o per superare la stagione invernale). In questo modo Roma poteva mantenere in armi l’esercito, in proiezione offensiva, senza tuttavia doverne soddisfare il fabbisogno.

Con il termine frumentum, Livio non intendeva verosimilmente il grano (scarsamente utilizzato fino al II sec. a.C.) quanto piuttosto il farro, considerato dai romani stessi il più antico alimento, l’ador, che stando a Plinio veniva distribuito ai soldati come premio, e l’orzo, quest’ultimo tuttavia inizialmente preferito per l’alimentazione di cavalli e animali utili alla logistica. Dal farro i Romani ricavavano una farina, detta puls, che poi veniva cucinata con acqua e sale. Al piatto, che per quanto nutriente era piuttosto “povero”, venivano poi abbinati condimenti vegetali di vario tipo (cavoli, cipolle, erbe commestibili eccetera) tra cui sicuramente, in epoca arcaica, spiccavano le rape, come testimonia Marziale (Xenia, XIII, 16), che si immagina Romolo ancora intento a nutrirsene nell’aldilà.

Il frumentum fu quindi a lungo l’alimento prevalente per un esercito da campo romano, integrato con il grano a partire dall’espansione romana in Sicilia, che fu, insieme poi all’Egitto, considerata il granaio di Roma, durante la prima guerra punica. Da allora questo cereale divenne essenziale nei rifornimenti logistici agli eserciti in marcia e, come testimoniato da Livio, spesso Roma richiedeva ad alleati e stati clienti di inviare navi cariche di grano e frumento a sostegno dello sforzo bellico romano nei teatri operativi di guerra. I soldati stessi erano tenuti a portare circa 20 kg di grano (che poi dovevano macinare personalmente) con sé avvolto in un telo issato su una pertica, che doveva durare per 17 giorni, fornendoci quindi un’idea del consumo pro capite, che superava il kg quotidiano. Tale quantità può sembrare notevole al giorno d’oggi, ma si deve tenere in considerazione non solo l’enorme sforzo fisico e quindi il fabbisogno energetico del soldato, ma anche che la dieta romana era meno varia e calorica di quella contemporanea, rendendo necessario un consumo notevole di frumento. Tutti i cereali in generale potevano essere macinati e cotti come la puls di farro o l’ador, oppure in seguito lasciati seccare per formare delle gallette (bucellate) o per preparare focacce o, nel caso del grano, pani.

L’alimentazione iniziò a variare, sia per i civili romani che per i soldati, con l’espansione nel Mediterraneo. Le conquiste ad Oriente permisero di importare in Italia le coltivazioni di nuovi frutti, come ciliegie e albicocche, che andarono a sommarsi ad alberi già presenti sul suolo italico, come meli, fichi e melograni, oltre a rendere disponibili salse sempre più elaborate, tra cui il celebre garum, una salsa salata a base di interiora di pesce fermentate di cui esistevano numerose varianti, da quelle per l’alta società a quelle più grezze, destinate alla popolazione e ai soldati. Tutti questi nuovi prodotti venivano infine distribuiti fino ai confini dell’impero, sui nuovi limes, divenuti essenziali nella politica militare romana a partire dall’età Flavia (seconda metà I sec. d.C.), dove dovevano stanziarsi numerose guarnigioni. Ciò doveva avvenire con un certa efficienza se è vero che non abbiamo fonti che attestino di rivolte militari scatenate dalla scarsa disponibilità di cibo. Fonti archeologiche dimostrano che la dieta rimase per lo più vegetariana, ma incredibilmente varia, se si tiene conto degli scarsi mezzi di cui disponevano all’epoca per gli spostamenti. Sappiamo, ad esempio, che sul Vallo Antonino i soldati consumavano mele, pere, prugne, albicocche, ogni genere di frutti di bosco, frutta secca e a guscio oltre che le onnipresenti verdure, come cavoli, cipolle, carote, e legumi, ovvero piselli, fave, lenticchie e ceci. Anche la carne iniziò ad essere gradualmente più comune. Stando alla Storia Augusta (Adriano, 10,2) il lardo, facile da mantenere e molto nutriente, era consumato, assieme al formaggio, fin dai tempi repubblicani con Scipione Emiliano, e continuò ad essere molto apprezzato come alimento da campo anche da imperatori come Traiano e Adriano.

Da fonti archeologiche sappiamo tuttavia che le truppe di stanza in Britannia e Germania erano solite nutrirsi (anche se la quantità non è nota e probabilmente variava molto a seconda delle disponibilità locali) di carni bovine, ovine e suine, oltre alla cacciagione. La caccia, oltre a soddisfare le necessità alimentari, poteva risultare utile anche come attività di addestramento, specialmente per la cavalleria e gli ufficiali, contribuendo ad innalzare il prestigio e lo status delle carni così ottenute.

Molto apprezzati, inoltre, dovevano essere i pesci e i frutti di mare, che tuttavia possiamo ipotizzare che potessero essere consumati solamente dove ve ne era disponibilità. Ottenere tali prodotti doveva essere quindi considerato un privilegio, come si può ipotizzare osservando le Tabulae Vindolanenses (II, 299), dove si riporta la consegna di 50 ostriche al mittente.

Come facilmente immaginabile, il consumo di sostanze alcoliche doveva essere molto celebre presso i soldati, specialmente da quando si diffuse l’impiego della vite, con l’espansione di Roma verso la Magna Grecia e poi nel Mediterraneo orientale. Data la forte componente alcolica era tuttavia abitudine dei Romani addolcire il vino con il miele (vinum mulsum) e annacquarlo, ritenendo uso da barbari berlo puro. Alcuni comandanti inoltre è probabile non vedessero di buon occhio l’utilizzo di alcolici, specialmente durante le campagne militari. Per questo si riporta che alcuni comandanti, ancora nel II sec. d.C., vietassero l’utilizzo del vino, fornendo ai soldati solamente aceto, spesso annacquato (Storia augusta, Pescennio Nigro, 10,3), seguendo l’esempio di Scipione e Traiano.

Ad ogni modo avvicinandosi al centro/nord Europa i Romani entrarono in contatto con altre varianti alcoliche e liquorose, utilizzate, come testimonia Tacito (Germania, 23, 1), dai Germani dopo aver fatto fermentare frumento e orzo. Questi antenati, se così vogliamo definirli, delle birre odierne, erano estremamente popolari presso i soldati di guardia sui limes imperiali. Sempre le Tabulae vindolanenses (III, 628) ci riportano della richiesta, quasi una supplica, da Masclo, decurione della IX Cohors Batavorum equitata al prefetto Flavio Ceriale: “…cervesam commilitones non habunt quam rogo iubas mitti”, ovvero “i miei commilitoni non hanno birra, perciò ti supplico che tu ordini di farla inviare”.

Bibliografia

📖 Historia Augusta
📖 Marziale, Epigrammi
📖 Livio, Ab Urbe condita
📖 Servio, commentarius in Aeneidem
📖 Tabulae Vindolanenses
📖 Tacito, Germania
📖 J. Andrè, L’alimentazione e la cucina a Roma, Gorizia, Leg, 2016 (1a ed. Paris, 1981)
📖 A. K. Bowman, Life and Letters on the Roman frontier: Vindolandia and its people, Londra, British Museum Press, 2003
📖 N. Fields, La cavalleria ausiliaria romana, Gorizia, Leg, 2015
📖 A. Jori, Panem et circenses, Cibo, cultura e società nella Roma antica, Palermo, Nuova Ipsa Editore

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